Mafia, super consulenti in tribunale per “salvare” dalla condanna il capo del clan Lombardi. Attesa per la sentenza

È guerra “all’ultimo chilometro” tra accusa e difesa per stabilire il percorso effettuato dall’imputato il giorno dell’agguato mafioso al montanaro Giuseppe Silvestri, ucciso nel 2017

Giornata molto importante, ieri, nel processo a Matteo Lombardi, presunto capo della batteria criminale omonima. Oltre alla deposizione della super consulente della difesa Francesca Torricelli (leggi qui l’articolo), in Corte d’Assise è stato sentito l’ingegnere Del Grosso, perito incaricato dai legali dell’imputato di svolgere accertamenti sul tratto di strada tra il luogo dell’omicidio di Giuseppe Silvestri (strada panoramica di Monte Sant’Angelo) e la stazione di servizio dove Lombardi avrebbe incontrato l’amico Antonio Zino, quest’ultimo sotto processo per favoreggiamento.

Cosa successe la mattina del 21 marzo 2017? Fu Lombardi ad uccidere Silvestri, prima di recarsi a Lodi con Zino per un’asta di auto? Per la DDA non ci sarebbero dubbi sul movente, riconducibile alla guerra tra gli scissionisti capeggiati da Lombardi e il clan dei montanari Li Bergolis-Miucci di cui la vittima avrebbe fatto parte. Per l’accusa, Silvestri avrebbe dato sostegno logistico ad alcuni pregiudicati viestani per la rapina alla gioielleria Dei Nobili di Monte, in quel periodo passata sotto la “protezione” del gruppo di Lombardi. Potrebbe essere questo uno dei motivi che portò Silvestri alla morte.

Per la DDA (pm Cardinali), Lombardi e almeno due complici ammazzarono Silvestri con fucili calibro 12, marchio di fabbrica della mafia garganica, utilizzando una Toyota Rav4, poi l’imputato fu accompagnato presso una stazione di servizio nei pressi di Poggio Imperiale (San Trifone Est) dove ad attenderlo c’era Zino. La Rav4 venne trovata distrutta nelle campagne di Cagnano Varano. Secondo le relazioni depositate da Del Grosso, i tempi tra l’agguato e l’appuntamento con il complice non coinciderebbero, seppur di poco. Lombardi avrebbe attraversato una strada piuttosto stretta, spesso percorsa anche da animali, la SS272. “Per raggiungere l’area di servizio servono almeno 11 chilometri in più rispetto a quanto rilevato dall’accusa”, dicono i legali dell’imputato.

L’impianto accusatorio dei magistrati antimafia avrà retto anche dopo le deposizioni dei super consulenti? Possono pochi chilometri minare le convinzioni dell’accusa? E il Dna? Tracce di Lombardi (forse saliva scaturita da colpi di tosse) furono ritrovate sulle cartucce rinvenute a terra la mattina del delitto. “Di certo non le ha messe la cicogna”, disse in una delle prime udienze il giudice Civita. Ma per la Torricelli, l’imputato avrebbe maneggiato le armi molto tempo prima dell’omicidio e la presenza massiccia di tracce sarebbe fin troppo strana se Lombardi avesse avuto l’intenzione di commettere un attentato. Dunque avrebbe toccato tranquillamente le cartucce, senza preoccuparsi delle conseguenze.

Dal canto suo, il pm resta tranquillo, sicuro del fatto che le tracce di Dna siano finite su quelle cartucce in prossimità dell’agguato e che Lombardi sia stato accompagnato a velocità sostenuta all’appuntamento con Zino nel tentativo di crearsi un alibi, recandosi a Lodi per un’asta di auto. Processo alle battute finali, il 5 ottobre la prossima udienza, a seguire la sentenza. (In alto, il giorno dell’arresto di Lombardi in un casolare di Siponto)

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