Latitanti foggiani in fuga da mesi, caccia serrata a “Lupin” e a due esponenti della mafia sfuggiti al maxi blitz

Oltre a Bonalumi hanno fatto perdere le proprie tracce Ariostini e Gesualdo, entrambi coinvolti in “Decimabis”

È caccia ai latitanti. Non c’è solo Olinto Bonalumi, il “Lupin” di Foggia, tra i ricercati dalle forze dell’ordine. Nella lista spuntano anche Savino Ariostini, 51 anni, alias “Nino 55”, elemento di spicco della “Società Foggiana” e Leonardo Gesualdo, 34 anni, detto il “Vavoso”, entrambi sfuggiti al blitz antimafia “Decimabis” del 16 novembre scorso. Si è invece costituito in carcere, alcune settimane fa, Carmine Delli Carri, coinvolto nell’operazione antidroga “Ultimo Avamposto 2”.

Bonalumi, specializzato nei colpi in banca, deve scontare oltre 13 anni di galera. Su di lui, infatti, pende da gennaio un ordine di carcerazione firmato dalla Procura generale di Ancona. Tra le condanne da scontare c’è quella per il furto da 5 milioni e 300mila euro avvenuto la notte del primo maggio 2009 nel caveau della ditta NP Service che si trova al villaggio artigiani, alla periferia di Foggia. Bonalumi era ritenuto dagli inquirenti la mente dell’organizzazione. Il 61enne deve scontare anche una condanna per corruzione e tentata concussione ai danni di appartenenti a forze dell’ordine per il progetto di furto, ad ottobre 2011, ai danni del caveau della banca d’Italia di Ancona.

Decimabis, il ruolo di Ariostini e Gesualdo

Ariostini e Gesualdo, ritenuti dagli inquirenti contigui alla batteria Moretti-Pellegrino-Lanza, sono accusati di mafia per “Decimabis”, maxi operazione del novembre 2020, quando la DDA bussò ad oltre 40 persone tra boss e picciotti della malavita foggiana. I magistrati antimafia ritengono i due latitanti “partecipi del sodalizio, con il compito di supportarlo nella fase esecutiva dell’attività estorsiva, con riferimento alla richiesta ed alla riscossione delle tangenti, nonché alla consegna dei proventi destinati al mantenimento degli associati”.

Riguardo ad Ariostini, a pagina 130 dell’ordinanza del gip, si legge: “I plurimi elementi indiziari hanno descritto Ariostini quale soggetto con un ruolo di vertice all’interno del sodalizio in grado, in virtù del carisma criminale, di poter assicurare il mantenimento dei sodali arrestati, provvedendo alla distribuzione dei proventi illeciti”. In un’intercettazione tra Ariostini e il boss Raffaele Tolonese, si parlava dei soldi da inviare agli affiliati in cella, mentre in un’altra circostanza, “Nino 55” commentava la necessità di fare ricorso ad azioni intimidatorie per “indurre i commercianti a soggiacere alle richieste estorsive”. Ariostini interagiva anche con i vertici del sodalizio, soprattutto Pasquale Moretti, che lo avrebbe incaricato di vendicare l’omicidio di Rodolfo Bruno ucciso a Foggia il 15 novembre 2018. La vendetta non si è mai consumata.

In quanto a Gesualdo, il pentito Raffaele Bruno (collaboratore di giustizia dal 2007) ha riferito (pagina 139 dell’ordinanza del gip) che il “Vavoso” faceva parte del gruppo Moretti “ma era corteggiato anche dalla batteria avversaria Sinesi-Francavilla, ritenuto estremamente sveglio e capace”. Gesualdo decise di aderire ai Moretti in quanto “nutriva un forte odio per i Sinesi”, sospettati di aver ucciso due suoi parenti. Anche il pentito Carlo Verderosacollaboratore da pochi anni, ha indicato Gesualdo nel mondo della malavita locale: “Era nella lista dei pagamenti degli stipendi (1000 euro al mese)” aggiungendo che “spara quando c’è da sparare”. La caccia ai latitanti continua. (In alto, Bonalumi; nei riquadri, Ariostini e Gesualdo)



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