È di sessantacinque pagine (più altre 140 relative alla richiesta della procura) l’ordinanza cautelare che ha portato all’arresto di Francesco Scirpoli, 43 anni detto “Il lungo”, boss di Mattinata e Pietro La Torre, 43 anni, manfredoniano detto “U’ Muntaner” o “Pì-pì”. Con loro anche due indagati sui quali non sono state spiccate misure per mancanza di gravi indizi: si tratta del 55enne boss Matteo Lombardi detto “A’ Carpnese”, originario di Manfredonia, già all’ergastolo per l’omicidio di Giuseppe Silvestri e Luigi Ferro, 54enne di San Marco in Lamis detto “Gino di Brancia”.
Il 20 giugno 2017 Scirpoli, La Torre e forse anche Lombardi avrebbero ucciso ad Apricena due pregiudicati dell’Alto Tavoliere, Nicola Ferrelli e Antonio Petrella, ritenuti vicini al clan Di Summa-Ferrelli attivo tra il territorio apricenese e Poggio Imperiale. Ferro avrebbe fatto da autista, alla guida di una BMW station wagon blu.
Ad incastrare i due arrestati i filmati delle telecamere di un’azienda privata sui quali gli investigatori effettuarono controlli antropometrici relativi alla fisicità e alle movenze di Scirpoli e La Torre. Il video dell’attentato sarebbe stato poi comparato con alcune immagini dei due uomini ripresi durante l’ora d’aria in carcere.
Scirpoli avrebbe usato un kalashnikov, La Torre un fucile calibro 12 e Lombardi una pistola calibro 7.62. I tre sicari scesero dall’auto ed esplosero numerosi colpi nei confronti delle due vittime cagionandone la morte per poi sfracellare i volti, devastando il cranio con ulteriori colpi di arma da fuoco.
Sia il mattinatese che La Torre erano già in carcere per altre vicende, il primo detenuto a Fossombrone, il secondo a Cuneo in regime di 41 bis, carcere duro.
Motivi dell’agguato mafioso
L’agguato mafioso sarebbe scaturito da contrasti tra i clan dell’Alto Tavoliere, Padula-Cursio e Di Summa-Ferrelli, gruppi criminali a loro volta collegati a foggiani, sanseveresi e garganici. Motivo del contendere le ingerenze e gli sconfinamenti di competenze della gestione degli affari illeciti. Sarebbero emersi collegamenti anche con l’omicidio del maggio precedente di Nicola Salvatore detto “Nicolin dieci e dieci”, uomo del clan Testa-La Piccirella di San Severo, ammazzato nella sua città insieme alla moglie Isabella Rotondo all’interno della profumeria della donna.
Ferrelli detto “mezzochilo” avrebbe avuto fino al giorno della sua morte un ruolo di primo piano nel gruppo Di Summa capeggiato da Salvatore Di Summa di cui era cognato.
Il clan Testa-La Piccirella sarebbe legato al clan Padula guidato dal boss Vincenzo Padula, il quale, dopo essere stato ristretto in carcere per 21 anni, avrebbe covato, stando alle carte giudiziarie del Tribunale di Bari, il desiderio di vendicare la morte di fratello e figlio, entrambi uccisi nell’agosto 2013. Un duplice omicidio ancora senza colpevoli.
Tra le motivazioni dietro al delitto del 20 giugno 2017 ci sarebbe anche il fatto che Ferrelli e Petrella avrebbero interferito negli affari del 36enne sanseverese, Angelo Bonsanto sul territorio di Apricena e San Severo. Bonsanto avrebbe definito le vittime due “porci”; in seguito avrebbe chiesto aiuto proprio a Scirpoli e La Torre. Stando all’ordinanza, il pregiudicato sanseverese si occupava di droga, estorsioni e omicidi e sarebbe legato al clan di Rocco Moretti a Foggia e a La Piccirella, a loro volta alleati ai garganici Scirpoli, La Torre e Lombardi.

I pentiti
Decisive le comparazioni tra il video dell’agguato e le immagini registrate nei penitenziari. Le altezze delle persone riprese nell’azione di fuoco sono risultate compatibili con quelle di Scirpoli e La Torre, circostanza confermata da vari pentiti tra cui Marco Raduano, ex boss di Vieste che diede anche la sua disponibilità a collaborare all’agguato. Scirpoli, però, non ritenne opportuno che Raduano prendesse parte all’omicidio, in quanto sarebbe stato più difficoltoso farlo rientrare a Vieste. Vari gli incontri per organizzare l’attentato, tra i partecipanti anche Pasquale Ricucci “Fic secc”, uno dei boss dell’epoca poi ucciso nel 2019 dal clan dei montanari Li Bergolis-Miucci-Lombardone, come indicato dal pentito Matteo Pettinicchio.
