La Corte d’Assise del Tribunale di Foggia ha disposto la custodia cautelare in carcere nei confronti di Angelo Bonsanto, 37 anni, già condannato all’ergastolo con isolamento diurno per un anno e un mese per l’omicidio di Omar Trotta e per il tentato omicidio di Tommaso Tomaiuolo, oltre a reati di ricettazione aggravata di armi e di un motociclo T-Max. Il provvedimento, firmato il 9 gennaio 2026, fa seguito alla sentenza pronunciata il 19 dicembre 2025 nel procedimento penale iscritto presso la Direzione distrettuale antimafia di Bari.
La condanna e il contesto mafioso
Secondo quanto ricostruito nella sentenza, i fatti sono stati commessi con premeditazione, per motivi ritenuti abietti e futili, con metodo mafioso e con l’obiettivo di agevolare l’associazione criminale facente capo all’ex boss di Vieste, Marco Raduano detto “Pallone” e al suo braccio destro Danilo Della Malva detto “u’ meticcio”, entrambi oggi collaboratori di giustizia, appartenenti alla frangia viestana del clan Lombardi-Scirpoli-La Torre. L’omicidio di Omar Trotta e il ferimento di Tommaso Tomaiuolo si inseriscono nella contrapposizione armata con il clan Iannoli-Perna, alleato ai montanari Li Bergolis-Miucci, per il controllo delle attività criminali nella zona di Vieste.
I gravi indizi di colpevolezza
Nel motivare l’ordinanza, la Corte d’Assise evidenzia la presenza di gravi indizi di colpevolezza a carico di Angelo Bonsanto, fondati su un quadro probatorio ritenuto solido e convergente. Tra gli elementi richiamati figurano le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Raduano, Della Malva, Antonio Quitadamo detto “Baffino”, Gianluigi Troiano alias “u’ minorenne”, oltre a quelle di Orazio Coda “Balboa”, Andrea Quitadamo “Baffino jr” e Giovanni “Lupin” Surano, tutti concordi nell’indicare Bonsanto come esecutore materiale dell’omicidio di Trotta e del tentato omicidio di Tomaiuolo. A queste si aggiungono le dichiarazioni delle persone offese, la ricostruzione dell’evento omicidiario operata dagli inquirenti, la relazione balistica del RIS, gli esiti dell’autopsia e le intercettazioni telefoniche che avrebbero fatto luce anche sulla fase di preparazione del delitto.
Le esigenze cautelari
La Corte richiama la sussistenza delle esigenze cautelari previste dalla legge, ritenendo adeguata e necessaria la misura della custodia in carcere. Viene sottolineata la gravità dei fatti contestati, l’inserimento stabile di Bonsanto nelle dinamiche delle associazioni mafiose garganiche e il concreto pericolo di inquinamento probatorio. In particolare, il provvedimento richiama un episodio avvenuto durante il processo, quando la difesa avrebbe prodotto una certificazione medica successivamente disconosciuta, ritenuta sintomatica della capacità dell’imputato di tentare di alterare le prove anche dal carcere.
Rischio di fuga e reiterazione
Nel valutare il rischio di fuga, la Corte ricorda come Angelo Bonsanto fosse già evaso dal carcere di Foggia nel marzo 2020, venendo catturato dopo quasi un mese di latitanza in compagnia di esponenti di rilievo del clan Lombardi. L’uomo fu infatti sorpreso in una cava di Apricena con altri latitanti di peso come Francesco Scirpoli detto “Il lungo”, Pietro La Torre detto “U’ Muntaner” e Michele Lombardi “U’ cumbarill”, figlio del boss ergastolano Matteo “a’ carpnese”. Un precedente che, insieme alla lunga storia criminale dell’imputato, rafforza secondo i giudici il pericolo concreto di reiterazione dei reati e di azioni vendicative nei confronti dei suoi accusatori.
La decisione della Corte
Alla luce di questi elementi, la Corte d’Assise ha disposto l’applicazione della misura cautelare della custodia in carcere nei confronti di Angelo Bonsanto, demandando alla cancelleria gli adempimenti successivi per l’esecuzione del provvedimento. Un’ordinanza che consolida il quadro accusatorio delineato nel processo e che conferma la pericolosità sociale dell’imputato secondo la valutazione dei giudici. Il legale di Bonsanto farà ricorso in appello per provare a ribaltare l’esito del primo grado.










