Mafia Cerignola, collegamenti tra Metta e il clan. I giudici: “Comportamenti ex sindaco da censurare, gravi e inopportuni”. Sentenza incandidabilità

Nel documento si spiega che l’allora primo cittadino “avrebbe dovuto saper scindere la propria professione (peraltro non più praticata) dalla propria vita privata e dal ruolo istituzionale rivestito”

Metta sempre più irritato nelle sue invettive social, arricchite da parolacce e varie volgarità. In un recente video, l’ex sindaco di Cerignola è tornato a scagliarsi contro la nostra testata dopo l’articolo incentrato sull’intervista della dirigente del commissariato, Loreta Colasuonno a Il Fatto Quotidiano. Per Franco Metta, la criminalità locale avrebbe cose più gravi a cui pensare piuttosto che preoccuparsi di chiedere il pizzo alle imprese, come affermato dall’agente di polizia. E lui come fa a saperlo? È costantemente aggiornato sulle dinamiche criminali cerignolane? I quesiti della nostra testata. “Faccio il penalista da anni”, la risposta di Metta che però non esercita la professione ormai da tempo.

Ma la sua particolare e presunta preparazione circa le dinamiche criminali nella città ofantina, pare ben rappresentata nella lunga sentenza di primo grado del Tribunale di Foggia (è previsto l’appello) che ha respinto la richiesta di incandidabilità nei suoi confronti, avanzata da Prefettura e Ministero. Nel documento – sul quale Metta nei suoi video ha soprasseduto, nonostante l’esito per lui favorevole – si legge che ci sarebbero “elementi su collegamenti diretti dell’ex sindaco con la criminalità organizzata di tipo mafioso di Cerignola” – scrivono i giudici (Rizzi, Carbonelli, Marfè). Collegamenti che però non avrebbero “determinato un’alterazione del procedimento di formazione della volontà degli organi elettivi ed amministrativi, né compromesso il buon andamento e l’imparzialità dell’amministrazione comunale o il regolare funzionamento dei servizi ad essa affidati”.

Ma nonostante la mancanza di elementi per stabilire l’incandidabilità dell’ex primo cittadino, i giudici condannano fermamente gli atteggiamenti assunti da Metta durante la sua amministrazione. “L’ex sindaco – riporta la sentenza – avrebbe dovuto saper scindere la propria professione (peraltro non più praticata) dalla propria vita privata e dal ruolo istituzionale rivestito”. Il riferimento è soprattutto ai rapporti con personaggi del clan Piarulli-Ferraro e alla partecipazione di Metta ad alcuni matrimoni, come celebrante e ospite.

Nozze galeotte

Secondo i giudici civili, “il collegamento di Metta con associazioni criminali di stampo mafioso operanti sul territorio cerignolano e, precisamente, con il clan Piarulli-Ferraro, emerge dalle vicende relative alle nozze ed ai ricevimenti nuziali di affiliati all’organizzazione malavitosa”.

“Metta – riportano i giudici – ha officiato le nozze e preso parte ai festeggiamenti a cui erano presenti molti elementi di spicco del gruppo criminale Piarulli-Ferraro, tra cui i testimoni di nozze Piarulli Mario, ritenuto il capo del clan, e Brandonisio Arcangelo, entrambi condannati anche per il reato di cui all’art. 416 bis c.p.”. Durante uno dei matrimoni incriminati, “l’ex sindaco esprimeva pubblicamente parole di affetto, vicinanza e stima personale nei confronti degli sposi, dei testimoni e degli invitati alla cerimonia”.

Metta si preoccupò persino di riprodurre un rito nuziale civile già celebrato da un ex consigliere comunale, “alla presenza di numerosissimi e noti pregiudicati di Cerignola, elementi di spicco del clan Piarulli-Ferraro”.

Stando a quanto riportato in sentenza, “la celebrazione di questi matrimoni da parte del resistente Metta, la sua partecipazione alle nozze, le parole da lui espresse in quelle occasioni, solo in parte possono essere spiegate dalla funzione pubblica da lui rivestita e dai rapporti professionali intrattenuti quale avvocato penalista con taluni dei pregiudicati che partecipavano a quelle cerimonie”. Inoltre “non era più necessario che egli esplicasse la propria funzione di ufficiale dello stato civile, avendo ormai gli sposi già contratto matrimonio”.

