Madonna dei Sette Veli, il Vescovo di Foggia: “Questa città prima nasconde e poi espone al pubblico, senza pietà o con falsa pietà”

Pelvi nel giorno della festa patronale. “Vorrei ascoltare con voi sofferenti e derelitti, per i quali la miseria economica si confonde con alcolismo, droga, azzardo”

Lunga omelia sulla povertà e la necessità di carità del vescovo Vincenzo Pelvi nella Santa Messa della Madonna dei Sette Veli. In prima fila tutte le autorità, compreso il sindaco Franco Landella accompagnato da sua moglie. “Riflettendo su questa giornata, mi è venuto di pensare alla cultura della cura dinanzi a tante forme di povertà che viviamo. Mi chiedevo: a chi non capita di incontrare persone con lo sguardo smarrito, il capo chino, l’andatura incerta che tradisce paura e sconforto? Eppure accorgersi dell’altro che ci passa accanto è un dono inatteso, una luce che si accende dentro, fa vedere oltre, al di là di sé e spinge il cuore in avanti. La vita scorre, il tempo passa e rimane solo il farsi compagnia, provare senza calcoli e rumori, chinandosi verso chi è nel bisogno”.

Il Vescovo ha elencato le varie povertà, rifacendosi alle 7 opere di Misericordia. “Penso ai senza reddito e senza lavoro, ai precari e agli stagionali, alla carovana degli invisibili che subiscono il sommerso e si aggrappano a qualche lavoro nero, che uccide i diritti e la dignità. Penso agli ammalati e agli anziani, ai bambini disabili e svantaggiati impossibilitati a partecipare alla vita scolastica e sociale, agli adolescenti frastornati e confusi nel loro equilibrio psicoaffettivo. Vorrei ascoltare con voi sofferenti e derelitti, per i quali la miseria economica si confonde con alcolismo, droga, azzardo, come pure di coloro che si lasciano piegare da debiti e prestiti e buttano la loro vita nel rischio della microusura e microdelinquenza. Vorrei sostare in quelle famiglie, che non sanno neppure compilare un modulo per un sussidio o per accedere a servizi pubblici sanitari e sociali. La povertà non è poesia, ma oppressione, iniquità, ladrocinio. Le statistiche sono senza carne, senza voce, senza odore. Nella nostra città vivono persone che ogni tanto balzano in prima pagina e vengono sfruttate fino all’ultimo fino a che la notizia e l’immagine ci attirano, la città prima nasconde e poi espone al pubblico, senza pietà o con una falsa pietà. Eppure in ogni uomo e donna di questa città respira il desiderio di essere accolti, considerati come realtà sana, perché la storia umana è sacra”.

Gli altri vanno aiutati nella loro essenza di essere umani, secondo il Vescovo. “Gli stessi poveri sono volti della città, non categorie sociologiche di cui si deve occupare esclusivamente la Cei, la diocesi attraverso la Caritas, o la Fondazione Antiusura oppure le parrocchie, così generosamente presenti. Tutti siamo responsabili di tutti, l’altro è il nostro prossimo, non un mezzo da sfruttare, ma compagno di strada. L’altro è il prendersi cura, una dimensione culturale che si esplicita nlla vicinanza e può assumere molte forme aperte a sostegno della comunità. La cultura della cura è un impegno solidale della città, per proteggere e promuovere la dignità di tutti, con la propensione ad interessarsi, a mettersi a disposizione, ad essere compassionevoli, a darsi reciprocamente in questo tempo di pandemia. In questa pandemia, non perdiamo il timone della dignità di ogni uomo e di tutto l’uomo. Dalla carità passa la prima e vera testimonianza del Vangelo, la concreta carità verso chi è assetato, affamato, forestiero, nudo, malato, carcerato e tutti verremo giudicati. Teniamo lo sguardo rivolto alla Vergine Madre e non cediamo alla tentazione di disinteressarsi degli altri. Non abituiamoci a voltare lo sguardo, costruiamo la nostra città dove tutti si accolgono, prendendosi cura gli uni degli altri”.