Scirpoli avrebbe confessato a Raduano, in presenza di La Torre, di aver ucciso Ferrelli e Petrella specificando di aver cambiato due caricatori di kalashnikov (“hai visto come li abbiamo combinati? Li abbiamo macellati”).
La Torre a Raduano: “Hai visto ad Apricena noi? Noi, quando non siamo sicuri, non… non partiamo a fare l’azione. Lì siamo stati più di una settimana dietro, fin quando abbiamo fatto l’esecuzione quando eravamo certi”.
Commenti anche su Matteo Lombardi: “Non fare come ‘Mba’ Matteo’, ché l’altra volta noi sparavamo dal lato passeggero e lui è andato a sparare con la pistola dal lato quida, per poco non lo prendevamo…”… Nel video si nota infatti una terza persona sparare dall’altro lato rispetto ai primi due killer.
Indicazioni di Raduano anche sulle movenze di La Torre: “E ciak ciak.. (ndr. suono onomatopeico)… tipo le gambe un po’ divaricate, ecco!.. quando cammina, c’ha un modo particolare. Mentre Lombardi e Scirpoli insieme fanno l’articolo ‘il’, Lombardi è bassino e Scirpoli è alto. Per Raduano sarebbe un gruppo consolidato e Ferro avrebbe fatto da “autista fisso”.
Incalzato su Rocco Moretti, grande capo della mafia foggiana, oggi 75enne, soprannominato “Il porco”, Raduano non ha escluso coinvolgimenti: “In quel periodo era lui diciamo che si organizzava della pianificazione di questi omicidi, perché questi due.. questo duplice omicidio è successo quasi in concomitanza con un altro omicidio, di un certo Lombardozzi (factotum dei La Piccirella, alleati dei Moretti, nell’Alto Tavoliere, ndr)”.
“A me Scirpoli mi disse: ‘Dobbiamo dare una mano ai nostri amici su quel… a qued quart, da quella parte’. Poi successivamente mi disse: ‘Zio Rocco (Moretti, ndr) mi ha regalato il T-Max’“. Anche Mario Luciano Romito, ucciso nella famigerata strage di San Marco del 9 agosto 2017, commentò il video dell’agguato di Apricena: “Speriamo che non si sono fatti riprendere dalle telecamere stradali e si vede chiaramente chi sono”.
Sempre Scirpoli avrebbe confermato a Danilo Della Malva, altro collaboratore di giustizia, il coinvolgimento nell’agguato precisando che il “piccoletto” era Lombardi detto “mba Matteo”, il quale, sbagliando, si era messo di spalle dal lato guidatore e, per poco, non veniva colpito dal fuoco incrociato. Le ragioni dell’omicidio devono ricondursi al controllo del territorio, in quanto le due vittime facevano parte del gruppo Nardino di San Severo, contrapposto al gruppo Testa-La Piccirella vicino a Lombardi-Scirpoli e ai foggiani Moretti.
Sostegno alle indagini anche dal pentito mattinatese, Antonio Quitadamo detto “Baffino”. “Scirpoli venne con un tablet e disse: ‘Vedi qua, mi hanno fregato, mi hanno fregato’, ho detto: ‘Chi ti ha fregato?’, ha detto: ‘Vedi qua’, e mi ha fatto vedere la scena dell’omicidio, perché l’hanno pubblicato sulla rete televisiva. Ho detto: ‘Vabbò, solo tu sei un salame di 2 metri?’, dico io a lui, dice: ‘No, ma si vede bene che sono io’, ho detto: ‘Fra’, ma…’, ha detto: ‘Questo sono io’“. E infine, Quitadamo rivolto al pm della DDA: “Dottore, se tu vai in qualsiasi carcere del mondo, in Italia, tutti sanno che è stato Francesco Scirpoli a fare quell’omicidio, perché tutti quelli che lo conoscono… l’hanno identificato. Si vede”.
Si sono rivelate preziose ai fini delle indagini anche le dichiarazioni di altri collaboratori di giustizia, il viestano Gianluigi Troiano, ex braccio destro di Raduano, Carlo Verderosa ex morettiano e Matteo Pettinicchio, ex braccio destro di Enzo Miucci, boss dei montanari Li Bergolis-Miucci-Lombardone.











