È gigantesco il fascicolo di “Mari e Monti”, maxi operazione dello scorso anno contro il clan dei montanari Li Bergolis-Miucci. Migliaia di pagine di ricostruzioni, intercettazioni e storia della mafia garganica in informative e rapporti di carabinieri del Ros e Guardia di Finanza. Dalla faida di Monte Sant’Angelo fino ai giorni nostri. In mezzo il potere di Ciccillo Li Bergolis alias “Calcarulo”, passato prima ai nipoti Matteo, Armando e Franco e infine ad un altro nipote, Enzo Miucci detto “U’ Criatur”.
Ciccillo è stato ucciso da ignoti nel 2009 con colpo di grazia in pieno volto, Matteo e Armando Li Bergolis stanno finendo di scontare circa 27 anni di galera mentre il fratello minore Franco è all’ergastolo. Si trova in carcere anche Miucci, dietro le sbarre a Sassari, con una serie di processi pendenti. Ma le carte dell’inchiesta evidenziano la capacità dei boss di gestire i traffici illeciti anche dai penitenziari.
Le intercettazioni delle utenze telefoniche in uso ai familiari di Miucci hanno fatto emergere un quadro inquietante: il boss dei montanari, nonostante la detenzione prima a Foggia e poi a Nuoro, continuava a dirigere i propri affari criminali grazie a una rete di parenti e sodali. A svolgere il ruolo di longa manus all’esterno era il cognato Lorenzo Scarabino, affiancato da Antonio Miucci (figlio di Enzo), mentre le direttive partivano direttamente dal carcere, trasmesse durante i colloqui con la moglie Marilina Scarabino e il figlio, oppure tramite un telefono cellulare “abusivo” introdotto all’interno della struttura di massima sicurezza.
Il ruolo di Villani e i rapporti con la batteria Sinesi-Francavilla
Fondamentale, nel garantire a Miucci la possibilità di comunicare con l’esterno, il contributo di Patrizio Villani, oggi collaboratore di giustizia, uomo di fiducia della batteria foggiana Sinesi-Francavilla, già condannato a 30 anni per l’omicidio di Roberto Tizzano e il ferimento di Roberto Bruno nell’assalto armato al bar H24 di Foggia. Villani, detenuto nella stessa sezione di Miucci, avrebbe messo a disposizione telefoni e utenze anche per Ciro Francavilla, rinsaldando così il legame tra la Società foggiana e il clan dei montanari, già emerso in precedenti inchieste e processi. Le indagini hanno inoltre appurato che Villani e Francavilla erano stati collocati nella stessa cella, condividendo l’utilizzo dei dispositivi illeciti.
I pentiti e le risate per il soprannome
Durante i colloqui in carcere con la moglie Marilina Scarabino e il figlio Antonio, Enzo Miucci non esitava a commentare le vicende dei clan rivali, soffermandosi in particolare sui pentimenti che stavano scuotendo la batteria avversaria. “Stanno tre pentiti adesso”, le parole di Maria Gaetana Santoro, madre del viestano Claudio Iannoli, nel commentare un articolo de l’Immediato. Nel corso di una conversazione intercettata, Antonio Miucci parlava dei collaboratori di giustizia paragonandoli a Totò Riina, osservando come “si stanno pentendo uno dietro l’altro”. Nei dialoghi emergevano anche riferimenti agli articoli di stampa, che venivano letti e discussi in famiglia, a dimostrazione di come il boss dei montanari fosse costantemente aggiornato sulle defezioni interne al fronte criminale opposto e seguisse con attenzione le evoluzioni giudiziarie che riguardavano la Società foggiana.
Emerge anche l’ironia con cui Miucci commentava i soprannomi attribuitigli dalla stampa e dai rivali. In una conversazione con i familiari, si lasciava andare a una risata quando Claudio Iannoli ricordava il nomignolo con cui veniva indicato. “Come mi chiamano?”, chiedeva il boss. E Iannoli: “’o criatur”. La moglie Scarabino: “Che caricatura (ride)”. Miucci: “La senti a lei… e ride…”. Miucci scherzava e rideva, mostrando quasi compiacimento per quella caricatura che circolava sul suo conto, segno della sicurezza con cui continuava a muoversi anche dal carcere, nonostante la detenzione in regime di alta sicurezza.
Una rete di contatti tra clan in carcere
La casa circondariale di Nuoro si è trasformata in un vero e proprio crocevia criminale. Oltre a Miucci e Villani, erano detenuti anche figure di spicco come Marco Raduano, capo del clan di Vieste legato inizialmente a Miucci e poi al gruppo Lombardi-Scirpoli-La Torre, e Daniele De Cotiis, genero di Severino Testa di San Severo. La comune appartenenza geografica – secondo gli inquirenti – ha favorito la nascita di una rete di mutua assistenza che ha permesso a Miucci di godere di particolari benefici durante la detenzione. Villani si occupava di smistare le utenze punto-punto anche all’esterno, garantendo così un flusso costante di comunicazioni tra i detenuti e i familiari.
L’attentato al fratello e i sospetti di Miucci
Nonostante la detenzione, Miucci era a conoscenza di dettagli precisi sull’attentato al fratello Dino, attualmente detenuto a Siracusa sempre per “Mari e Monti”, segno evidente di contatti telefonici diretti con il parente. Commentando la vicenda, aveva affermato che i killer avevano atteso il suo ingresso in carcere per colpire e che si trattava certamente di due soggetti armati di fucili. Dichiarazioni che, secondo gli inquirenti, non potevano derivare solo dalle notizie di stampa.
Il collaboratore Matteo Pettinicchio ha aggiunto un tassello ulteriore, affermando che “l’attentato è stato fatto dalle stesse mani che fecero quella volta in campagna”. Una frase che, secondo gli investigatori, potrebbe riferirsi a un precedente episodio criminoso ai danni di uno dei sodali dei montanari, avvenuto nelle campagne e non portato a termine.
Un sistema che sfida il carcere di massima sicurezza
Il quadro che emerge dalle indagini conferma come, nonostante lo stato di detenzione in una struttura di massima sicurezza, Miucci sia riuscito a mantenere il controllo sugli affari criminali. Grazie a una rete di parenti, complici e detenuti compiacenti, il boss ha continuato a tessere i suoi interessi, rafforzando i rapporti con la batteria Sinesi-Francavilla e consolidando l’asse tra la Società foggiana e il clan dei montanari. Un sistema che, ancora una volta, ha messo in luce le falle e le criticità nella gestione carceraria e nella lotta ai sodalizi mafiosi.












