Non furono i clan a cercare la politica, ma il contrario. È uno dei passaggi più significativi delle motivazioni della sentenza “Codice Interno”, con cui il gup Giuseppe De Salvatore ha condannato 103 imputati nell’inchiesta che ha svelato i rapporti tra mafia e politica a Bari.
Il ruolo della politica nel sistema
“L’iniziativa di stringere accordi elettorali illeciti non è stata intrapresa da organizzazioni criminali”, scrive il giudice, ma da un imputato “noto nel contesto politico locale”, che si sarebbe rivolto direttamente alla criminalità organizzata per sostenere la candidatura della moglie.
Al centro dell’indagine della Direzione distrettuale antimafia di Bari, coordinata dai pm Fabio Buquicchio e Marco D’Agostino, c’è l’ex consigliere regionale Giacomo Olivieri, condannato a 9 anni per voto di scambio ed estorsione.
L’alleanza con i clan
Secondo la ricostruzione, riportata da gazzetta del mezzogiorno, Olivieri avrebbe stretto rapporti con diversi gruppi criminali, tra cui il clan Parisi-Palermiti del quartiere Japigia, per ottenere pacchetti di voti alle elezioni comunali del 2024 e favorire l’elezione della moglie Maria Carmen Lorusso.
Un sistema basato su favori reciproci, in cui la criminalità offriva consenso elettorale in cambio di utilità e vantaggi.
Il sistema clientelare nell’Amtab
Le indagini hanno messo in luce anche l’infiltrazione del clan nel tessuto economico cittadino, in particolare all’interno dell’azienda di trasporto pubblico Amtab.
Secondo quanto emerge dalle motivazioni, si sarebbe instaurato un vero e proprio sistema clientelare di assunzioni, definito come una “colonizzazione” della municipalizzata. A confermarlo sarebbero state le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Nicola De Santis e numerose intercettazioni.
Tra i principali protagonisti indicati dal giudice figurano Tommaso Lovreglio, condannato a 14 anni, e Michele De Tullio, condannato a 9 anni e 4 mesi.
I vertici del clan e i reati contestati
L’inchiesta ha coinvolto i vertici storici del clan, tra cui Savinuccio Parisi ed Eugenio Palermiti, entrambi condannati a 11 anni, insieme a numerosi affiliati e fiancheggiatori.
Le accuse spaziano dall’associazione mafiosa finalizzata al traffico di droga ai reati in materia di armi, fino a estorsioni, usura, tentato omicidio e reati contro la pubblica amministrazione.
Il voto di scambio e le prove
Secondo il gup, gli imputati erano pienamente consapevoli della natura mafiosa dei rapporti. Le intercettazioni avrebbero dimostrato un meccanismo consolidato di voto di scambio, con il coinvolgimento anche di esponenti di altri gruppi criminali, tra cui Gaetano Strisciuglio e Michele Nacci.
In alcuni casi, il sostegno elettorale veniva garantito anche attraverso pratiche come il voto disgiunto, pur di soddisfare più interessi.
Il danno d’immagine
L’inchiesta, culminata nei 130 arresti del febbraio 2024, ha avuto un forte impatto anche sull’immagine della città. Il giudice sottolinea come lo scandalo abbia avuto risonanza internazionale, citando un servizio della CNN durante il G7, che avrebbe evidenziato le infiltrazioni mafiose nel contesto barese.
Verso gli appelli
Dopo le condanne di primo grado, si apre ora la fase degli appelli. Il procedimento resta uno dei più rilevanti degli ultimi anni per la ricostruzione dei rapporti tra criminalità organizzata e politica in Puglia.










