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Home - “Mi hanno mandato quelli forti e tosti”. Tentò un’estorsione per conto dei montanari: Cassazione boccia ricorso di Ciccone

“Mi hanno mandato quelli forti e tosti”. Tentò un’estorsione per conto dei montanari: Cassazione boccia ricorso di Ciccone

Corte Suprema implacabile contro un nome storico della malavita foggiana. Confermata la misura cautelare con l'accusa di aver agevolato il clan Li Bergolis

Di Redazione
23 Giugno 2025
in Cronaca, Gargano
Marino Arturo Pio Ciccone

Marino Arturo Pio Ciccone

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La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da Marino Arturo Pio Ciccone, 66 anni, foggiano, nome noto alla criminalità, già condannato per la strage del Bacardi del primo maggio 1986. L’uomo, sottoposto a sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno, si è visto confermata l’ordinanza del tribunale del riesame che aveva disposto la custodia cautelare in carcere nell’ambito dell’operazione “Mari e Monti” contro il clan dei montanari Li Bergolis-Miucci. Ciccone è accusato di tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso e danneggiamento seguito da incendio, reati commessi in concorso e finalizzati ad agevolare l’organizzazione garganica.

L’attentato incendiario e i legami mafiosi

Al centro dell’indagine, un episodio avvenuto il 1° gennaio 2021 a danno di un’impresa dove vennero fatti esplodere diversi candelotti per incendiare sei mezzi parcheggiati, l’intero archivio documentale e altri beni. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, Ciccone avrebbe avuto un ruolo chiave: non solo incontrò il giorno prima dell’attentato i due esecutori materiali, Orazio La Torre e Raffaele Palena, ma avrebbe anche riferito alla vittima una richiesta di “tangente”, sostenendo di essere stato mandato da “quelli forti e tosti”, ovvero da soggetti noti per la loro pericolosità e affiliati al clan garganico.

Il ricorso e la difesa

Il legale di Ciccone ha contestato la legittimità della misura cautelare, lamentando un’errata applicazione dell’aggravante mafiosa e una motivazione contraddittoria da parte del tribunale. In particolare, ha sostenuto che l’incontro con gli esecutori poteva avere un’altra lettura e che la presunta minaccia fosse viziata dal fatto che tra Ciccone e la vittima esistesse un rapporto di amicizia, e non una reale intimidazione mafiosa. Inoltre, secondo la difesa, il collegamento tra Ciccone e il clan sarebbe troppo labile, fondato solo sulla conoscenza personale degli affiliati.

La posizione della Cassazione

La Suprema Corte, tuttavia, ha respinto in toto il ricorso, giudicandolo “aspecifico e generico”. I giudici hanno ribadito che il tentativo di estorsione si è sviluppato con modalità tipicamente mafiose, ben rappresentate da una conversazione ambientale intercettata il 14 gennaio 2021 in cui Ciccone racconta di aver trasmesso la richiesta estorsiva a nome di soggetti legati al clan Li Bergolis. La stessa Corte ha sottolineato come l’indagato avesse legami stabili e non occasionali con Palena e La Torre, già appartenenti al sodalizio criminale garganico.

Il provvedimento ha evidenziato la piena consapevolezza dell’indagato circa la finalità mafiosa del gesto, con l’obiettivo di rafforzare il potere del clan nel territorio e garantire risorse economiche al sodalizio.

La condanna accessoria

Per effetto dell’inammissibilità del ricorso, Ciccone è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e a un’ulteriore sanzione pecuniaria di 3.000 euro a favore della Cassa delle ammende. La sentenza è stata firmata dalla presidente Mariapaola Borio e dal consigliere estensore Sergio Beltrani.

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Tags: cicconeLi Bergolis
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