“Terrorismo psicologico” in aziende agricole di Foggia e Zapponeta, arrestati imprenditori-caporali. “Modalità inquietanti di sfruttamento”

La Procura di Foggia ha disposto il controllo giudiziario delle aziende, con l’individuazione di un amministratore giudiziario già nominato dal Tribunale che avrà il compito legale di garantire il pieno funzionamento delle imprese

Nella giornata di ieri, fin dal primo mattino, i carabinieri del Comando Provinciale di Foggia e quelli del locale Comando N.I.L. sono stati impegnati nella fase finale di due distinte attività investigative, dirette e coordinate dalla Procura della Repubblica di Foggia, finalizzate a contrastare i tanto insidiosi quanto diffusi fenomeni del caporalato ed in generale delle varie tipologie di sfruttamento del lavoro in agricoltura. Le attività d’indagine che hanno visto impegnati gli inquirenti hanno interessato l’azienda agricola Perugini Libero, con sede a Foggia in località tratturo Castiglione, e l’azienda Ortofrutta De Martino di Zapponeta.

Le mirate attività di investigazione poste in essere, nate in momenti diversi e da spunti diversi, sono poi state contemporaneamente dirette dal pool anticaporalato appositamente costituito in seno alla Procura della Repubblica di Foggia e condotte sul campo dai Carabinieri del Comando Provinciale e del Nucleo Ispettorato del Lavoro, anche mediante l’utilizzo di mezzi tecnici, ed hanno permesso così di accertare come, in entrambe le aziende sottoposte a verifica, i rispettivi titolari si servissero di manodopera composta esclusivamente da stranieri extracomunitari, per lo più di nazionalità albanese e marocchina, solo apparentemente assunti in modo regolare, ma sfruttati approfittando delle relative condizioni di inferiorità, sia economica che psicologica, in totale spregio di ogni normativa attualmente in vigore in materia di assunzioni, retribuzioni,  sicurezza e dignità dei lavoratori, tutto al fine di trarre un notevole vantaggio economico derivante dalle economie ottenute rispetto ad una corretta gestione aziendale.

In entrambe le situazioni, infatti, anche grazie a complesse e prolungate attività intercettive, il tutto necessariamente abbinato a numerosi e difficili servizi di appostamento e pedinamento, nonché alle conferme dichiarative poi avute a verbale, è stato possibile contestare agli indagati una serie di gravi reati, che vanno dall’intermediazione illecita, allo sfruttamento del lavoro, alle false dichiarazioni all’INPS, con altresì un nutritissimo corollario composto da numerosi altri reati e violazioni amministrative riguardanti il settore della sicurezza ed igiene nei luoghi di lavoro e quello giuslavoristico, il tutto approfittando dello stato di assoluto bisogno nel quale versavano i braccianti agricoli, che si trovavano a vivere e lavorare in condizioni inaccettabili sotto ogni aspetto. Più nel concreto, è stata accertata la sistematica sottoposizione dei lavoratori a massacranti condizioni di lavoro e a situazioni alloggiative degradanti, in cambio di retribuzioni del tutto difformi da quanto pattuito nei contratti nazionali, o territoriali, di settore, e comunque di ammontare sproporzionato rispetto alla quantità e qualità del lavoro prestato.

