Mafia del Gargano, il clan Romito riceveva soffiate dalle forze dell’ordine. “Quello ci avvisava se era un arresto”

Collusioni tra boss e pezzi deviati dello Stato. La storia si ripete. Nelle carte di “Omnia Nostra” le conversazioni tra i pregiudicati Gentile, Scirpoli e La Torre. Pesci in cambio di informazioni sugli arresti

Un filo diretto tra il clan Romito e pezzi deviati dello Stato. Collusioni emerse già in passato, negli anni della maxi operazione antimafia “Iscaro-Saburo” quando vennero fuori relazioni pericolose tra i boss e il mondo della Magistratura. La storia si ripete in “Omnia Nostra”, blitz del mese scorso di Dda e carabinieri. 32 arresti e numerosi indagati, molti dei quali sospettati di far parte del gruppo criminale Romito-Lombardi-Ricucci, “fondato” dai fratelli Romito ed egemone a Manfredonia, Macchia e Mattinata, con diramazioni a Vieste. Dalle carte dell’ordinanza di 1818 pagine firmata dal gip Galesi, spuntano presunti contatti, diretti o indiretti, tra uomini del clan ed esponenti delle forze dell’ordine. Una prima intercettazione risale al 2017 e vede protagonisti Francesco Pio Gentile detto “Rampino”, ucciso a Mattinata il 21 marzo 2019 e Francesco Scirpoli alias “Il lungo”. I due, esponenti del clan (Gentile è cugino dei fratelli Romito) per il territorio di Mattinata, insieme a Pietro La Torre detto “U’ Muntaner” o “U’ figlie du poliziot”, erano stati perquisiti dagli investigatori, questi ultimi a caccia del provento della rapina ad un portavalori. Le operazioni di polizia giudiziaria diedero esito negativo e i tre vennero trattenuti dalle forze dell’ordine per il tempo necessario alla stesura degli atti e al prelievo di campioni biologici del Dna. Poi rientrarono a bordo di un’auto guidata da un loro conoscente.

“I tre soggetti entrano nell’autovettura – si legge in ordinanza – e Gentile esordisce commentando l’incontro personale” avuto con un rappresentante delle forze dell’ordine: ‘Pensava che aveva fatto tredici oggi’. Scirpoli gli chiede contezza del colloquio appena intrattenuto: ‘Che ha detto?’. E l’interlocutore risponde che non c’è stato alcun dialogo, lamentando la circostanza che le perquisizioni appena effettuate sono state subito pubblicate come notizia sui siti internet di informazione. Gentile: ‘E che tengo da parlare? Che nemmeno siamo passati da qua e già hanno messo sopra internet, a me mi dovete lasciar perdere, io non ho niente di che parlare con voi’. Gentile continua invitando gli altri a discutere sul motivo per cui questa volta non erano stati avvisati in anticipo delle attività di cui erano destinatari. Gentile: ‘L’altra volta hanno avvisato e mò no, che noi non ci facevamo trovare'”.

“La Torre ritiene che il mancato avvertimento – si legge ancora nelle carte dell’inchiesta – sia riconducibile al fatto che coloro che avrebbero potuto riferire sulle perquisizioni non ne avevano contezza… ‘Non sapevano niente che dovevano venire’. Scirpoli interviene nella conversazione facendo riferimento ad un soggetto che, nel caso avesse avuto contezza delle perquisizioni da effettuare, lo avrebbe avvisato… Scirpoli: ‘Mò gli ho portato un poco di pesce…. Gentile adduce il fatto che si trattava solo di una perquisizione, rimanendo convinto che in caso di arresto sarebbero stati avvisati. Gentile: ‘Vabbè può essere pure che non ti ha avvisato perché era una perquisizione, sennò quello ti avvisava se era un arresto’. Scirpoli è convinto, come il sodale La Torre – scrivono ancora gli inquirenti in ordinanza -, che il mancato avvertimento sia riconducibile alla circostanza che, in considerazione che l’attività era diretta da forze dell’ordine di Milano, quelli locali potevano non essere venuti a conoscenza per tempo… Scirpoli: ‘No, non sapeva niente Fra, Manfredonia non sapeva niente sennò io lo sapevo tu lo sai, quello me lo dice a me… è un uomo, ora quando è… è’“.

Ma non è tutto. Le carte dell’inchiesta ricordano un episodio successivo, risalente alla sera del 14 gennaio 2018. Infatti, solo qualche ora prima dell’esecuzione di alcuni arresti a Orta Nova nei confronti del clan Gaeta, organizzazione alleata alla batteria mafiosa foggiana Moretti-Pellegrino-Lanza (a sua volta vicina ai Romito, ndr), Gentile e Scirpoli passarono la notte e la serata precedente lontani dalle loro abitazioni, “in fabbricati messi a disposizione da loro fiancheggiatori”. A parere degli inquirenti, la circostanza si evincerebbe da alcune conversazioni intercettate tra Gentile e un suo conoscente avvenute all’interno di un’auto. Gentile avrebbe ammesso di “non poter passare la notte a casa – riporta l’ordinanza cautelare – perché di lì a poco sarebbero stati eseguiti degli arresti che potevano eventualmente riguardarlo, ricorrendo, anche in questo caso, all’intervento di una persona in grado di metterli al corrente di eventuali situazioni di pericolo”.

La rete di relazioni con alcuni pezzi deviati dello Stato da parte del clan Romito emerse già nella sentenza del 2009 della Corte d’Assise del Tribunale di Foggia, al termine del processo “Iscaro-Saburo” contro i clan mafiosi garganici. I giudici scrissero dei rapporti dei fratelli Romito “intrattenuti con alcuni marescialli dei cc Rono Foggia – è scritto in sentenza -, incaricati delle investigazioni sull’attività mafiosa del sodalizio” e dei “collegamenti e rapporti di amicizia con altri soggetti di quel Reparto, nonché per aver tenuto solidi collegamenti con magistrati (poi trasferiti, ndr) della Procura di Foggia”. (In alto, Scirpoli, Gentile e La Torre)

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