Sala delle conferenze del TH Carpegna Palace a Roma. All’azienda di sicurezza alimentare BonassisaLab SpA viene conferito l’Italy Food Awards, ovvero l’Oscar dei produttori agroalimentari italiani. È il 15 dicembre 2024. L’imprenditrice foggiana Lucia Bonassisa, che ritira il premio, non nasconde un filo di commozione: “Un onore per la mia azienda e per i miei collaboratori, ai quali dedico questo nuovo traguardo, conseguito con sacrifici e, soprattutto, con passione”.
È il secondo riconoscimento prestigioso per BonassisaLab negli ultimi due anni. Il 30 novembre 2023, nella cornice della Sala della Regina a Montecitorio, l’azienda con sedi anche a Ravenna e Ferrara era stata inserita tra le 100 Eccellenze Italiane. “Mi piace pensare che la strada intrapresa quasi vent’anni fa sia quella giusta”, aveva commentato la CEO.
Un riconoscimento dal valore intrinseco altissimo: a BonassisaLab SpA viene riconosciuta l’attività complessa a tutela dei consumatori e a garanzia dei produttori. L’azienda, con sede nel cuore dell’area industriale di borgo Incoronata, è oggi tra le prime realtà italiane specializzate in sicurezza alimentare, un settore chiave dell’Agenda 2030 dell’ONU. A supporto del lavoro scientifico e divulgativo è nato anche un house organ, Blab Magazine, diretto dal giornalista Davide Grittani, con un comitato scientifico formato da accademici e ricercatori di prestigio, tra cui Gianluca Giorgi, Luciano Navarini, Giovanni Mita, Angelo Visconti, Giancarlo Colelli e Giancarlo Calcagni.
L’idea di fondare nel 2007 un’azienda dedicata alla sicurezza alimentare poteva sembrare, all’epoca, un’impresa velleitaria, quasi pionieristica. Ma siamo nella “Food Valley” del Mezzogiorno, in provincia di Foggia, un’area con un ventaglio produttivo agricolo tra i più ampi d’Europa. Ne abbiamo parlato in questa intervista esclusiva con Lucia Bonassisa, biologa e fondatrice dello stabilimento BLab.
Cosa significa oggi per un’azienda come la vostra fornire garanzie di certificazione ai produttori e, indirettamente, anche ai consumatori, che devono necessariamente fidarsi di voi?
“Noi ci occupiamo di food, ovvero tutto ciò che mangiamo e beviamo, dai cibi della più variegata estrazione all’acqua del rubinetto. Verifichiamo la presenza negli alimenti di potenziali contaminanti in grado di nuocere alla salute della gente. Questo il fulcro della nostra attività. Un lavoro di grande responsabilità, noi ci occupiamo soprattutto di prevenzione. Siamo interessati a tutto ciò che previene l’insorgenza di un malanno, di una malattia attraverso il cibo. È la nostra mission. Facciamo il “blocco” e lo “sblocco” di un prodotto prima che arrivi sul bancale della grande distribuzione. E quindi prima che arrivi al consumatore finale. Pensi cosa accadrebbe se sbagliassimo una valutazione, comunicassimo un dato difforme dalla realtà: sarebbe un danno replicabile su una moltitudine di consumatori. Oppure pensi cosa accadrebbe se facessimo un’analisi di segno opposto, bloccando la distribuzione di alimenti invece regolarmente commestibili. Un danno che, in entrambi i casi, si ripercuoterebbe oltre che sui consumatori finali anche sulla credibilità del brand, sulla sua immagine, sul suo volume di affari. Va inquadrato in questi termini il senso della nostra responsabilità d’impresa”.
La vostra impresa trae origine dal controllo di qualità sul grano duro per Barilla. Oggi il ventaglio delle attività si è di molto allargato. Di quali alimenti in particolare vi occupate?
