La Corte d’appello di Bari ha concesso gli arresti domiciliari, con obbligo di braccialetto elettronico e lontano da Foggia e dalla Puglia, a Mario Clemente, 35 anni, considerato il primo dissociato della storia della “Società foggiana”. L’uomo era stato condannato in primo grado a 11 anni per associazione mafiosa nell’ambito del processo “Decimabis”, l’inchiesta sul racket che tra il 2020 e il 2021 portò a 44 arresti.
La terza sezione della Corte ha accolto l’istanza difensiva, ritenendo attenuate le esigenze cautelari. A pesare sulla decisione i sei anni di carcerazione preventiva già scontati, l’assoluzione ottenuta da Clemente in un precedente processo per estorsione e le dichiarazioni spontanee rese nei mesi scorsi in aula, in cui ha preso le distanze dalla criminalità organizzata senza però chiamare in causa complici o altri affiliati.
Le parole del dissociato
Nel maggio scorso, durante il processo di secondo grado, Clemente aveva scandito in aula: “Intendo comunicare la mia piena volontà di dissociarmi dal sodalizio criminale cui si fa riferimento e da qualsiasi contesto che fa parte dell’illegalità. Negli ultimi anni ho intrapreso un percorso spirituale, che si è concretizzato col mio battesimo come testimone di Geova. Il resto della mia vita lo voglio usare servendo Dio, attenendomi alle norme esposte nella Bibbia, volendo essere un cittadino onesto e rispettoso della legge; e comportandomi in maniera pacifica con il mio prossimo”.
Parole che non lo rendono un pentito, ma un dissociato: figura diversa, che non collabora con la giustizia ma dichiara di voler abbandonare definitivamente il proprio passato criminale.
Le accuse nel processo “Decimabis”
Secondo l’accusa, Clemente era inserito nel clan Sinesi-Francavilla e avrebbe avuto il compito di supportare il sodalizio nelle attività estorsive, occupandosi delle richieste di denaro e della consegna dei proventi destinati al mantenimento degli affiliati. La Dda lo aveva inoltre inserito tra una decina di scissionisti che nel 2018 tentarono di separarsi dalla batteria madre.
Il suo nome compare in diverse inchieste: nel 2011 (operazione “Blauer”) venne arrestato come fiancheggiatore di Franco Li Bergolis, storico capo del clan montanaro, che durante la latitanza si sarebbe nascosto anche nel podere di Clemente a borgo Cervaro, alle porte di Foggia. Nel 2019 fu coinvolto in un blitz antiracket ma assolto e scarcerato dopo due anni e mezzo di preventiva. Poche ore dopo quell’assoluzione, nel novembre 2020, venne nuovamente arrestato nell’operazione “Decimabis”.
Noto il legame tra Clemente e i montanari: Franco Li Bergolis e l’attuale reggente Enzo Miucci comparirono tra gli ospiti della prima comunione di una figlia di Clemente.
Le testimonianze dei pentiti
Le accuse a suo carico derivano principalmente dalle dichiarazioni di quattro collaboratori di giustizia: i foggiani Carlo Verderosa, Giuseppe Folliero e Giuseppe “Pino Capellone” Francavilla, e il viestano Danilo Della Malva detto “U’ Meticcio”. Alcuni lo collocarono tra gli uomini del clan Sinesi-Francavilla, altri tra i dissidenti interni. C’è chi parlò della sua amicizia con esponenti dei montanari e chi lo indicò come parte di un commando armato che nel 2016 avrebbe tentato, senza successo, di uccidere il boss rivale Rocco Moretti.
Accuse sempre respinte da Clemente, che ora, con il nuovo status di dissociato, spera di convincere i giudici della sua volontà di lasciarsi alle spalle il passato criminale.










