Due nuovi volumi, una platea grigia e una narrazione che sa di passato remoto. La Fondazione dei Monti Uniti di Foggia ha celebrato con pompa e compiacimento il proprio trentennale con la presentazione ufficiale di due pubblicazioni: Il patrimonio artistico e Al servizio del territorio. Ma più che un inno alla vitalità culturale, l’evento tenutosi il 25 giugno nella sala “Rosa del Vento” ha rappresentato l’ennesima dimostrazione di quanto questa istituzione sembri sempre più autoreferenziale, scollegata dalla realtà cittadina e incapace di parlare alle nuove generazioni.
A guidare la cerimonia Filippo Santigliano, nuovo presidente eletto per acclamazione, affiancato dal past president Aldo Ligustro e dal critico d’arte Gianfranco Piemontese. Figure di assoluto rilievo, certo, ma con una visione che pare ancora quella di una Foggia degli anni ’90: raccolta, elitaria, chiusa nella contemplazione di se stessa. Basta guardare la foto della platea per rendersene conto: un pubblico composto quasi interamente da ultrasessantenni, tra ex accademici, funzionari in pensione e i soliti nomi dell’ambiente culturale foggiano. Di giovani, nemmeno l’ombra. Di studenti, neppure l’idea.
Due libri ben fatti, ma per chi?
I due volumi presentati – uno dedicato alla collezione artistica della Fondazione, l’altro alle attività svolte tra il 2021 e il 2025 – sono prodotti editoriali curati e raffinati. Ma a chi si rivolgono realmente? Al di là dei toni celebrativi, delle fotografie patinate e dei contributi autorevoli, manca completamente una riflessione concreta su come questi contenuti possano dialogare con il presente. L’intervento di Santigliano, pur animato da buone intenzioni, ha ricalcato lo stesso copione di sempre: elogi all’impegno, alla memoria, alla bellezza… ma nessuna idea su come coinvolgere i giovani, su quali strumenti utilizzare per trasformare la Fondazione in un luogo vivo e inclusivo, capace di attrarre energie fresche. La città reale, quella fatta di precarietà, giovani senza spazi e cultura senza risorse, è rimasta fuori dalla sala, ancora una volta.
Un’occasione mancata
L’evento del 25 giugno poteva essere un momento di svolta, un nuovo inizio. Ma si è rivelato l’ennesima messa cantata tra pochi fedeli. Con una Fondazione che continua a parlarsi addosso, senza porsi la vera domanda: che cosa vogliamo diventare nei prossimi trent’anni?
Forse è tempo di smettere di “celebrare” e iniziare a “cambiare”. Ma per farlo serve coraggio, apertura e – soprattutto – ascolto. Non bastano più i volumi da scaffale. Serve una Fondazione che non sia solo dei nonnini uniti, ma dei cittadini uniti, davvero. Anche di quelli nati dopo il 1990.