“La nostra sfera di competenza è la produzione primaria, sviluppiamo controlli sul prodotto agricolo. Facciamo verifiche sul fresco, quindi ortofrutta e verdura, e anche sul semilavorato. Mi riferisco alle insalate in busta che troviamo al supermercato. Ci soffermiamo anche sul prodotto trasformato, dalle merendine ai biscotti per la grande distribuzione. Abbiamo un approccio stabile sul controllo di qualità di tutta la filiera agroalimentare. Continuiamo a occuparci della filiera cerealicola, naturalmente: la qualità del grano, le modalità utilizzate per la coltivazione. Controlliamo le farine prima della vendita e le paste alimentari. Il nostro è un approccio di filiera a 360 gradi, dalla produzione primaria al trasformato di tutto il food. Nella nostra sfera rientrano anche pesce e carni”.
Un’azienda privata che svolge controlli di pubblica utilità. Quante aziende si rivolgono a voi, qual è il vostro portafoglio clienti?
“Abbiamo circa 2.000 marchi che fanno riferimento al laboratorio di Foggia, ma i nostri tecnici sono richiesti un po’ dappertutto sul territorio nazionale dalle aziende già nostre clienti. Siamo laboratorio di riferimento sul pomodoro di Pachino in Sicilia, come delle mele del Trentino. Siamo organizzati attraverso una logistica che si estende da Nord a Sud della penisola. Questo tipo di organizzazione è sempre stato il mio pallino, da quando abbiamo cominciato ad occuparci di sicurezza alimentare. Le nostre squadre prelevano e campionano gli alimenti da esaminare ovunque si manifesti questa esigenza. Pensi che le mele del Trentino vengono campionate a Foggia: solo dopo aver ottenuto il via libera possono essere commercializzate in tutta Italia”.
“Verifichiamo la presenza negli alimenti di potenziali contaminanti in grado di nuocere alla salute della gente. Questo è il fulcro della nostra attività”
Parliamo anche delle mele della Val di Non, la “griffe” più conosciuta. E cosa c’è da controllare?
“Esattamente. Essendo un prodotto fresco, facciamo verifiche sui residui di fitofarmaci. Come tutti i prodotti della terra di largo consumo, la mela viene coltivata per essere venduta. Noi quindi verifichiamo l’incidenza degli agrofarmaci sul prodotto, se siano stati rispettati i limiti consentiti dalla legge”.
Vi siete mai occupati di certificazioni extra food, ad esempio sulla consistenza dei materiali da costruzione? Sarebbe un settore interessante, crollano troppi edifici.
“Sì, sarebbe interessante, ma noi ci occupiamo esclusivamente di food. E di acque: in questo ambito non potremmo non occuparci della salubrità delle nostre fonti idriche, equiparate alla sfera degli alimenti”.
Di quali acque parliamo?
“Tutte le acque di processo utilizzate nell’industria per la lavorazione degli alimenti. I nostri controlli si estendono anche all’uso dell’acqua potabile all’interno delle basi dell’Esercito americano in Italia, da Gaeta a Sigonella. Parliamo di aree molto grandi, equivalenti a città intere. Siamo tenuti a rispettare i protocolli rigidissimi degli USA”.
Tra i vostri clienti c’è anche il Pentagono, il quartier generale del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti?
“Siamo un punto di riferimento in Italia. Il contratto è stato stipulato direttamente con loro”.
Come mai non rientra nei vostri controlli anche la base di Aviano?
“Della base di Aviano si occupa una struttura che ha sede a Praga.”
Parliamo di acqua del rubinetto?
“Tutte le acque che vengono ingerite. È una commessa molto importante, non è stato semplice diventare fornitori del Dipartimento della Difesa americano. Loro chiedono che la struttura sia accreditata in base ai loro sistemi. Non a caso, alcuni emissari si recarono qui da noi per verificare personalmente le nostre procedure, dopo aver svolto audit molto approfonditi. Per noi è un motivo di grande orgoglio questa commessa.”
Da Foggia al Pentagono andata e ritorno, il riferimento è l’azienda privata BLab. Cosa le suggerisce?
“Siamo gli unici in Italia ad avere un contratto di questo tipo sulla fornitura idrica, un incarico che ci riempie oltremodo di grandi responsabilità.”
Tutto cominciò quando rilevaste da Barilla l’ex Corial, la fabbrica di sughi pronti poi portata a Parma a fine anni ’90.
