La Direzione distrettuale antimafia di Bari si prepara a conferire già nelle prossime ore l’incarico al medico legale per l’autopsia sul corpo di Alessandro Moretti, il 34enne detto “Sassolin” assassinato giovedì sera scorso a Foggia in un agguato che ha riacceso i riflettori sulla criminalità organizzata cittadina. Un passaggio fondamentale per chiarire numero, traiettoria e distanza dei colpi esplosi contro il nipote (era figlio di un fratello) di Rocco Moretti alias “il porco”, storico capo dell’omonima batteria della “Società Foggiana”, detenuto al 41 bis.
Moretti è stato freddato mentre era in sella al suo scooter in via Sant’Antonio, a pochi passi dal centro. Forse otto proiettili calibro 7,65 lo hanno raggiunto al fianco e al braccio. Trasportato d’urgenza in ospedale, è morto poco dopo l’arrivo al pronto soccorso.
Un delitto che per modalità, luogo e profilo della vittima ha immediatamente assunto i contorni di un omicidio di mafia. Le indagini sono state affidate alla Dda proprio per il peso criminale della famiglia Moretti e per il rischio concreto che l’agguato possa essere l’innesco di nuovi equilibri violenti all’interno della “Società Foggiana”. Gli inquirenti non escludono nessuna pista: regolamenti di conti tra clan storicamente rivali, ma anche fratture interne o scissioni maturate negli ultimi anni.
In queste ore la squadra mobile sta stringendo il cerchio attraverso l’analisi dei filmati delle telecamere di videosorveglianza e l’ascolto di testimoni. L’obiettivo è ricostruire con precisione la dinamica dell’agguato e capire se a sparare sia stato un solo sicario o un commando, arrivato in moto o in auto e poi dileguatosi rapidamente. Dettagli che potrebbero fare la differenza nella lettura del contesto mafioso in cui il delitto è maturato.
Alessandro Moretti era tornato in libertà da circa due anni dopo aver scontato una condanna a sette anni e quattro mesi nel processo “Decima Azione”, una delle inchieste simbolo contro la mafia del pizzo a Foggia: 30 arresti nel 2018. In passato era stato coinvolto anche in procedimenti per armi e droga. Un profilo che, secondo gli investigatori, lo rendeva un elemento tutt’altro che marginale negli assetti criminali cittadini.
Il timore, ora, è che l’uccisione di un esponente della famiglia Moretti possa innescare una spirale di vendette. Nelle logiche mafiose, infatti, il sangue versato impone una risposta, per evitare che un clan appaia indebolito. Ed è proprio questo lo scenario che la Dda vuole scongiurare: intervenire in fretta, dare risposte giudiziarie rapide e colpire eventuali responsabilità prima che la città torni a contare morti e feriti innocenti.
Da oltre trent’anni Foggia resta un osservato speciale per magistratura e forze dell’ordine, anche nei periodi di apparente tregua tra le batterie. Perché il capoluogo dauno continua a essere il cuore degli affari mafiosi di gran parte della Capitanata. E l’omicidio di via Sant’Antonio rischia di ricordarlo nel modo più violento.