Con riferimento a quanto accadeva nell’azienda “Ortofrutta De Martino”, sono stati accertati e contestati addirittura casi di violenza ai danni di due fratelli, entrambi licenziati in tronco perché colpevoli di aver osato chiedere un aumento della retribuzione, per costringerli a lasciare i propri alloggiamenti all’interno di una sorta di “ghetto-lager” che era stato realizzato all’interno dell’azienda, che non assicurava nemmeno i minimi requisiti dell’umana decenza, per non parlare di quelli della sicurezza. Negli stessi ambienti di lavoro, in più, a ribadire lo stato di subordinazione dei dipendenti, era anche stato rinvenuto un cartello che minacciava la perdita del titolo abilitativo alla permanenza sul territorio nazionale in caso di licenziamento o di dimissioni del lavoratore, un atto di autentico “terrorismo psicologico”. Anche all’interno dell’altra azienda agricola oggetto di indagine, la “Perugini Libero” di Foggia, le cose non andavano in modo migliore. Infatti, pur di guadagnare a discapito della sicurezza e del rispetto delle norme minime previste a tutela dei lavoratori occupati, il titolare dell’impresa applicava condizioni economiche svantaggiate rispetto alla quantità e qualità del lavoro prestato dai braccianti agricoli, diversi dei quali ingaggiati, grazie al reclutamento effettuato da un africano irregolare sul territorio nazionale che agiva con funzione di intermediario, anche dal ghetto ex Pista di Borgo Mezzanone o da altri domicili di fortuna della provincia. Alcuni lavoratori erano stati addirittura collocati in due roulotte ubicate all’interno dell’area aziendale, allestite come dormitori e cucina, prive dei benché minimi requisiti di abitabilità, oltre che in condizioni di degrado e di sporcizia diffusa. Diversi gli accumuli di rifiuti presenti a ridosso di tali dimore improvvisate. per le quali veniva perfino versata una quota mensile di 15 euro da parte dei relativi occupanti. L’orario standard di lavoro era di 10 ore, con una pausa minima, quando questa venie a riconosciuta, ed in assenza di concessione dei prescritti periodi di riposo e malattia.

Lo stesso GIP del Tribunale di Foggia, nella propria ordinanza, parla di modalità di sfruttamento “inquietanti”, quelle appunto consumate da Libero Perugini nell’ambito della propria azienda agricola. Perciò, per gli imprenditori sono state spiccate ordinanze di custodia cautelare: carcere per Libero Perugini, classe 1982 di Foggia e domiciliari per Giovanni Capocchiano di Zapponeta e Natale De Martino di Manfredonia, entrambi classe 1954.

La stessa ordinanza eseguita ieri ha colpito anche altri tre collaboratori degli imprenditori agricoli, tutti di origine straniera, il cui ruolo era quello di individuare la manodopera da impiegare a basso costo ed in condizioni di sostanziale sfruttamento, molta della quale acquisita anche dai “ghetti” di immigrati presenti sul territorio. Nei confronti di questi tre “caporali”, rientrati da tempo nei rispettivi Paesi di origine per questo periodo di minimo impegno agricolo, verranno avviate le previste procedure normative per l’emissione del mandato d’arresto internazionale. Nell’attesa di poterli ottenere, intanto, si è provveduto al sequestro preventivo, quale corpo di reato, dei mezzi di trasporto da questi impiegati per il trasporto dei braccianti dai loro domicili ai terreni agricoli, mezzi risultati privi di qualsivoglia condizione di sicurezza, come i moltissimi già sequestrati lungo le nostre strade nel corso degli ultimi anni. Infine, è di massima importanza evidenziare che è stata anche disposta, così come richiesto dalla Procura della Repubblica, e quindi applicata, la misura cautelare reale del controllo giudiziario delle aziende sulle quali si è indagato nei mesi scorsi, con l’individuazione quindi di un amministratore giudiziario già nominato dal Tribunale di Foggia, a norma dell’art. 3 della L. 199/2016, con il compito legale di garantire il pieno funzionamento aziendale, assicurando altresì la regolarizzazione dei contratti di lavoro in essere, nonché del pieno ed effettivo rispetto delle condizioni di vita e lavoro nei confronti dei braccianti agricoli impiegati nelle due aziende agricole.

Ancora una volta, come già positivamente riscontrato anche nelle precedenti inchieste giudiziarie svolte nei mesi scorsi, Procura della Repubblica di Foggia e Comando Provinciale dei Carabinieri hanno dimostrato anche queste due ultime operazioni “anticaporalato” la grande attenzione investigativa su tale deprecabile fenomeno criminale molto presente nella Capitanata. La tutela del territorio a vocazione agricola come quello della provincia di Foggia e, soprattutto, la difesa dei diritti di soggetti appartenenti a fasce cosiddette”vulnerabili”, rappresenta inequivocabilmente un obiettivo istituzionale prioritario in termini di legalità e giustizia.





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