Un flusso continuo di assegni, bonifici bancari, società di comodo e favori. Un intreccio tra affari, politica e criminalità organizzata che, secondo l’ordinanza cautelare da cui emergono nuovi dettagli, ruotava intorno a un unico obiettivo: ripulire e reinvestire il denaro sporco della malavita cerignolana. Nel mirino della procura, l’imprenditore Antonio Liseno, titolare del resort di lusso “San Barbato” a Lavello, in Basilicata. Le carte svelano un sistema articolato che avrebbe fatto capo al cosiddetto gruppo cerignolano Saracino-Cartagena, riconducibile a Pasquale Saracino detto “Lino U’ Negr”, 50 anni e Sante Cartagena alias “Il vecchio”, 67 anni, entrambi arrestati nel maxi blitz di procura e finanza di Potenza.
Riciclaggio e favori elettorali
La trama non si limita alle transazioni finanziarie. Il linguaggio usato tra gli interlocutori svela il ruolo di “favori promessi e non mantenuti”, richieste di incarichi, appuntamenti politici (Liseno avrebbe versato 100mila euro per ottenere sostegno elettorale) e un clima da regolamento di conti.
La figura di Antonio Liseno emerge come beneficiario di trasferimenti da società in odor di riciclaggio. In un’intercettazione si legge che “il dieci è tornato indietro”, ma che comunque il bonifico verrà rifatto, come avvenuto in altre occasioni. L’imprenditore non è solo destinatario di fondi, ma anche presunto terminale di una rete che si reggeva su società-filtro e operazioni apparentemente lecite.
Liseno avrebbe svolto un ruolo attivo nel reinvestimento di capitali illeciti per conto di esponenti della criminalità organizzata cerignolana, in particolare il clan Piarulli, famiglia storica del malaffare in provincia di Foggia, più volte indicata nelle relazioni semestrali della Direzione investigativa antimafia.
È dalle parole di Angelo Finiguerra detto “O’ Sergente”, intercettato dagli inquirenti, che emerge un quadro inquietante. In un passaggio chiave di una conversazione, Finiguerra racconta – come già anticipato da l’Immediato giorni fa – che Liseno avrebbe acquistato a Cerignola un’ex caserma dei carabinieri, per conto della famiglia Piarulli: “Sta mischiato con i Piarulli, fa paura veramente. Conosci a Piarulli, sai chi è Piarulli? Quello si è fatto 28 anni. Per loro ha comprato l’ex caserma vecchia dei carabinieri”. Secondo Finiguerra, lo scopo dell’operazione era costruire appartamenti. Ma nella ricostruzione degli investigatori, dietro la facciata immobiliare si celava molto altro: “Devono fare appartamenti, riciclaggio, solo riciclaggio!”.
I legami con la criminalità e i boss delle rapine
Le intercettazioni e le testimonianze riportate nell’ordinanza collegano il gruppo Cartagena ai clan attivi in Calabria, Lucania e Capitanata. Alcuni degli interlocutori parlano esplicitamente di Saracino che avrebbe reinvestito i proventi delle attività illecite aprendo negozi fuori regione. I collaboratori di giustizia raccontano legami, affari e rapine ai caveau.
Uno di loro, Filippo Cirulli, spiega di aver partecipato a numerosi colpi fino al 2015 raccontando anche che alcuni soldi sarebbero stati investiti a Melfi, zona dove operava Liseno, e che Sante Cartagena aveva come socio nella ricettazione un certo “Menniello”.
C’è poi una intercettazione tra Finiguerra e tale Carnevale: “Allora lui (parlerebbe di Liseno, ndr)… loro si appoggiano anche per investire! Cioè l’operazione che a Cerignola fa… ma secondo te tu di Lavello vai a fare un’operazione a Cerignola? Un’impresa di Lavello? Un costruttore? Cerignola che è un paese che …”. Carnevale: “Quindi lui fa il prestanome per conto dei Piarulli?”. Finiguerra: “È il re della mafia garganica è là! Tu entri in quel paese? Tu, tu se vai a Cerignola trovi, trovi… eee … e ti vai ad aprire un negozietto! Fai una brutta fine! Tu … addirittura lui è arrivato a costruire là!”. Carnevale: “Quindi lui lavora per i Piarulli?”. Finiguerra: “Si, si, si! E hanno fatto questo investimento insieme! Non so se …uumh… ma è coperto da loro!”.
Il ponte tra Milano e Cerignola, la Rolls Royce e il sabato in terrazza
Nel complesso intreccio che ha portato alla scoperta del sistema di riciclaggio legato al gruppo Cartagena, una posizione non secondaria sarebbe occupata proprio dalla famiglia Piarulli, originaria di Cerignola, ma ormai radicata da tempo in Lombardia, in particolare nella zona di Milano-Rozzano. A confermarlo è uno dei collaboratori di giustizia escussi nel procedimento, che ha riconosciuto Piarulli indicandolo come “un boss, un pezzo grosso” e specificando che “vive a Milano e quando andava a Cerignola si fermava da Arcangelo, uno che ha uno sfregio in faccia”, dovrebbe trattarsi di Arcangelo Brandonisio, nome di peso della mala cerignolana, detto proprio “lo sfregiato”. Tra i membri citati anche Michele Piarulli. Entrambi non sono indagati in questo procedimento, ma sono ben noti agli inquirenti per la maxi operazione antimafia “Cartagine” degli anni ’90 contro la mafia cerignolana. I Piarulli vennero condannati a numerosi anni di carcere ampiamente scontati.
Ulteriori elementi emersi nell’ordinanza evidenzierebbero una personalità “drammaticamente antigiuridica” di Liseno. Gli inquirenti hanno elencato alcune circostanze in particolare: l’acquisto da parte di Liseno di un’autovettura d’epoca Rolls Royce da una società intestata a G.L., ma di fatto nella disponibilità di Michele Piarulli; la presenza di Piarulli e G.L. di sabato sulla “Terrazza Bellavista” dell’Hotel “San Barbato, Resort, Spa & Golf” di Lavello l’1 aprile 2023; e ancora, l’impiego, per la realizzazione di una sala del Resort, di una impresa che, secondo un esposto anonimo sarebbe, di fatto, gestita dalla famiglia Piarulli. In una intercettazione due persone avrebbero discusso, con un certo risentimento, dell’affidamento di lavori da eseguire al San Barbato ipotizzando che ciò derivasse dall’influenza di “quelli di Milano” ossia i Piarulli.












