Foggia, maestro accusato di inneggiare all’Isis e spalleggiare terrorista ceceno. DDA chiede 5 anni di carcere

Alle battute finali il processo a Rahman Abdel Mohy, 61enne egiziano residente nel capoluogo dauno. Per l’accusa avrebbe “coperto” il noto Eli Bombataliev

Chiesta la condanna a 5 anni di reclusione di Rahman Abdel Mohy, 61enne egiziano residente a Foggia e sposato con una foggiana. Il maestro di religione islamica è accusato di aver aderito all’Isis e di apologia di reato.

In Corte d’Assise il pm della Direzione distrettuale antimafia (e antiterrorismo) Giuseppe Gatti ha chiesto di infliggere 5 anni con attenuanti generiche per l’uomo, in cella dal 27 marzo del 2018 (è detenuto a Rossano in Calabria) quando la Dda dispose anche la chiusura dei locali di via Zara dove ha sede l’associazione culturale “Al Dawa” di cui l’imputato è presidente da vent’anni e dove c’era la moschea. Abdel Mohy respinge ogni accusa e dice di non condividere affatto le idee e le azioni dell’Isis.

La difesa punta all’assoluzione evidenziando che occorra la commissione di atti violenti o un tentativo in tal senso per accusare un uomo di terrorismo. Il maestro avrebbe “spalleggiato” un terrorista ceceno Eli Bombataliev ma l’imputato afferma che non sapeva che l’uomo fosse un combattente Isis.

Abdel Mohy avrebbe messo a disposizione di Bombataliev l’associazione “Al Dawa” per consentirgli di svolgere attività di propaganda e proselitismo a favore dell’organizzazione terroristica (il pm ha depositato le sentenze di condanna del ceceno). Ci sono poi i video inneggianti l’Isis rinvenuti sul computer di Mohy con decapitazioni, incitazioni alla guerra santa, interviste a kamikaze, lezioni sulla fabbricazione di bombe e cinture esplosive. Tra le prove a carico – ha aggiunto il pm in requisitoria – anche le intercettazioni ambientali eseguite nella moschea di via Zara: a febbraio 2018 Abdel Mohy in lezioni di religione islamica rivolte anche a bambini, inneggiò – dice l’accusa, la difesa replica che illustrò soltanto una battaglia di cui si legge nel Corano – alla guerra santa, la jihad, contro i miscredenti, categoria in cui vanno inclusi atei, sciiti, cristiani, ebrei. Una guerra santa da portare avanti sino al martirio, “ciò in perfetta corrispondenza con i reiterati proclami dell’Isis” contesta la Dda.

In definitiva chat, video, materiale custodito su computer e telefonino – ha detto il pm – rappresentano un insieme di elementi che dimostra l’adesione ideologica dell’imputato all’Isis. Imputato che – come spesso avviene in indagini di questo tipo – avrebbe un doppio volto: da una parte quello pubblico dell’islamico moderato e integrato nella realtà in cui vive, dall’altra l’uomo che trama nell’interesse dei terroristi. Vero che non basta essere ideologicamente a favore dell’Isis perché si concretizzi il reato di terrorismo, ha riconosciuto Gatti, perché una cosa è pensare, un’altra è agire in maniera concreta. E Abdel Mohy – secondo la Dda – l’ha fatto, sia appoggiando e aiutando concretamente Bombataliev di cui non poteva non sa- pere che fosse un combattente pro Isis; sia con le lezioni di indottrinamento rivolte anche ai bambini per inneggiare alla guerra santa.