Inoltre, “l’ex sindaco avrebbe potuto evitare di celebrare i matrimoni, esercitando il proprio potere di delega delle funzioni di ufficiale dello stato civile, di cui agli artt. 1 e 2 D.P.R. n. 396/2000 (Ordinamento dello stato civile), ben conscio della caratura criminale dei soggetti presenti alle nozze”. Metta avrebbe replicato spiegando di aver preso parte alle nozze “per un rapporto di mera conoscenza, giustificato dalla propria attività professionale”.

Però, “tale affermazione”, secondo i giudici, “non spiega” la partecipazione dell’ex sindaco anche alle nozze di un noto pregiudicato “che non risulta dagli atti essere stato un suo assistito”.

“La partecipazione del resistente alle celebrazioni ed ai ricevimenti nuziali è fortemente censurabile, ed ancor più grave ed ingiustificata, se si fa riferimento alla caratura criminale ed al numero di affiliati al clan Piarulli-Ferraro presenti alle nozze”.

Metta avrebbe assunto “comportamenti del tutto inopportuni, che non trovano giustificazione né nella funzione pubblica rivestita (che, viceversa ne costituisce una aggravante) né nei precedenti rapporti professionali con alcuni di essi”.

Inoltre, la partecipazione a quelle nozze, secondi i giudici avrebbe avuto una “elevata carica simbolica, generando nella pubblica opinione locale la percezione della vicinanza, o quantomeno dell’assenza di ostilità, da parte dell’istituzione comunale nei confronti del gruppo criminale mafioso, noto come tale nella ristretta realtà territoriale di riferimento”.

La mancanza di “elementi sufficienti”

Ma “sebbene sia stata acquisita la prova di uno dei due presupposti applicativi, tra loro alternativi, di cui alla prima parte dell’art. 141, comma 1, D.Lgs. n. 267/2000 – ovvero il collegamento con la criminalità mafiosa dell’ex sindacola Prefettura di Foggia ed il Ministero dell’Interno non hanno fornito elementi sufficienti ad integrare la prova di uno dei due possibili effetti di tali collegamenti, di cui alla seconda parte della norma – l’alternazione dell’attività amministrativa, con compromissione del buon andamento, dell’imparzialità dell’amministrazione e del regolare funzionamento dei servizi pubblici, ovvero il pregiudizio per la sicurezza pubblica”.

“Non sono sufficienti a fornire tale ultima prova le vicende amministrative che condussero all’affidamento di importanti servizi pubblici ad imprese riconducibili alla criminalità organizzata e, nello specifico, al clan Piarulli-Ferraro. Imprese destinatarie, dopo l’affidamento dell’appalto, di interdittiva antimafia da parte della Prefettura di Foggia. Non vi sono elementi rilevanti e, soprattutto, univoci, che comprovino un’alterazione dei procedimenti di formazione della volontà degli organi comunali, la compromissione del buon andamento e dell’imparzialità dell’amministrazione nonché del funzionamento dei servizi pubblici comunali.

Invero, circoscritti gli addebiti, per le ragioni esposte, ai tre affidamenti di servizi pubblici alle società Mondoservice, Mondoeco e Cerignola Progresso, rispetto ad essi non si sono verificati scostamenti significativi dell’attività amministrativa dai modelli legali di riferimento”.

Nel caso della Mondoservice in modo particolare, “l’affidamento diretto del servizio di manutenzione del verde pubblico, a partire dal 25 marzo 2016, può ragionevolmente spiegarsi con la necessità di garantire alla cittadinanza lo svolgimento di un importante servizio pubblico, in mancanza di altre imprese interessate”. Successivamente, l’ex sindaco incaricò la ditta di svolgere altri lavori, nonostante nel frattempo sia intervenuta l’interdittiva antimafia, “per l’urgenza di provvedere alla rimozione degli alberi pericolanti, che rappresentavano un rischio per la pubblica incolumità”. Anche le varie proroghe alla Mondoservice si spiegano con “l’assenza di altri operatori interessati presenti sul mercato. Nel caso di specie, quindi, non può ravvisarsi una violazione, se non puramente formale, del principio di rotazione di cui all’art. 36 D.Lgs. n. 50/2016, principio derogabile, che impone di “ruotare” negli affidamenti sotto soglia, in modo da assicurare l’effettiva possibilità di partecipazione delle microimprese, piccole e medie imprese”.

(In alto, il Comune di Cerignola; nei riquadri, Metta e il prefetto di Foggia, Raffaele Grassi)

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