“Tutto comincia in realtà molto prima. Dopo la laurea in biologia a Bologna – siamo in quegli anni – avevo già in mente cosa avrei voluto fare. Ero decisa a puntare tutte le mie conoscenze sulla salubrità dei prodotti che mangiamo. La sicurezza alimentare era un argomento di grande fascino e prospettiva a quei tempi. Chiesi quasi il permesso a mio padre, il tono era comunque di chi aveva già deciso: “Ti chiedo scusa se non seguirò il tuo percorso”.
“Siamo gli unici in Italia ad avere un contratto di questo tipo sulla fornitura idrica, un incarico che ci riempie oltremodo di grandi responsabilità”
Di cosa si occupava suo papà?
“Lui era un imprenditore di servizi civili per l’industria petrolifera, faceva tutti i lavori propedeutici all’attività di trivellazione. La sua era una delle poche società che si occupava di questo genere di mercato. Con suo fratello, socio della stessa azienda, brevettarono un sistema per la bonifica dei fanghi di perforazione. Parliamo degli anni ’70, depositarono anche il brevetto su quel tipo di attività.”
Dalla bonifica dei fanghi alla sicurezza alimentare, in effetti, ce ne passa. Forse però non sul piano concettuale.
“Ambiti e attività molto lontani, certo. Ma la prerogativa del controllo alimentare parte dal presupposto della tutela dell’obiettivo finale: il consumatore.”
Nel Granaio d’Italia fu inevitabile cominciare dal grano duro della campagna foggiana.
“Non ero ancora laureata quando ebbi l’opportunità di lavorare presso l’area Igiene di ENEA. Vi rimasi anche dopo gli studi, per un breve periodo. Volevo fare ricerca, ma in una struttura che fosse mia. La nostra azienda nasce dove un tempo c’era il Corial, la fabbrica di sughi pronti della Barilla. Era anche il centro di ricerca di Barilla al Sud: difatti cominciai con loro da giovane ricercatrice ad occuparmi di analisi sul grano duro. Quando abbiamo acquistato questa sede, una volta dismesso il Corial, la Barilla mi affidò il controllo della produzione di tutto il grano da loro trasformato in tutti gli stabilimenti del gruppo. La filiera cerealicola è stata la nostra prima matrice, a cui si è aggiunto ben presto il controllo sull’ortofrutta, su cui abbiamo impostato i primi due progetti di filiera”.
Due filiere marcatamente locali: il distretto ortofrutticolo di Cerignola è il settimo bacino europeo.
“Infatti, noi in ambito ortofrutticolo lavoriamo con tutte le piattaforme europee di distribuzione, ma il prodotto arriva da questa provincia. In realtà Foggia fornisce una quantità elevata di prodotti ortofrutticoli: pensiamo agli spinaci, la cui produzione proviene quasi tutta da questo territorio, al pomodoro naturalmente, ma davvero tanta roba: tutte le orticole, i broccoli, le brassicacee, le crocifere…”
Siamo nell’ordine di una produzione che, per alcune coltivazioni, come ad esempio il broccoletto, sfiora il 90% dell’intero raccolto nazionale.
“C’è tanta agricoltura, davvero non manca nulla. La nostra attività nasce e si sviluppa in quella che può definirsi una piattaforma naturale del food distribuito sui mercati di mezzo mondo”.
Negli anni sono aumentati anche i controlli di qualità sulle produzioni. Da consumatrice oltre che da addetta ai lavori, se la sente di rassicurare la popolazione su quel che mangiamo?
