È una compatta l’arma in dotazione della Polizia di Stato. La pistola semiautomatica deve essere progettata per impieghi di polizia, con un considerevole volume di fuoco, abbinato ad affidabilità e sicurezza di funzionamento assolute. Deve essere in calibro 9×19 mm NATO e consentire un porto ed un impiego sicuri nei contesti operativi del personale della Polizia di Stato. La pistola deve soddisfare le esigenze di occultabilità, leggerezza e maneggevolezza, senza però compromettere l’affidabilità di impiego in sicurezza né limitare le prestazioni.
Dopo i tanti assalti ai portavalori e il caso brindisino balzato agli onori della cronaca nazionale negli ambienti delle forze dell’ordine si è ricominciato a parlare di armi.
Quelle in dotazioni hanno una efficacia soltanto a breve distanza ma mai possono essere utili a grandi distanze e a situazioni quasi da guerra, come sono gli assalti ai portavalori, sulle superstrade.
Si è espresso con grande schiettezza sui social il poliziotto Pier Paolo Mascione, da sempre impegnato nella lotta alla illegalità, insignito del Premio Borsellino qualche anno fa.
“La criminalità foggiana e della provincia si è trasformata eccome! Come pretendiamo di contrastarla? Con quali strumenti? Con quali uomini? Con quali mezzi? – si chiede -. Come si può pensare di fermare chi impugna un Kalashnikov che vola sino a 2.000 metri quando quelle d’ordinanza ne fanno 600 e, se arrivi a 600, sei già un colabrodo? Come si può arginare un fenomeno che assalta portavalori e spara sui Carabinieri con felice disinvoltura? Come si può combattere con organici insufficienti, con dotazioni balistiche che farebbero sorridere perfino un gruppo di softair della domenica? Come si può difendere un territorio vasto e complesso con magistrati che si contano sulle dita di una mano? E, soprattutto, come si può pretendere deterrenza quando la pena, deterrente, non lo è più da anni? La verità è scomoda lo so. La verità è che questa piaga non l’abbiamo prevenuta. Non l’abbiamo contrastata quando era ancora debole. E oggi paghiamo il prezzo di anni di sottovalutazione, di ritardi, di scelte politiche e istituzionali che hanno lasciato soli territori e operatori della sicurezza. Non servono slogan. Non servono passerelle. Servono mezzi, uomini, leggi,strutture,investimenti. Serve la volontà di combattere davvero, non di raccontare. Perché la criminalità foggiana non è più un fenomeno locale. È un sistema e un sistema si abbatte solo con un altro sistema, non con eroismi isolati”.









