C’è una città che vive nel silenzio della notte, interrotto solo da esplosioni. Una città dove un ordigno può devastare un negozio nel cuore di via Bari – a pochi passi da case, bar, famiglie – mentre a una manciata di chilometri di distanza, nello stesso arco di tempo, salta in aria il postamat di un ufficio postale a Orta Nova. È il Foggiano che esplode. Letteralmente. Una terra che, a distanza di anni, resta ostaggio di una violenza diffusa e ormai interiorizzata, normalizzata. Una terra che appare sempre più come una zona franca, una periferia dimenticata dello Stato.
Foggia oggi è una città in cui una ragazza può essere aggredita da uno sconosciuto in pieno giorno, nel centro cittadino. Dove le donne iniziano a camminare con paura anche quando il sole è alto. Dove, pochi giorni dopo, un gruppo di adolescenti si organizza per vendicarsi dell’aggressione subita da una loro coetanea, picchia un giovane straniero e filma tutto col cellulare, pubblicando il video sui social, tra gli applausi virtuali di decine di utenti. Scene da Far West urbano, dove la giustizia privata prende il posto di quella pubblica, alimentando un clima di tensione, istinto e pericolosa polarizzazione sociale.
Nel frattempo, le forze dell’ordine fanno quello che possono. Ma sono sotto organico da anni, in un territorio che ospita una delle mafie più feroci d’Europa, la quarta mafia, riconosciuta da ogni analisi investigativa come una delle organizzazioni più violente e imprevedibili del Paese. Una mafia silente, che non spara sempre ma controlla, condiziona, impone. E quando serve, torna a colpire: lo fa con la bomba a un’attività commerciale, lo fa nei confronti di chi “non si adegua”, lo fa assaltando sportelli bancomat come se fosse routine.
Non è più solo criminalità. È anarchia.
Non c’è più solo il problema della bomba che esplode. C’è una collettività disillusa, che non denuncia quasi più, che si limita a filmare, a commentare, a condividere rabbia sui social. Che sostituisce la fiducia nelle istituzioni con il tifo da tastiera per chi “si fa giustizia da solo”. Un grido silenzioso di abbandono, quello che si legge tra i commenti. Ma anche una pericolosa deriva collettiva, che rischia di creare nuove vittime, nuove ingiustizie e nuovi carnefici.
A Foggia, la bomba è diventata un linguaggio, l’agguato un codice, la vendetta un gesto legittimato. Lo Stato sembra distante, l’amministrazione locale balbetta. La criminalità avanza dove lo Stato arretra, e la gente si difende come può, come crede. Il rischio però è che si perda il controllo. Che la rabbia si trasformi in altro. Che il disagio sociale, l’insicurezza e la paura diventino l’unica bussola di convivenza.
Eppure Foggia non è una città perduta, come ha ricordato in queste ore il presidente di Confcommercio. È una terra ferita, dove ogni bomba, ogni aggressione, ogni vendetta ripresa con lo smartphone è un colpo inferto alla speranza. Ma è anche una terra che ha energie vive, imprenditori che resistono, giovani che vogliono restare, cittadini che non si rassegnano.
Per questo servono misure straordinarie, una presa di coscienza nazionale, presìdi reali, uomini, risorse, progetti sociali, strumenti di legalità. E soprattutto presenza dello Stato. Visibile, concreta, credibile. Perché una città abbandonata è una città che implode. E Foggia sta già scricchiolando.










