Una lettera aperta, dal tono fermo ma privo di pregiudizi, che trasforma una vicenda personale in una riflessione politica e civile più ampia. È quella che Angelo Riccardi, ex sindaco di Manfredonia, ha indirizzato a Gianni Alemanno dopo aver letto i suoi “Diari dal carcere”, scritti durante la detenzione a Rebibbia.
Riccardi chiarisce subito l’approccio con cui si è avvicinato a quelle pagine: nessun compiacimento, nessuna curiosità morbosa. “Li ho letti come si leggono le parole di chi è costretto al silenzio fisico ma tenta, attraverso la scrittura, di restare dentro la comunità umana e civile”, scrive, sottolineando come il dato più rilevante non sia la denuncia in sé, ma il cambio di prospettiva di chi parla “da dentro” e non più “da sopra”.
Il carcere come spazio sospeso
Nel racconto di Riccardi, il carcere descritto da Alemanno non appare come il luogo di una giustizia compiuta, ma come uno spazio sospeso, dove la pena rischia di smarrire la sua funzione rieducativa. Freddo, sovraffollamento, burocrazia, tempi morti e una sanità incerta non sono, secondo l’ex sindaco, semplici elementi narrativi, ma segnali strutturali di un sistema che fatica a riconoscere la dignità della persona come valore non negoziabile.
Ed è proprio qui che, per Riccardi, la testimonianza dell’ex ministro assume un significato che va oltre la sua vicenda personale. Non si tratta di chiedere indulgenza né di mettere in discussione il principio di responsabilità, che chi ha ricoperto ruoli istituzionali conosce bene. Il punto è un altro: “Lo Stato non può mai permettersi di disumanizzare, nemmeno quando punisce”.
La qualità della giustizia e la dignità
La riflessione si allarga a una verità definita “scomoda”, ma centrale. “La qualità della giustizia non si valuta solo dalle sentenze, ma dal modo in cui lo Stato tratta chi ha sbagliato”, scrive Riccardi. Un carcere che non educa, non ricostruisce e non prepara al ritorno nella società, ma consuma le persone, finisce per produrre insicurezza futura anziché ordine.
In questo senso, la pena che logora anziché responsabilizzare diventa un problema non solo morale, ma anche politico e sociale, perché mina le basi stesse dell’idea di giustizia come strumento di coesione democratica.
La scoperta della vulnerabilità
Un altro passaggio centrale della lettera riguarda quella che Riccardi definisce la “scoperta tardiva della vulnerabilità”. Il carcere, scrive, livella, spoglia e riduce, costringendo chi vi entra a fare i conti con ciò che resta quando il ruolo, il nome e la protezione sociale svaniscono.
È in questo punto che i Diari di Alemanno diventano, secondo l’ex sindaco, una domanda rivolta a tutta la società: che tipo di pena vogliamo? Una pena che umilia o una pena che responsabilizza? Una pena che isola o una pena che prepara davvero il ritorno nella comunità?
Un invito che va oltre la denuncia
Riccardi conclude con un invito diretto e franco ad Alemanno. Se quelle pagine resteranno solo il racconto di una sofferenza personale, rischieranno di essere archiviate come una parentesi. Se invece diventeranno occasione per una riflessione pubblica seria, laica e trasversale, allora potranno assumere un valore che supera la contingenza.
“Continua a scrivere – è l’esortazione finale – ma non limitarti alla denuncia. Usa questa esperienza per dire ciò che spesso non si ha il coraggio di dire quando si è liberi: che la giustizia senza umanità è solo amministrazione della pena, non costruzione dell’ordine democratico”.
Una chiusura netta, che affida ai Diari dal carcere una responsabilità più grande: ricordare che il carcere non deve diventare un buco nero della Repubblica, ma restare parte viva della sua coscienza civile.












