Coronavirus, svolta sul vaccino: pronti i test. “Partiremo entro luglio, ecco come si svolgono”

Cinque tipi di profilassi già provate su piccoli gruppi. Ecco come saranno estese le vaccinazioni

La ricerca corre, il Coronavirus vola. Nella partita tesa a spegnere l’epidemia nel più breve tempo possibile è di queste ore l’annuncio chel’azienda tedesca CureVac ha un asso nella manica. “Nel mese di giugno, massimo a luglio, avvieremo test in Belgio e in Germania, studi clinici su un piccolo gruppo di persone adulte in buona salute”, ha dichiarato il presidente, Jean Stéphenne.

Chi riceverà le prime dosi?

Se gli esiti dei test saranno positivi, saltando la verifica su modelli animali, si aprirà la strada alla sperimentazione su una più ampia cerchia di volontari già esposti al virus, duemila cavie umane. Terzo step riguarderà gli anziani, con una verifica sul grado di protezione assicurata alla fascia di età maggiormente a rischio. Quanto tempo dovremo aspettare? Entro l’estate sapremo se i nostri ospedali potranno disporre di lotti pronti da distribuire a fine anno. In parallelo si svolgerà la campagna antinfluenzale e anti-pneumococco, quest’ultima contro un batterio responsabile di polmoniti di grado severo, che ie medici di famiglia Fimmg e Cittadinanzattiva hanno chiesto di anticipare a ottobre ed estendere, come fascia di età, partendo dai 55enno. Tornando a CureVac ha ricevuto elargizioni dalla Bill & Melinda Gates Foundation, ma il grosso degli investimenti ruota attorno a Berlino, e con Boehringer Ingelheim ha sviluppato una tecnologia basata su molecole di Rna messaggero che stimolano il sistema immunitario, cioè mirate anche su questa famiglia di Coronavirus. E se i test dovessero deludere le attese è già pronto un piano B.

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Quanti gruppi al lavoro nel mondo?

Nella corsa al vaccino si registrano 35 concorrenti, tanti sono i dossier sul tavolo dell’Agenzia europea per i medicinali (Ema) per la lotta a Sars-Cov2. A livello mondiale la rivista Nature ha censito 115 candidati vaccini, 78 di questi sono progetti attivi, degli altri mancano informazioni. Cinque di questi progetti sono già in fase clinica, secondo quanto riferisce un focus dell’ Istituto Nazionale Malattie Infettive Lazzaro Spallanzani di Roma.

La ricerca del vaccino potrebbe fallire?

La mobilitazione di energie induce a ben sperare, ma il direttore dell’organismo di controllo dell’industria farmaceutica, l’italiano Guido Rasi, è prudente. Ritiene che “se saremo svelti e fortunati, un vaccino disponibile in quantità sufficienti per consentirne un utilizzo diffuso si potrà ottenere nel giro di un anno, e sarà un traguardo comunque difficile da raggiungere, più realistico puntare ad avere farmaci collaudati in tempi brevi”. La cautela è legata ad alcuni precedenti deludenti, come il tanto atteso vaccino contro l’Aids, che è ancora nel limbo.

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Hanno fatto cilecca finora pure i tentativi di immunizzare la popolazione dall’aggressione di virus respiratori imparentati con la Covid-19, Mers e Sars. “Con questo Coronavirus dovremo imparare a conviverci, ci vorrà un anno se va bene, per arrivare al vaccino”, conferma Fabrizio Pregliasco, virologo igienista della Statale di Milano e presidente dell’Associazione nazionale pubbliche assistenze.

Chi è più vicino al traguardo?

Siamo appena agli inizi: soltanto ai primi di gennaio è stato mappato il genoma virale del SARS-CoV2. Tra i gruppi più avanti nella competizione attuale c’è il Moderna biotech a Cambridge (Usa) che sta testando un vaccino privo di capacità infettante, in quanto realizzato con tecnologie che producono risposte anticorpali sul bersaglio della proteina Spike. Promette bene anche il vaccino sperimentale di Inovio Pharmaceuticals, Pennsylvania: 40 volontari hanno ricevuto la prima dose, che sarà seguita da un richiamo tra 4 settimane. Speranze potrebbero arrivare anche da un vaccino tipo cerotto messo a punto all’ Università di Pittsburgh da un gruppo cui partecipa il genetista Andrea Gambotto. Johnson&Johnson in Europa ha sviluppato una piattaforma a Leiden in Olanda, già utilizzata con successo nello sviluppo del vaccino sperimentale Janssen contro Ebola, che potrebbe rivelarsi decisiva. In Cina invece, nella corsa al vaccino, riferiscono le cronache, è una partita a due tra CanSino Biologics e Shenzhen Geno-Immune Medical Institute.

E in Italia qualcosa si muove?

Una ricercatrice, Stefania Di Marco, guida l’equipe Advent dell’IRBM Science Parkdi Pomezia che, forte dell’esperienza maturata con Ebola, lavora a un vaccino basato su un adenovirus modificato reso innocuo, mentre il ministero ha dato semaforo verde alla fase pre-clinica di un progetto messo a punto da Takis. Altra azienda coinvolta attivamente nella ricerca è ReiThera. “Una volta decifrata la sequenza – ha precisato da parte sua Rino Rappuoli, immunologo di chiara fama – in una settimana si può sintetizzare un gene sintetico che esprime la proteina di superficie virale utile a produrre un vaccino sperimentale. La parte difficile, dopo, consiste nel produrre vaccini su larga scala, da impiegare in sicurezza nell’uomo, un passaggio che porta via tanto tempo tra prove cliniche, processi industriali e scelta degli adiuvanti”.

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Cosa fare in attesa del vaccino?

In attesa di un ipotetico vaccino, che potrebbe immunizzare e proteggere vasti strati di popolazione, partendo dalle categorie a rischio, occorre continuare a osservare le misure di protezione individuali e collettive più volte dichiarate, lavarsi spesso in maniera accurata le mani, mantenere le distanze, igienizzare gli ambienti privati dove si soggiorna, avvertire il medico di famiglia in caso di febbre o malessere sospetto, e coprirsi sempre naso e bocca in circostanze particolari, ad esempio all’interno di locali pubblici affollati, sempre mantenendo le distanze di un metro e mezzo almeno gli uni dagli altri, raccogliendo l’invito alla cautela sintetizzato in un comunicato delle società scientifiche dei chirurghi italiani (Acoi Sic) e degli anestesisti (SIAARTI) sull’impiego delle mascherine, e prendendo ad esempio il comportamento in pubblico del noto infettivologo dell’Istituto superiore di sanità, Gianni Rezza, che abbiamo visto coprirsi naso e bocca al termine delle conferenze della Protezione civile, in prossimità di altre persone, applicando ii principio di precauzione universalmente riconosciuto.

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