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Home - Lavit Foggia, dopo l’interdittiva antimafia scatta il controllo giudiziario. Due anni per provare a risanare la società

Lavit Foggia, dopo l’interdittiva antimafia scatta il controllo giudiziario. Due anni per provare a risanare la società

La decisione del Tribunale di prevenzione sulla maxi lavanderia industriale in zona Asi. Dominus l'imprenditore Michele D'Alba, indagato per favoreggiamento della mafia

Di Francesco Pesante
12 Settembre 2024
in Cronaca, Foggia
In alto, il prefetto Valiante; sotto, Michele D'Alba e il figlio Lorenzo

In alto, il prefetto Valiante; sotto, Michele D'Alba e il figlio Lorenzo

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Controllo giudiziario di due anni per la Lavit spa, colosso del lavanolo con sede in zona Asi a Foggia dove è presente una maxi lavanderia industriale. Dominus l’imprenditore Michele D’Alba, raggiunto da interdittiva antimafia per la Tre Fiammelle e poi proprio per la Lavit. D’Alba è inoltre indagato dalla Direzione distrettuale antimafia di Bari con l’accusa di favoreggiamento della mafia foggiana.

Nonostante la stampa vicina al manager tenti di distorcere la realtà lasciando credere al lieto fine della vicenda, è bene ricordare che il controllo giudiziario è un passaggio quasi scontato nel percorso di bonifica di un’azienda in odor di mafia. Alla luce di questioni sociali e tutela dei posti di lavoro, la misura di prevenzione diventa quasi lapalissiana per rimettere sul mercato la società (partecipare a gare d’appalto) attraverso la supervisione di un amministratore giudiziario. Nel caso di Lavit si tratta dell’avvocata Rosamaria Zuccaro.

Va inoltre ricordato che Lavit impugnò in via cautelare l’interdittiva ma con esito negativo dinanzi ai giudici amministrativi. Nei giorni scorsi, infatti, è giunto un semplice ok al controllo giudiziario con la nomina dell’amministratore che gestirà la società, i bilanci e che tra due anni stilerà una relazione finale. La fondatezza della tesi della Prefettura di Foggia non è mai stata messa in discussione. 

A favorire la decisione di controllo giudiziario da parte del Tribunale di prevenzione c’è anche l’operazione di self cleaning dell’azienda con l’uscita dalla compagine societaria dello stesso D’Alba.

Da ricordare che i giudici hanno sempre stigmatizzato il comportamento di D’Alba, del figlio e del genero che nella sala d’attesa della questura di Foggia avrebbero stipulato un “patto di non parlare” per non rivelare agli investigatori i nomi di coloro che chiesero il pizzo. La battaglia legale è comunque ancora in corso. Si attende il Tar che dovrà pronunciarsi sulla legittimità dell’interdittiva, entrando nel merito delle questioni.

I legali di D’Alba hanno ottenuto la misura di prevenzione evidenziando che non ci sarebbe “un condizionamento strutturale della mafia”. Inoltre, non ci sarebbero certezze sul fatto che l’imprenditore abbia pagato il pizzo nonostante il nome della “Tre Fiammelle” trovato sulla lista delle estorsioni della mafia foggiana con la dicitura “Tre Fiammelle 4000 ogni tre mesi”. Su D’Alba pesano le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Giuseppe Francavilla detto “Pino Capellone” che agli inquirenti ha ricordato alcuni contatti con l’imprenditore (“Pagava sempre”) seppur risalenti nel tempo.

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Tags: Lavit
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