L’alleanza Moretti-Romito nelle carte di “Omnia Nostra”. Minacce di morte per tutelare le imprese “protette” dai boss

Nei contatti tra Massimo Perdonò e Pietro La Torre emerge un legame consolidato tra i clan di Foggia e Manfredonia. I due si attivarono per recuperare i mezzi rubati ad un’azienda sipontina

L’asse criminale tra mafia foggiana e garganica nelle carte di “Omnia Nostra” (sopra il video del blitz), maxi operazione del dicembre 2021 contro il clan Romito-Lombardi-Ricucci. È quanto emerge da un furto di mezzi di proprietà di un’azienda, con sede alla periferia di Manfredonia, “protetta” dal gruppo criminale. “Il ritrovamento dei mezzi in questione e la loro restituzione – si legge nell’ordinanza fiume del gip Galesi – è un interesse dell’associazione mafiosa, oltre a dimostrare ulteriormente il compenetrante legame con Massimo Perdonò“, quest’ultimo appartenente alla batteria foggiana Moretti-Pellegrino-Lanza, alleata dei manfredoniani Romito. Oltre al coinvolgimento in questa inchiesta, Perdonò, nipote del “Mammasantissima” della mafia di Foggia, Rocco Moretti alias “il porco”, risulta condannato in primo grado a 12 anni di carcere per il tentato omicidio di Giovanni Caterino, basista della mattanza di San Marco in Lamis del 2017. Un agguato organizzato per vendicare il boss Mario Luciano Romito, ammazzato nella strage insieme ad altre tre persone.

A parere degli inquirenti, “sussistono gravi indizi di colpevolezza a carico di Pietro La Torre e Massimo Perdonò in ordine all’episodio delittuoso”. La Torre, detto  “U’ figlie du poliziott” o “U’ Muntaner”, è ritenuto da chi scrive una sorta di “numero due” del clan Romito, almeno durante il periodo delle indagini, un “facente funzioni” dei boss Matteo Lombardi e Pasquale Ricucci. Ad oggi, infatti, Lombardi è all’ergastolo dopo una condanna in primo grado per omicidio, mentre Ricucci è stato ucciso a novembre del 2019.

“Il tenore delle conversazioni non lascia spazio a dubbi, essendo evidente che La Torre, inizialmente da solo e poi con l’ausilio di Perdonò, si è attivato per ottenere la restituzione dei mezzi rubati – riporta l’ordinanza -. L’oggetto delle ricerche è infatti chiaramente comprensibile, tenuto conto che all’indomani del furto patito presso le aziende agricole delle vittime, si registrano numerose conversazioni nelle quali La Torre è evidentemente impegnato alla ricerca dei mezzi rubati, come ad esempio nella conversazione in cui ha intimato a D.B. di contattare un altro soggetto, suggerendogli di riferire che la refurtiva andava restituita perché le vittime erano persone protette“.

Nei riquadri, Pietro La Torre e Massimo Perdonò; sullo sfondo, La Torre insieme a Lombardi e Ricucci

Le intercettazioni

La Torre: “Mo lo chiamo io, gli dico chiama quel compagno tuo… inc… vedi che sta sotto di loro là, prima che si incazzano quelli, mo te lo dico mó mena”. Nella successiva conversazione del 10 luglio 2018, intercorsa fra La Torre, Lombardi e M.V., quest’ultimo parla apertamente di un escavatore: “L’escavatore ancora lo hanno nascosto gli albanesi. Gli attrezzi delle macchine… inc… gli attrezzi… inc…”, La Torre fa espresso riferimento a un furto (“e si, dopo un mese hanno fatto il furto…”) e Lombardi rimprovera bonariamente l’ingenuità dei suoi sottoposti (“quante volte ti ho detto il fatto là, ‘non lasciate i mezzi a quella maniera… non lasciate'”) per poi impegnarsi anche lui nella ricerca (“mo vediamo chi se li è presi…”).

“Anche quando Perdonò interviene in ausilio di La Torre – si legge nelle carte dell’inchiesta -, l’oggetto delle loro ricerche continua ad essere chiaramente identificabile nei mezzi sottratti ai titolari dell’azienda, come emerge ad esempio dalla conversazione intercettata fra i due indagati il 12 luglio, in cui La Torre fa chiaro riferimento alla proprietà di costoro (Perdonò: “Il padrone dei cosi dov’è che sta di preciso?”. La Torre: “Proprio all’uscita di Manfredonia, sotto il ponte, all’interno là, hai visto quando prendiamo per la Ajinomoto? (Riferiscono gli inquirenti che si tratta dell’esatta ubicazione del deposito delle ditte delle vittime da dove sono stati asportati la pala meccanica e le varie attrezzature, in quanto il deposito si trova all’interno della zona artigianale ove insiste il capannone dell’impresa ex Ajinomoto, ubicata alle porte di Manfredonia-riviera sud)”.

