Torna a salire il prezzo del grano a Foggia: “Emergenza Covid spinge ad autosufficienza a tavola”

“Risalgono le quotazioni del grano duro a Foggia, dopo la spallata di settembre data da Coldiretti contro le riduzioni inaccettabili del prezzo, con l’andamento positivo del cereale per uso umano più consumato nei paesi occidentali che si riflette a livello mondiale nei diversi continenti ed anche in Puglia”. E’ quanto afferma Coldiretti Foggia, commentando l’aumento del prezzo del grano di 0,50 euro a quintale definito nel corso dell’ultima commissione in commissione alla Camera di Commercio di Foggia, con una effervescenza delle richieste da parte dei mulini di grano 100% italiano

“L’allarme globale provocato dal Coronavirus ha fatto emergere una maggior consapevolezza sul valore strategico rappresentato dal cibo e dalle necessarie garanzie di qualità e sicurezza. Dobbiamo riscoprire la tradizione agricola per puntare all’obiettivo della autosufficienza a tavola per difendersi dalle turbolenze provocate dall’emergenza coronavirus che ha scatenato corse agli accaparramenti e guerre commerciali con tensioni e nuove povertà”, afferma Pietro Piccioni, delegato confederale di Coldiretti Foggia.

Rispetto all’anno scorso sono aumentati del 29% i consumi di pasta 100% made in Italy e nei primi 6 mesi del 2020 è aumentato anche – aggiunge Coldiretti Puglia – l’export di pasta dalla Puglia del 26% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, sui dati Istat/Coeweb sul commercio estero, una performance esportativa che testimonia il grande successo della produzione ‘made in’ all’estero.

“Ci sono le condizioni per rispondere alla domanda dei consumatori ed investire sull’agricoltura del nostro territorio che è in grado di offrire produzione di qualità realizzando rapporti di filiera virtuosi con accordi che – insiste Piccioni – valorizzino i primati del Made in Italy e garantiscano la sostenibilità della produzione in Italia con impegni pluriennali e il riconoscimento di un prezzo di acquisto “equo”, basato sugli effettivi costi sostenuti”.

Gli acquisti di pasta fatta al 100% di grano made in Italy – sottolinea la Coldiretti – sono cresciuti ad un ritmo di quasi 2 volte e mezzo superiore a quello medio della pasta secca (+12,5%) anch’essa in forte aumento anche dall’effetto dello smart working e del lungo lockdown per combattere l’emergenza covid che ha costretto i cittadini in casa nel periodo considerato. Il risultato è che già oggi un pacco di pasta su 5 venduto al supermercato – precisa Coldiretti – utilizza esclusivamente grano duro coltivato in Italia, con la Puglia che ha prodotto nella campagna 2020 un quantitativo di grano in diminuzione fino al 30% rispetto alla media a causa del clima pazzo, ma di qualità ottima.

In controtendenza alle difficoltà dell’economia globale, la corsa a beni essenziali – sottolinea la Coldiretti – sta facendo aumentare le quotazioni delle materie prime agricole necessarie per garantire l’alimentazione delle popolazione in uno scenario di riduzione degli scambi commerciali e di cali produttivi dovuti all’andamento climatico ma anche per effetto del boom di richieste di alimenti non deperibili, nutrienti e di facile consumo per effetto delle misure di confinamento della popolazione nelle case per sconfiggere il virus.

La produzione di grano duro nazionale per la pasta nel 2020 secondo l’Istat si colloca – riferisce la Coldiretti – a 3,76 milioni di tonnellate, in leggera contrazione del 3,7% rispetto allo scorso anno mentre il raccolto di grano tenero per il pane è stimato in 2,74 milioni di tonnellate. Il risultato è che oggi l’Italia dipende dall’estero per circa il 60% del grano tenero per il pane che consuma mentre viene importato attorno al 25% del grano duro destinato alla pasta, una percentuale in riduzione anche grazie all’aumento delle richieste di pasta con grano 100% italiano favorite anche dall’obbligo di indicare l’origine del grano fortemente voluto dalla Coldiretti.

La domanda di grano 100% Made in Italy si scontra infatti con anni di disattenzione e abbandono che nell’ultimo decennio hanno portato alla scomparsa di 1 campo su 5 dopo con la perdita di quasi mezzo milione di ettari coltivati con effetti dirompenti sull’economia, sull’occupazione e sull’ambiente. Una situazione aggravata – conclude Coldiretti – dalla concorrenza sleale delle importazioni dall’estero soprattutto da aree del pianeta che non rispettano le stesse regole di sicurezza alimentare e ambientale in vigore nel nostro Paese.



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