“I controlli sul food, in particolare, sono aumentati esponenzialmente negli ultimi anni e continuano a essere imprescindibili per chi aspira a fare il salto di qualità sui mercati che contano. Aumentano le esigenze di tutela della salute, anche perché ci sono due fattori trainanti: il primo riguarda la maggior consapevolezza del consumatore, che su questi temi è molto più informato, controlla a sua volta quello che c’è scritto sulle etichette e denuncia se qualcosa non quadra. Il secondo fattore concerne il sistema delle regole: oggi assistiamo all’introduzione di norme sempre più restrittive, in particolare sui coadiuvanti chimici alla produzione, sostanze considerate potenzialmente pericolose per la salute. Ogni anno vengono fuori nuovi limiti e vengono bandite nuove molecole. Di conseguenza il nostro lavoro diventa sempre più impegnativo, importante e di maggiore responsabilità. C’è un bell’impegno del nostro team di Ricerca e Sviluppo per star dietro a tutte le novità legislative in materia. Anche con le nuove molecole: l’attività di ricerca non si ferma mai, dobbiamo implementare il metodo in laboratorio, passare poi al mercato. Da qui alla messa sul mercato di quel determinato metodo autorizzato, ne passa di tempo nel quale mettiamo al servizio dei consumatori tutta la nostra capacità di ricerca e analisi ai fini della sicurezza alimentare. Questa è l’innovazione che noi costantemente facciamo nei nostri laboratori.”
Come se la sentirebbe di classificare il glifosato, erbicida col quale viene trattato il grano canadese esportato in grandi quantità nel nostro Paese? L’Efa, massima autorità di controllo europea, consente la diffusione di quel grano ma con valori quasi al limite della tolleranza.
“Quello che noi possiamo inserire nel nostro rapporto di prova su qualsiasi alimento riguarda appunto i limiti di legge. Se il grano trattato con glifosato è nei limiti, anche in virtù dello “zero virgola”, non possiamo che attenerci. Non entro nel merito delle politiche commerciali, mi riferisco alla matrice specifica da noi analizzata. Poi, se da privato cittadino mi chiede cosa farei se mi trovassi a scegliere tra un tipo di pasta e un altro, le rispondo che sarei più propensa ad acquistare prodotti biologici, di marchi seri e riconosciuti, a residuo zero. Ce ne sono tanti di prodotti così in circolazione”.
C’è da fidarsi a occhi chiusi di quel che acquistiamo tutti i giorni al supermercato?
“Oggi ci sono molti più controlli. Io mi fido dei brand seri per un semplice motivo: pensi cosa accadrebbe se un prodotto di largo consumo, a un controllo dell’Asl, risultasse non conforme. Ne accadono spesso di situazioni del genere: pensiamo all’eco di queste notizie sulla pubblica piazza. Ebbene, chi ha un brand di mercato forte e inattaccabile può mai rischiare una cattiva pubblicità per aver provato a ingannare il consumatore? Può accadere, ma posso assicurare che i piani di monitoraggio su questo tipo di aziende sono abbastanza severi. Ci sono tanti controlli, ma bisognerebbe fare ancora molto di più”.
Se possono finire nel mirino, e lo finiscono, i prodotti venduti nella grande distribuzione, come la mettiamo con i controlli di qualità nei mercati rionali?
“Lì bisogna fare molta più attenzione. Il consumatore consapevole sa cosa deve comprare”.
Però costa di meno.
“Vero, ma la qualità ha anche a che fare con la nostra salute. E bisognerebbe sempre tenerne conto: spendere un po’ di più per star bene”.
La vostra è un’azienda in costante ascesa. Si allarga il compound aziendale e anche il numero di dipendenti, peraltro tutti molto giovani.
“Attualmente abbiamo 105 risorse tra lo stabilimento di Foggia e il laboratorio di Ravenna. Sono tutti giovani laureati, ragazzi in gamba che si sono subito calati nella nostra realtà. Occuparsi di tutela della salute non è facile: ci sono responsabilità importanti da mettere in gioco. Abbiamo un’età media di 35/37 anni e oltre il 51% della forza lavoro è costituita da donne. Siamo molto attenti al loro benessere sul luogo di lavoro: le nostre mamme sono tutelate in tutto e per tutto. Parcheggio riservato, lavoro flessibile, possibilità di allattamento sul luogo di lavoro. Sono mamma di due ragazzi ormai adulti: il primo è medico, il secondo si sta laureando sempre in medicina. Personalmente supporto moltissimo la maternità, c’è un’unione profonda tra me e loro”.
“Costruisce chi vuole farlo, di questo ne sono pienamente convinta. Se tutti scappiamo, cosa lasciamo ai nostri figli?”
