Un piano per uccidere Rocco Moretti, nome storico della “Società Foggiana”, detto “il porco”, organizzato nel silenzio di un appartamento a Foggia, mentre lui – da poco tornato in libertà – si recava ogni giorno a firmare in caserma a San Giovanni Rotondo. È questo lo scenario svelato al pm Bruna Manganelli da tre collaboratori di giustizia, le cui dichiarazioni sono ora agli atti del processo “Game Over”, in corso a Foggia contro 19 imputati accusati di traffico e spaccio di cocaina con l’aggravante mafiosa.
Il presunto regista del complotto sarebbe stato Antonio Salvatore, detto “Lascia Lascia”, figura di primo piano del clan Sinesi-Francavilla, alleato dei montanari Li Bergolis-Miucci. L’obiettivo: eliminare il rivale Moretti, protetto in quel periodo dal clan Lombardi-Ricucci, storico alleato della famiglia Moretti. Ma la guerra non era a senso unico: anche Salvatore era nel mirino e rischiava di essere ucciso mentre si recava in scooter presso una comunità per tossicodipendenti.
Il racconto di Gianluigi Troiano: “Stavamo organizzando l’agguato”
È Gianluigi Troiano detto “U’ Minorenn”, ex fedelissimo dei Li Bergolis passato poi dalla parte dei Lombardi, oggi collaboratore di giustizia, a fornire la ricostruzione più dettagliata. Nell’interrogatorio del 28 febbraio ha riferito che si trovava a casa di Salvatore a Foggia insieme a Girolamo Perna alias “Peppa Pig” (poi assassinato nel 2019 a Vieste), quando si discuteva dell’agguato a Moretti. Il boss, racconta Troiano, andava a firmare in caserma accompagnato dalla figlia, e Salvatore avrebbe illustrato modalità e percorso del delitto.
A inviare Perna da Salvatore fu Enzo Miucci detto “U’ Criatur”, reggente dei Li Bergolis. Ma Troiano, doppiogiochista, già in contatto con i Lombardi, riferì tutto ai rivali, svelando il piano. L’attentato non andò mai in porto: l’arresto di Perna e altri problemi logistici bloccarono l’esecuzione.
In tre per eliminare “Lascia Lascia”
Negli stessi mesi, però, anche Salvatore era diventato un bersaglio. Lo conferma Marco Raduano, passato ai Lombardi dopo l’omicidio del cognato Giampiero Vescera nel 2016. Nei suoi verbali, datati 20 giugno 2024 e 20 marzo 2025, il boss viestano spiega che si parlava di eliminare “Lascia Lascia”, considerato pericoloso perché parte del gruppo di fuoco dei Sinesi-Francavilla. Un omicidio da affidare a Raduano stesso, insieme a Francesco Scirpoli detto “Il lungo” e Pietro La Torre “U’ Muntaner”. Anche in questo caso, però, non si arrivò mai all’azione: furono attivati solo i “bacchetti”, i pedinatori, per monitorare gli spostamenti del bersaglio verso la comunità semiresidenziale.
Raduano aggiunge un dettaglio cruciale: Salvatore avrebbe fornito le armi a Perna per colpire proprio lui. Una vendetta personale che rendeva ancora più esplosiva la situazione.
Il tassello di Pettinicchio: “Lo volevano prendere vivo”
Chiude il cerchio il pentito Matteo Pettinicchio, ex braccio destro di Miucci. Nei freschi verbali del 5 e 28 marzo scorsi racconta di aver appreso in carcere, nel 2016, che il gruppo Raduano voleva eliminare Salvatore, “perché troppo vicino a noi dei Li Bergolis”. Ma l’obiettivo non era solo ucciderlo: “Lo volevano prendere vivo”, afferma il collaboratore, per la sua vicinanza strategica a Miucci, allora in piena guerra criminale.
Le accuse e le difese in aula
Nel processo “Game Over”, sia Antonio Salvatore sia Rocco Moretti, si dichiarano innocenti. Ma le dichiarazioni incrociate dei pentiti, che svelano i retroscena di alleanze, tradimenti e tentati omicidi tra Foggia e il Gargano, aggiungono un nuovo tassello alla mappa della mafia foggiana. Un’organizzazione che non ha mai smesso di pianificare la morte. Anche quando sembrava tutto silenzioso.











