È lunga e articolata la risposta d’ufficio della maggioranza alla mozione bocciata in aula proposta dal consigliere e prof Nunzio Angiola sulle zone 30. A farsi portavoce della linea del campo largo progressista è il pentastellato Francesco Strippoli.
“La proposta di Delibera ricevuta dal consigliere Angiola è risultata molto povera nelle premesse e nella narrativa non citando nessuna normativa – scrive – nessun decreto governativo e nessuna direttiva in merito alla “città 30” da realizzarsi. Sottolineo l’assenza di qualsiasi riferimento di legge. Un possibile motivo di queste clamorose mancanze è che la normativa di legge in vigore (e le leggi le fa il Parlamento) rappresenta oggi un insormontabile ostacolo a quanto proposto da lui di deliberare. Il Codice della strada (D.lgs 30 aprile 1992, n. 285) e le varie Direttive ministeriali esplicitano categoricamente il limite di velocità di 50kmh in contesti urbani e ribadiscono che l’applicazione di specifiche “zone 30” (non città ma “zone”) non deve essere generalizzata ma adeguatamente motivata in “determinate strade e tratti di strada”. È necessario fornire evidenza della metodologia adottata e va data una motivazione “rafforzata” per ogni singola strada da trasformare. Quindi è molto più sensata e fattibile una mozione che illustri dettagliatamente il perché istituire il limite a 30kmh per una specifica strada che ha presentato nel tempo una serie di criticità e pericoli (ad esempio Via Gramsci e Corso Matteotti, scenari di importanti incidenti e violazioni)”.
Strippoli cita il nuovo Decreto Autovelox che vieta ai Comuni l’installazione dei dispositivi, lasciando tale decisione esclusivamente ai prefetti, con una procedura di motivazione rafforzata e dietro evidenza incidentale provata del tratto di strada da sorvegliare.
“Cosa determinante del Decreto è che in ogni caso non potranno essere installati in città Autovelox per velocità sotto i 50 kmh. Fare quindi cambiamenti generalizzati e radicali, come “Città 30” senza poter minimamente controllare equivale ad un fallimento preannunciato.
Fallimento che si sta verificando a Bologna laddove il Corriere della Sera, con sua inchiesta ad un anno di distanza dal provvedimento, ha dimostrato che “Il limite a 30kmh non lo rispetta praticamente nessuno” e che dall’analisi fatta la velocità media su diverse arterie è di 50-55 kmh (immagine). Situazione che presto porterà ad un referendum, di modo che saranno i cittadini a scegliere direttamente. Facile quindi fare la proposta propagandistica, semplicistica e de-responsabilizzata, da intestarsi sui social e poi far ricadere sull’esecutivo tutta l’oggettiva impossibilità nel farla applicare e rispettare. Nonostante le difficoltà, Bologna ha preparato l’esperimento con anni ed anni di studi, azioni propedeutiche, investimenti per circa 40 milioni di euro sulla viabilità, relazioni lunghissime nonché il Piano Particolareggiato, uno strumento urbanistico dettagliato e multidisciplinare, totalmente assente nelle 2 paginette del consigliere proponente, che invece proponeva di partire con Città 30 dal 1° di Luglio 2024 (incredibile ma vero). Il punto di partenza, come è stato per Bologna, è e deve essere il Piano Urbano per la Mobilità Sostenibile (PUMS) nonché il Piano Generale del Traffico Urbano (PGTU), anch’essi gravemente assenti nella proposta di Delibera di ieri. Il senso è chiaro quanto ovvio: prima di istituire il deterrente all’utilizzo dell’auto bisogna offrire ai cittadini le alternative (autobus efficienti, piste ciclabili in rete, velostazioni attive, pedibus), una serie di servizi di qualità ed infrastrutture (come la realizzazione di isole ambientali o l’utilizzo di cuscinetti berlinesi per il rallentamento delle sole auto) che permettano di adeguarsi all’importante cambiamento della filosofia del vivere l’ambiente urbano”.










