Lo Stato mette fine agli affari del capomafia di San Severo, svelato “il pianeta di prestanomi” di Severino Testa

Dimostrata la disponibilità diretta e indiretta da parte dell’uomo di beni di valore sproporzionato rispetto ai redditi dichiarati, tanto da ritenere che siano stati il profitto di attività illecite

Poliziotti e finanzieri nel mondo del boss Testa. A San Severo, lo Stato ha colpito duramente il pianeta del “Puffo”, il 60enne Severino Testa, ritenuto dagli inquirenti a capo del sodalizio criminale Testa-Lapiccirella. Agenti della Polizia di Stato della Questura di Foggia, del Reparto Prevenzione Crimine di San Severo e militari della Guardia di Finanza del Comando Provinciale di Foggia hanno posto i sigilli al patrimonio dell’uomo, privato in un colpo solo del ristorante, di un’autorimessa, di due abitazioni, di un locale commerciale, di un autoveicolo, di otto conti correnti bancari e di tre conti deposito.

Nel video diffuso dalle forze dell’ordine, alcuni momenti salienti del blitz che ha svelato la rete di prestanomi utilizzata dal boss per portare avanti i suoi affari illeciti. Severino Testa, conosciuto con vari soprannomi tra i quali anche “Rino” e “Il mastro”, fu destinatario in passato della misura di prevenzione della Sorveglianza Speciale di P.S.. e annovera precedenti penali di associazione mafiosa, stupefacenti e reati contro il patrimonio. Insomma, un elemento di spicco della criminalità organizzata di San Severo. Il 60enne boss fu arrestato anche un anno fa nell’operazione “Ares” condotta dalla Polizia di Stato. Vennero arrestate ben 50 persone, tra le quali i maggiori esponenti dei gruppi criminali della città: boss e sodali dei clan Nardino, Russi e, appunto, Testa-Lapiccirella.

Le indagini patrimoniali, estese ai familiari conviventi e ad alcuni prestanome hanno dimostrato la disponibilità diretta e indiretta da parte del capomafia di beni di valore sproporzionato rispetto ai redditi dichiarati, tanto da ritenere che siano stati il profitto di attività illecite o ne costituiscano il reimpiego. Nello specifico, i beni mobili e immobili intestati a Testa e ai suoi familiari conviventi nonché a terzi prestanome, alla luce dell’analisi dei flussi finanziari in entrata (fonti) e in uscita (impieghi), non hanno trovato giustificazione nei modesti redditi prodotti, appena sufficienti per il sostentamento dell’intero nucleo familiare. Il Tribunale di Bari, condividendo la ricostruzione patrimoniale fatta dagli investigatori, ha accolto la proposta formulata dal questore di Foggia ed ha ordinato il sequestro dei beni per un valore complessivo di circa 800.000 euro.



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