Cosa intende per certificazione femminile?
“Il fatto di avere al nostro interno una percentuale maggiore di donne al lavoro rispetto agli uomini avvicina la nostra realtà a quella di molte altre aziende, magari più conclamate, delle regioni del Nord. Siamo molto orgogliosi che ci sia stato riconosciuto”.
Da Foggia a Ravenna. Come nasce questa delocalizzazione?
“In realtà il laboratorio, con venti dipendenti, nasce sulla base di una richiesta specifica di un nostro cliente. Un grande gruppo, ubicato in quell’area, che ci aveva chiesto espressamente di aprire in loco un’attività per supportarne più da vicino le esigenze produttive. Ci occupiamo del monitoraggio rapido di alcuni patogeni alimentari pericolosi per la salute. Facciamo attività di campionamento anche a Ferrara, sempre su input di aziende in zona. Abbiamo ascoltato il loro consiglio, con reciproco vantaggio”.
Il vostro giro d’affari su quale volume si attesta?
“Il fatturato relativo alla nostra attività caratteristica, il cuore dell’azienda, si attesta intorno ai 10 milioni di euro. Mi riferisco cioè a tutta l’attività analitica specifica sui campionamenti. Poi ci sono altre attività di contorno, certamente non meno importanti: dalla logistica all’organizzazione, consulenze su matrici alimentari, attività di ricerca e sviluppo che svolgiamo anche conto terzi”.
BLab è un’azienda foggiana. Sente di pagare dazio, a volte, per l’origine territoriale? Gran parte degli imprenditori finora intervistati da “La Daunia che va” sottolinea la necessità di un riscatto della città capoluogo. Ne trarrebbe giovamento tutta la provincia. Concorda?
“Una mia cara amica biologa, con la quale mi congratulai per la sua carriera alla Mayo Clinic (Stato del Minnesota, Stati Uniti), mi rispose testualmente: “Sono io che devo congratularmi con te. Perché io ho preso le mie cose e sono andata via, tu invece sei rimasta nel tuo luogo di origine e hai costruito”. Una frase che mi fece riflettere. In effetti è stata dura mettere su tutto questo, ma è anche vero che ho sempre detto a me stessa che avrei voluto e dovuto farlo perché ne avevo la forza. Andare via forse sarebbe stato più comodo. Ma se tutti scappiamo, cosa lasciamo ai nostri figli? Io spero che i miei due ragazzi, dopo gli studi, possano ritornare nella loro città, perché qui si può costruire e noi ne siamo la testimonianza. Costruisce chi vuole farlo, di questo ne sono pienamente convinta. Altri diranno pure il contrario, ognuno pensi come vuole. Questo è il mio pensiero”.
Da imprenditrice che ha avuto la possibilità di confrontarsi con altre realtà, cosa manca a Foggia e al suo sistema produttivo da suscitare sempre così tante doglianze?
“Vedo che c’è tanta estraneità, non c’è convinzione sulle cose da fare. Noi cerchiamo di andare controcorrente, puntiamo sui talenti locali e cerchiamo di evitare la fuga dei cervelli di cui ogni tanto si parla. Però non destiamo molto interesse tra i nostri concittadini: in pochi si chiedono cosa facciamo qui, di cosa ci occupiamo e come valorizziamo le professionalità locali. Noto anche una certa mentalità disfattista, ma non vorrei essere troppo critica con la realtà in cui operiamo, perché in fondo ognuno ci mette del suo. Non vedo curiosità intorno a noi, eppure sul piano scientifico stiamo facendo passi da gigante. Siamo passati dal territorio regionale al nazionale, ora siamo attivi anche in Europa. I nostri ricercatori si relazionano regolarmente con le autorità europee: a Foggia quasi nessuno lo sa”.
La successione forse è ancora lontana, ma la nuova governance alla guida di BLab prevede per la prima volta una collegialità nel percorso decisionale.
