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Home - Processi, informazione e verità imperfetta: il confronto della Camera Penale di Capitanata

Processi, informazione e verità imperfetta: il confronto della Camera Penale di Capitanata

Al centro del terzo incontro formativo il rapporto tra giustizia, opinione pubblica e media, tra limiti dell’informazione e tutela dei diritti nel processo penale

Di Antonella Soccio
13 Dicembre 2025
in Cronaca, Foggia
Scillitani e Mari

Scillitani e Mari

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Terzo incontro formativo della Camera Penale di Capitanata, presieduta dall’avvocato Massimiliano Mari. Dopo le riflessioni su indagini, processo, convincimento dei giudici e sentenza è arrivato il convegno, moderato dal penalista e past president Giulio Treggiari, dal titolo “Il popolo in tribunale, punizione e opinione pubblica” sul tema del giudicato e della verità imperfetta.

Ospite degli avvocati anche la giornalista Michela Magnifico corrispondente dalla Capitanata di Ansa e del dorso regionale di Repubblica.

“Viviamo la necessità di dover soddisfare le richieste di una informazione che scavi sempre di più nella vita personale, non solo della vittima, ma anche dell’indagato e delle famiglie. È nella morbosità che si rischia di spettacolizzare e di fare dei processi mediatici, che non sono dei processi che si svolgono in tribunale. Io credo che ci sia la necessità di una democrazia informativa, così come è necessario un limite dettato dal buon senso e dal rispetto per la vittima e anche verso chi è sottoposto alle indagini”, ha detto Magnifico.

Ha i suoi paletti ben definiti l’avvocato Treggiari, che più di una volta si è dimostrato assai ostile nei confronti della stampa. “Io non sono contrario al giornalismo d’inchiesta né posso essere contrario al fatto che dei fatti di cronaca diventino informazione per l’opinione pubblica, ma sono contrario quando si varca il confine e tutto diventa spettacolo – ha sostenuto -. Da Giletti vedo uno spettacolo immondo, se avessi un potere assoluto lo avrei già radiato dall’albo. La regola che mi sono posto è quella di non rilasciare interviste, a meno che non sia necessario. Con la stampa gli avvocati si devono limitare a dire quel qualcosa che soddisfa la notizia, perché la virgola e le parole in più alimentano la sequela dei secondo me. Il giornalismo d’inchiesta quando supera un certo limite concorre a creare disagi e pene inimmaginabili, la storia di Girolimoni fa restare con la bocca amara. Non si può pretendere di raggiungere la verità, esistono le verità. Vedetevi Rachomon di Akira Kurosawa, nessuno dà una versione uguale all’altra su un assassinio. A che serve il processo penale? Serve a sconfiggere la criminalità? No, serve per raggiungere la verità? Il processo penale è meravigliosamente un corpo di norme a tutela della difesa del cittadino. Ogni interferenza esterna in questo percorso di regole può portare alla male applicazione di quelle regole”.

Importanti ed erudite le riflessioni dell’avvocato Marco Scillitani componente del direttivo della Camera Penale di Capitanata. “La sentenza non è la verità, né dal punto di vista del diritto né per la stampa. Noi abbiamo delle regole che non possiamo dimenticare, la più importante è quella che norma i rapporti con la stampa. Quello che vedo spesso sui social o sui mass media è una connessione globale con tutti e sono sentenze esibite. Negli ultimi anni le ho viste e mi fanno rabbrividire, l’avvocato non fa assolvere, ma contribuisce ad avvicinarsi alla verità. È dagli States che viene il ridicolo in cui viene affogata la nostra categoria. L’avvocato ha diritto di scegliere chi difendere ma non lo deve dichiarare alla stampa, l’avvocato non è chiamato a giudicare il suo cliente. L’attività va celebrata nell’esercitare il diritto al processo giusto. Dalla notizia del delitto alla volontà di punire da parte dello Stato, noi siamo quelli che devono accertarsi che la scelta punitiva si eserciti nei confronti della persona giusta”.

“Identificare il difensore col suo cliente e poi col reato ha avuto manifestazioni strabilianti”, ha aggiunto Treggiari.

“La Repubblica Italiana deve approvare gli schemi di convenzione che le regioni stipulano con i centri antiviolenza. Mi è capitata la convenzione predisposta dalla provincia autonoma di Trento, in cui si autorizzano i Caf di quella regione ad avere rapporti organici con avvocati, che devono avere due condizioni: uno devono essere donne, e non devono aver avuto mai un ruolo in un processo di violenza sessuale: i maschi non possono essere consulenti dei Caf per il semplice fatto che siamo dei maschi”.

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Tags: AvvocatiCamera Penale di Capitanatacronaca giudiziariaFoggiaGiustiziaInformazioneopinione pubblicaprocesso penale
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