Capitanata nella monnezza, il business criminale della “Montagano’s family” con l’aiuto del dirigente della Provincia. Tutti i nomi di “Bios”

In 430 pagine la ricostruzione del sistema illecito messo in atto dall’imprenditore 65enne. Guai per Biscotti dell’ente provinciale: “Contribuiva alla perpetrazione e alla protrazione del reato”

Un’ordinanza cautelare di 430 pagine per ricostruire l’operazione “Bios”, blitz di DDA e Guardia di Finanza di Bari contro il traffico illecito di rifiuti in provincia di Foggia. Un business criminale messo in piedi essenzialmente allo scopo di aggirare i costi di smaltimento dei rifiuti per poi tombare la monnezza nei terreni della Capitanata.

Al centro del provvedimento firmato dal gip, Marco Galesi c’è Dario Montagano, 65 anni, responsabile “di fatto” della gestione e direzione dell’impianto di compostaggio Bio Ecoagrim srl di Lucera. Nei guai anche figli, generi e nuore dell’imprenditore: Stefano Montagano, 34 anni, Libero Angelo Montagano, 38 anni, Marina Libero, 62 anni (moglie di Dario), Leonardo D’Incalci, 33 anni, Donatella Rita Vecera, 39 anni, Rosalba Caterina Montagano, 31 anni, Cira Valentina Montagano, 41 anni e Nicola Pietro De Matteis, 38 anni, tutti con ruoli ben precisi all’interno delle aziende del 65enne imprenditore.

Spicca tra gli indagati, Stefano Maria Biscotti, dirigente del settore Assetto del Territorio e Ambiente dell’ente Provincia di Foggia che avrebbe chiuso più di un occhio per favorire i traffici dalla Montagano’s family.

Tra le altre persone coinvolte nel blitz “Bios”, troviamo anche rappresentanti di ditte individuali e dipendenti necessari per portare avanti gli “affari” dei Montagano. Nella lista compaiono Michele Damato, Ruggiero Dipalo, Carmine Amedeo D’Antuoni, Michele Barone, Giovanni Petrella, Pasquale D’Addona, Giovanni Pensato, Carmine D’Addona, Antonio Petruzzellis, Giuliano De Cristofaro, Marco Cocca, Pasquale Del Gaudio e Michele Ferringo.

Un raggiro milionario

Una parte dello smaltimento avveniva in discariche abusive ricavate in terreni appositamente acquistati negli anni dalle stesse società coinvolte nell’operazione e situati prevalentemente nell’agro di Lucera. Una gestione in house che permetteva di creare un doppio binario di ricavi: da una parte il pagamento di Comuni e società per il conferimento, dall’altro il mancato “costo” per lo smaltimento secondo legge. Complessivamente, il profitto per società e persone fisiche ammonta a 26 milioni di euro.

Secondo le accuse, Montagano e soci avevano messo in piedi un business illegale per “gestire abusivamente – si legge nell’ordinanza – ingenti quantitativi di rifiuti speciali (pari ad almeno 245.046,02 tonnellate) costituiti da compost fuori specifica prodotto utilizzando materiali conferiti da varie imprese e da enti locali che trasportavano – al termine delle lavorazioni industriali poste in essere nell’impianto – e smaltivano, mediante sversamento, su diversi suoli della provincia di Foggia”.

La Bio Ecoagrim srl avrebbe svolto una mera operazione di trattamento preliminare del rifiuto “del tutto insufficiente a realizzare la ‘cessazione della qualifica di rifiuto’”.

In buona sostanza, spiega il gip, l’azienda effettuava una “sommaria triturazione e miscelazione così da poterlo poi trasportare, conseguentemente non destinando i rifiuti a recupero effettivo e oggettivo e, tuttavia, qualificavano il materiale in uscita come ‘ammendante stallatico Bioecoagrim comp.misto’ e, a partire dal 3 giugno 2015, come ammendante compostato con fanghi, pur dovendo esso essere qualificato e gestito, in entrambi i casi e per tutto il periodo preso a base dall’indagine, come rifiuto speciale non pericoloso”.

Da sinistra, Stefano e Dario Montagano

Il ruolo del capo: Dario Montagano

Dario Montagano viene definito dal giudice “capo e organizzatore al vertice del sistema imprenditoriale riferibile alla famiglia Montagano. Sovrintendeva e coordinava il traffico illecito, avendo rapporti diretti con i vari destinatari del ‘compost fuori specifica’, gestendo direttamente l’organizzazione complessiva di tutta l’attività e delle società al fine di gestire illecitamente i rifiuti e i contatti con tutti i componenti del suo nucleo familiare, con gli autisti, dipendenti e collaboratori delle imprese nonché con i vettori Pasquale D’Addona e Antonio Petruzzellis, con Michele Damato e con Ruggiero Dipalo”.

E ancora, “tramite assegni, versava la somma di 650mila euro per l’acquisto, in data 4 agosto 2015, di oltre 40 ettari di suoli agricoli siti alla contrada Macchione Torre di Lama dei Comuni di Foggia e San Marco in Lamis, intestati a Libero Angelo Montagano, dove sono stati smaltiti ingenti quantità di ‘compost fuori specifica’ prodotte dalla Bio Ecoagrim”. Stesso discorso per i terreni agricoli acquistati in contrada Colle Martello del Comune di Serracapriola.

Stando all’ordinanza cautelare, Montagano “si occupava da un lato delle intese commerciali finalizzate ad acquistare mediante la Monirr srl e/o la Enoagrimm Import Export srl partite di vino e/o mosto di vino dai clienti; dall’altro di far emettere dalla Bio Ecoagrim srl a favore degli stessi venditori del vino e mostro, documenti di trasporto attestanti forniture di ‘ammendante stallatico Bio Ecoagrim comp.mistro’ e, dal 3 giugno 2015, ‘ammendante comportato con fanghi’, il tutto con la finalità di conseguire una apparente compensazione degli importi della vendita dell’ammendante con quelli all’acquisto di vino e mosto e, quindi, far risultare che l’ammendante era ceduto verso il corrispettivo di un prezzo”.

Il coinvolgimento del dirigente della Provincia

Guai per Stefano Maria Biscotti, 66enne dirigente della Provincia di Foggia. “Nella qualità di pubblico ufficiale, dirigente del Settore Assetto del Territorio e Ambiente della Provincia di Foggia – scrive il gip –, forniva il proprio contributo alla perpetrazione e alla protrazione del reato, sia mediante il rilascio dell’Autorizzazione Integrata Ambientale nei confronti della Bio Ecoagrim srl, sia omettendo di esercitare il proprio dovere di vigilanza e di accertamento delle condotte illecite poste in essere dai vertici apicali delle aziende oggetto di indagine. In particolare – prosegue il gip Galesi – a fronte della richiesta di chiarimenti della Procura della Repubblica ometteva di effettuare gli opportuni accertamenti richiesti”.

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