“Nel mondo dei più deboli si insinuano i clan, occorre un presidio della spesa sociale”. Cavaliere commenta il forum antimafia

“Non è casuale che anche a Foggia, come attesta la relazione prefettizia, siano state le politiche sociali il bersaglio e il grimaldello utilizzati dalla mafia per consolidare ed estendere il proprio potere”

Non perde occasione per commentare il forum legalitario organizzato dall’Unifg e da Libera, l’ex candidato sindaco del centrosinistra, l’ingegner Pippo Cavaliere, ex presidente della Fondazione Antiusura Buon Samaritano e attuale componente del Comitato nazionale di solidarietà antiracket e antiusura. Pone al centro della sua riflessione, in una lunga nota, il livello del welfare cittadino, attraversato dalle infiltrazioni criminali. Ecco il suo pensiero.

È stato per me motivo di grande arricchimento partecipare al convegno che ha visto come relatori, fra gli altri, il Procuratore Nazionale Antimafia Federico Cafiero de Raho e una figura simbolo della lotta ai poteri criminali come don Luigi Ciotti. Un appuntamento che ha rafforzato in me un’antica convinzione: senza una profondissima attenzione al sociale, la mafia non potrà mai essere battuta. Un Paese che non riflette abbastanza sulle diseguaglianze e sulle divisioni economiche, territoriali e generazionali che lo attraversano è un Paese che rinuncia a prosciugare l’acqua torbida in cui sguazza la cultura mafiosa, che rinuncia a eradicare la subcultura di sopraffazione e di indifferenza morale di cui si alimentano i clan e le cosche.
La recente terribile vicenda dell’esaltazione di un giovane presunto mafioso morto suicida in carcere deve farci riflettere sulla capacità delle organizzazioni criminali di suscitare e promuovere un’appartenenza che non è fatta solo della convenienza economica, e non è ottenuta solo con la minaccia e l’intimidazione. È una presenza che si insinua nell’assenza o nella presenza precaria della società legale, che a essa si contrappone quasi con fierezza. L’antistato lancia il suo guanto di sfida, basato sulla falsa promessa di tutelare i deboli, di fornire uno scudo e una protezione a chi lo Stato ha dimenticato.
È un caso che la presenza delle mafie e la loro aggressività sociale sia più forte e robusta in coincidenza delle più forti criticità in termini di povertà educativa e dispersione scolastica, nelle quali l’Italia vanta un tristissimo primato fra i Paesi Ocse? Io non lo credo, e non lo crede nemmeno Cafiero de Raho, da un osservatorio ben più ampio e qualificato del mio. Non possiamo limitarci alle deplorazioni, agli esorcismi, alle invettive: dobbiamo sapere che tutte le volte che lo Stato e la società legale si voltano dall’altra parte, tutte le volte che non c’è ascolto del bisogno, qualcun altro risponderà. È così nel drammatico fenomeno dell’usura, che colpisce famiglie e operatori economici in vario modo espulsi dal sistema creditizio, è così per la “protezione” offerta dal racket, e così per tutti quei cittadini che si sentono ai margini, non ammessi, radiati.
Non è casuale che anche a Foggia, come attesta la relazione prefettizia, siano state le politiche sociali il bersaglio e il grimaldello utilizzati dai clan per consolidare ed estendere il proprio potere. Perché il potere di chi può garantire un alloggio popolare, un sussidio, un posto di lavoro, può essere utilizzato per lucrare profitti immediati (e spesso lo è) ma anche per costruire un’influenza duratura, tale da incidere in misura durevole nei processi sociali, politici, elettorali.
Se questo fronte è strategico, dobbiamo convenire, con don Ciotti, che le risorse per la socialità, per l’integrazione, per l’inclusione non vanno considerate un costo, ma un investimento, una voce di spesa che produrrà ritorni di medio periodo copiosi. Ogni taglio ad essa, salvo il legittimo e sacrosanto dibattito sulle modalità che le diano la maggiore efficacia, va considerato un prestito senza scadenza fatto alla mafia. Un attento e intelligente presidio della spesa sociale, anche nella nostra città, è la principale priorità cui deve rispondere lo Stato con tutte le sue articolazioni e soprattutto con l’indispensabile concorso partecipe della cittadinanza attiva, del mondo delle imprese e delle professioni, della società civile tutta. È difficile, vista la drammatica sproporzione tra vastità dei bisogni e limitatezza delle risorse. Proprio per questo è una battaglia che va condotta con applicazione, impegno e intelligenza. Tutte qualità che il nostro territorio, se e quando vuole, sa dimostrare. (In alto, nel riquadro, Cavaliere; sullo sfondo, l’incontro organizzato da Libera e Unifg)



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