“Un imprenditore, prima o poi, si fa questa domanda. Due le strade possibili: vendere oppure cambiare assetto gestionale. Di proposte di acquisto ne abbiamo ricevute a decine, non avremmo difficoltà a scegliere il miglior compratore possibile. Tra queste ci sono una quantità infinita di multinazionali: in questo momento siamo il laboratorio italiano privato più grande sul territorio nazionale. I nostri competitor, tre forse quattro, sono già inglobati all’interno di multinazionali. Ma io non voglio vendere. Il passaggio che ho fatto proprio quest’anno è quello di provare a coinvolgere maggiormente i miei figli, Giandomenico (27 anni) e Giovanni Battista (25). Li ho fatti partecipare agli eventi più importanti della nostra azienda. In questo contesto ho rassegnato le dimissioni dalla carica di amministratore unico, favorendo l’insediamento di un CdA composto da cinque membri: io presidente e amministratore delegato, mio marito Leonardo Boschetti ha le deleghe su finanza e attività commerciale, altro componente è il professor Giuseppe Calabrese (docente di Marketing all’università di Foggia), quindi Giandomenico e Giovanni Battista Boschetti. Vorrei che fossero loro a garantire il futuro di questa azienda”.
Se così non fosse, quale altra soluzione valuterebbe?
“Non ho altra vita diversa dalla mia vita in BLab. Qui trascorro gran parte del mio tempo. Pranzo con i nostri ragazzi, abbiamo all’interno una palestra per il tempo libero, tra un po’ tireremo anche di scherma. Alla pausa caffè incontro i manager, ci confrontiamo di continuo. Si discute di scelte operative in un’atmosfera il più possibile colloquiale e serena. Non vedo altri scenari in questo momento”.
“Siamo passati dal territorio regionale al nazionale, ora siamo attivi anche in Europa. I nostri ricercatori si relazionano regolarmente con le autorità europee: a Foggia quasi nessuno lo sa”
Ha citato l’università attraverso il prof. Calabrese, vostro componente del CdA. Qual è il rapporto con l’istituzione accademica?
“Abbiamo collegamenti su ricerca e sviluppo con gran parte delle università italiane, Foggia compresa. Vorremmo però avere frequentazioni più assidue con i centri di ricerca del nostro Ateneo. Ne faccio anche una questione campanilistica, d’orgoglio, dal momento che è l’università del nostro territorio. Purtroppo non è così, mi piacerebbe che lo fosse di più”.
Da chi dovrebbe partire secondo lei il primo passo? Forse anche da voi?
“Io sono sempre stata una persona coinvolgente, dove trovo l’appiglio giusto mi aggancio. Ma non in tutte le aree degli Atenei questo appiglio l’ho trovato. Forse non sono stata brava io”.
Ci sono tante imprese foggiane che meriterebbero contatti più continui con l’università dauna. Bisogna capire perché non accade.
“Con altre università abbiamo contatti più diretti e collaboriamo di più. Con l’università di Foggia questo non accade. È un fatto. Abbiamo invece un bel rapporto con il CNR della Puglia e di Foggia”.
E con l’Istituto Zooprofilattico?
“Loro fanno attività di controllo, noi facciamo anche ricerca. Ci siamo però incrociati qualche volta”.
Chiudiamo con la vicenda Samele, lo schermidore medaglia di bronzo alle ultime Olimpiadi e sponsorizzato da BLab, che avrebbe voluto premiarlo a Foggia. Non è accaduto e in molti non ci hanno capito granché. Se la sente di chiarire?
“Gigi è un bravissimo ragazzo, un campione che ci ha dato tanto. Volevamo premiarlo al teatro Giordano, ma in quell’occasione ho colto uno spirito diverso all’interno dell’amministrazione comunale, che avrebbe dovuto darci le autorizzazioni. Eravamo disponibili, ovviamente, a far fronte a tutte le spese. Però, a fronte di un atteggiamento in cui è sembrato che noi volessimo approfittare della circostanza per avere solo un po’ di visibilità, ho preferito lasciar perdere. C’è rammarico, perché volevamo organizzare una grande festa per il nostro campione, coinvolgendo la città. Avevamo anche pensato di organizzare un evento per conto nostro, ma poi per evitare chiacchiere inutili non se n’è fatto più nulla”.



















