Era il 17 settembre 2020, alle 14.10, quando un gruppo criminale fece irruzione in un bar di Foggia. L’obiettivo apparente era l’incasso, ma dietro quel gesto c’era la volontà di imporre violenza e potere. Il titolare, Francesco, che con il suo lavoro garantiva dignità e occupazione a 14 famiglie, venne picchiato selvaggiamente. Dopo giorni di agonia nel reparto di Rianimazione del Policlinico Riuniti, perse la vita.
Cinque anni dopo, il nipote Alfredo Traiano affida a una lettera parole di dolore e di rabbia, rivolte a una città e a istituzioni che, dice, non hanno mantenuto le promesse di rinascita nate da quella tragedia.
La denuncia: “La memoria è stata inghiottita dall’oblio”
“Nei giorni della morte di mio zio – scrive Traiano – tutti promisero che quella vita spezzata sarebbe stata un monito, un punto di svolta per reclamare legalità e sicurezza. Eppure, a distanza di tempo, quel sangue sembra non essere stato davvero ripulito: la memoria si è affievolita e la città ha lasciato che il dolore scivolasse via, inghiottito dall’oblio”.
Parole che suonano come un atto d’accusa verso l’indifferenza e la rassegnazione. “Oggi l’illegalità continua a dilagare nelle nostre strade – prosegue – mentre i cittadini onesti restano abbandonati all’amarezza e alla paura che un giorno la violenza possa colpire anche loro”.
“Francesco doveva essere un simbolo di rinascita”
Per il nipote, la morte di Francesco avrebbe dovuto rappresentare il punto di partenza per una lotta vera alla criminalità. “Avevo sperato che Francesco potesse essere il simbolo di una rinascita, l’inizio di una lotta per la legalità e per la presenza concreta dello Stato. La sua memoria non può e non deve essere dimenticata. La sua vita deve restare un faro acceso per tutti noi, perché ogni cittadino onesto merita di vivere senza paura”.
L’appello allo Stato
Il messaggio di Traiano si conclude con un monito chiaro: “Il vero riscatto arriverà solo quando la giustizia non sarà più una promessa, ma una presenza concreta nelle nostre strade, nelle nostre attività e nelle nostre famiglie. Fino a quel giorno, il sangue versato non avrà trovato pace”.
Un appello che richiama la necessità di non dimenticare e di trasformare la memoria di Francesco in impegno civile e istituzionale contro la criminalità.











