Al 41bis due “pezzi da Novanta” della mafia foggiana, il Ministero ordina il carcere duro per Moretti e Trisciuoglio

Accolte le richieste dei magistrati della Dda di Bari. I due boss sono al momento sotto processo dopo il maxi blitz “Decimabis”

Al 41 bis Pasquale Moretti detto “il porchetto” e Federico Trisciuoglio alias “Enrichetto lo Zoppo”. Lo ha deciso il Ministero della Giustizia accogliendo le richieste dei magistrati della Dda di Bari. I boss, rispettivamente di 45 e 69 anni, sono da anni ai vertici delle batterie Moretti-Pellegrino-Lanza e Trisciuoglio-Prencipe-Tolonese. Moretti è figlio del “Mammasantissima” Rocco “il porco”, nome storico della mafia foggiana, già al 41 bis nel carcere di L’Aquila. Trisciuoglio guida la sua batteria insieme al figlio Giuseppe e al boss Raffaele “Rafanill” Tolonese.

Moretti e Trisciuoglio compaiono in alcune delle più importanti operazioni antimafia degli ultimi 30 anni, l’ultima – “Decimabis” – risalente al 2020, coinvolge anche alcuni pentiti e il figlio di Pasquale Moretti, Rocco junior. La maggior parte degli imputati è sotto processo nell’aula bunker di Bitonto con il rito abbreviato, altri seguono il rito ordinario nel tribunale foggiano. Ma i nomi dei due capiclan spuntano anche nella relazione di scioglimento per mafia del Comune di Foggia. Entrambi avrebbero, tramite prestanomi, condizionato l’attività politico-amministrativa della città.

Tra i mafiosi foggiani al 41 bis, carcere duro, risultano già Rocco Moretti (a L’Aquila), Roberto Sinesi “lo zio” (a Rebibbia) e il figlio Francesco (a Terni).

SCHEDA

Con il termine “41 bis” si fa riferimento all’articolo previsto dall’ordinamento penitenziario italiano, comunemente noto come “carcere duro”. È una forma di detenzione particolarmente rigorosa, cui sono destinati in particolare gli autori di reati in materia di criminalità organizzata per impedirgli di rimanere in contatto con le associazioni di cui fanno parte. Ecco quando è nato e cosa prevede.

Lo scopo del 41 bis è quello di “impedire i collegamenti” tra i detenuti e le associazioni criminali di appartenenza, sia all’esterno che all’interno del carcere. Perché sia applicabile, dunque, è necessario che l’autorità giudiziaria verifichi la presenza di legami ancora esistenti con l’associazione. I destinatari del 41bis possono essere sia persone con condanne definitive, sia in attesa di giudizio ma il regime cade nel momento in cui decidono di collaborare con la giustizia.

Diverse misure sono applicabili a chi è sottoposto al 41 bis: l’isolamento (il detenuto ha una camera singola e non accede agli spazi comuni); l’ora d’aria limitata (solo due ore al giorno e sempre in isolamento) e la sorveglianza costante effettuata da un corpo speciale della polizia penitenziaria, che non ha contatti con gli altri poliziotti. Inoltre, i colloqui con famiglia e avvocati sono limitati: massimo uno al mese (nel 2013 però la Corte Costituzionale ha bocciato questa norma per quanto riguarda gli avvocati), senza contatto fisico (in presenza di un vetro divisorio) e con una durata ristretta. Solo chi non effettua colloqui, può essere autorizzato a chiamare una volta al mese per dieci minuti i familiari. Anche la posta è sottoposta a censura e gli oggetti che possono essere portati dall’esterno sono pochissimi. Inoltre, i “capi”, cioè i soggetti più potenti ed influenti all’interno del mondo mafioso detenuti in regime speciale vengono, spesso, collocati in apposite sezioni, cioè aree riservate, ulteriormente rinforzate. Qui può accadere che il boss venga affiancato a un soggetto, scelto tra i detenuti sottoposti al 41bis, per consentire la socialità tra i due.

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