Per gli inquirenti sarebbe “eloquente l’incontro che lo stesso 12 luglio i due indagati hanno avuto a Foggia con M.L., nel corso del quale Perdonò ha affrontato M.L. intimandogli di farsi parte attiva nel recupero dei mezzi rubati e rendendo chiaro al suo
interlocutore che La Torre, presente insieme a lui in rappresentanza della consorteria criminale di Manfredonia, era alleato alla consorteria rappresentata dallo stesso Perdonò ossia, come detto, la batteria mafiosa Moretti-Pellegrino-Lanza della Società Foggiana“.

Così Perdonò: “Io ti voglio bene pure, allora i cristiani qua tu lo sai sono compagni nostri… io ti sto dicendo, io me ne devo andare al mare, vedi, ho il costume, e faccio sotto e sopra come un pazzo, sotto e sopra come un pazzo, io ti sto dicendo a te vedi che devo risolvere il problema! Lo andate a prendere, lo andate a prendere, lo prendi e me lo porti qua, me lo porti a casa, me lo porti al mare, me lo porti al mare”.

“La lettura di quanto accaduto in quei giorni – scrivono in ordinanza – emerge chiaramente dal fatto che La Torre, rientrato a casa, ha fatto espressamente riferimento al suo impegno per risolvere il problema del furto e ha descritto chiaramente quello che era stato il suo operato (‘eh, che ha fatto, stiamo facendo il macello, ieri siamo andati a prendere a schiaffi i cristiani a Foggia…’)”.

“L’antefatto è dunque chiaro ed altrettanto chiaro appare quanto avvenuto in data 14 luglio 2018 – ricordano gli inquirenti -, in quanto il contenuto delle conversazioni intercettate è ancora una volta inequivoco e non lascia spazio a dubbio alcuno. I soggetti intercettati sono Pietro La Torre e Massimo Perdonò (con altre due persone), i quali hanno affrontato altra persona, identificabile secondo gli inquirenti in N.R. – da loro evidentemente sospettato di essere autore del furto o, comunque, ritenuto in grado di restituire la refurtiva. Nel corso dell’incontro N.R. è stato espressamente minacciato di morte da Perdonò e La Torre affinché si attivasse per far sì che i mezzi rubati venissero restituiti”.

“Si comprende anche che Perdonò ha espresso le minacce di morte nei confronti di N.R. mostrandogli l’arma”. Così il foggiano intercettato: “Sentimi a me, io ti voglio bene, tutto coso, ve ne potete pure andare mo, ve ne potete pure andare, mo ti dico una cosa, bella, bella, io ti uccido, io ti uccido, capito? io ti uccido, io ti uccido…“. Poi La Torre: “Ou, vedi con chi sei venuto e vai prendere i mezzi!”. Perdonò: “Ou quelli là già non ci devono far vedere più niente, perché li hanno riconosciuti i cristiani, capito? Allora sentimi a me, io già la tengo qua la vedi? ti dovrei uccidere mo, ti dovrei uccidere mo, lo vedi? ti dovrei uccidere perché sopra il video ti hanno riconosciuto, ti dovrei uccidere, non voglio uccidere”.

Secondo gli inquirenti, “il riferimento alla possibilità di uccidere in quel momento
stesso, associato alla frase ‘Io già la tengo qua la vedi?’ consente di ritenere che quanto mostrato da Perdonò fosse effettivamente un’arma da fuoco, avente capacità di procurare la morte immediata del soggetto minacciato”.

La mafiosità

L’ordinanza “Omnia Nostra” descrive Perdonò “elemento di raccordo fra la Società Foggiana e l’associazione mafiosa per cui si procede (i Romito, ndr), prestatosi in tale sua veste nuovamente a fornire supporto ai suoi amici garganici, a dimostrazione della stretta collaborazione criminale tra le due consorterie, del loro reciproco rispetto e della riconosciuta affidabilità reciproca”.

“L’episodio delittuoso riguarda infatti un ulteriore esempio della suddetta collaborazione fra consorterie criminali alleate, rappresentate come da La Torre e Perdonò, rei di aver minacciato di morte il pregiudicato N.R. al fine di indurlo ad adoperarsi per la restituzione di macchinari che erano stati rubati ai danni di un’azienda manfredoniana assoggettata e ‘protetta’ dal sodalizio mafioso. La questione – chiosano gli inquirenti – assume una dimensione associativa per il coinvolgimento dei vertici Ricucci e Lombardi e offre immediatamente un connotato di mafiosità, poiché la struttura criminale si muove alla ricerca dei mezzi trafugati in quanto le vittime sono assoggettate all’associazione mafiosa”.

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