La chiacchierata con l’agente che inguaia il boss di Foggia. Nel vivo il processo allo “zio” Roberto Sinesi

Depositate le captazioni ambientali, ritenute centrali nel procedimento a carico del capomafia. Una conversazione che è costata un’imputazione anche a poliziotto della Penitenziaria

Entra nel vivo il processo allo “zio” Roberto Sinesi, storico boss di Foggia, capo del clan Sinesi-Francavilla. L’uomo, 56 anni, al vertice della “Società Foggiana” a braccetto con lo storico nemico Rocco Moretti, è imputato per detenzione e porto illegale di una pistola, aggravati dal metodo mafioso. Con l’arma incriminata, il boss avrebbe risposto al fuoco dei tre killer che il 6 settembre 2016 provarono a farlo fuori nel quartiere Candelaro.

Quel giorno il boss e un suo nipotino rimasero feriti, scampando miracolosamente alla morte. Lo “zio” fu costretto a un delicato intervento chirurgico, tornando in buone condizioni di salute solo dopo diverso tempo. In seguito, venne trasferito nel carcere di Palermo.

Nelle scorse ore sono state depositate le captazioni ambientali, ritenute centrali nel procedimento a carico del capomafia. “Ma tenevano i cosi – disse mentre era ricoverato al Don Uva di via Lucera a Foggia, mimando il gesto di indossare un passamontagna -. “Quello perciò è andato avanti, che poi io mi sono armato. Come ha visto che io tenevo la pistola ha cominciato: tum tum tum. Mi sono fermato a dieci metri. E questi cornuti continuavano, io cercavo qualcuno sopra a qualche balcone, se trovavo qualche compagno, se si affaccia qualcuno ‘menami un poco il ferro’ . Stavano a distanza, si mantenevamo: magari si avvicinava, che lo riuscivo a tenere proprio vicino, magari: gli dovevo schiaffare io quattro proiettili”.

Questi alcuni stralci dell’intercettazione chiave, eseguita dai carabinieri del Nucleo investigativo il 27 settembre del 2016 nel Don Uva dove il boss era piantonato. Imputato nel processo anche un poliziotto penitenziario, Alfredo Terlizzi, 47 anni di Lucera, che risponde di omessa denuncia di reato da parte di pubblico ufficiale e favoreggiamento nei confronti di Sinesi sul presupposto che, nonostante avesse sentito il boss dire che aveva una pistola, non informò la magistratura

Al boss, la DDA contesta l’aggravante della mafiosità per aver commesso il fatto per agevolare l’attività della mafia foggiana, in considerazione sia della platealità della difesa attuata in occasione del tentato omicidio subìto con l’esplosione di numerosi colpi d’arma da fuoco in un centro cittadino, sia del ruolo apicale rivestito da Sinesi nella batteria Sinesi-Francavilla, “e del conseguente scopo di assicurare il prestigio criminale del suo gruppo e quindi il controllo violento del territorio nel contesto della contrapposizione armata in corso tra il suo gruppo e i Moretti-Pellegrino-Lanza“.

Secondo gli inquirenti, quell’agguato segnò l’inizio dell’ennesima guerra tra le due fazioni criminali. La morte di Roberto Tizzano, avvenuta il 29 ottobre dello stesso anno nel bar H24 di via San Severo, fu per gli investigatori la vendetta all’agguato al boss.

Le conversazioni che incastrerebbero Sinesi

Di seguito le intercettazioni ambientali che costarono al boss Roberto Sinesi un ulteriore arresto, giunto mentre era già detenuto per altri reati.

Agente: “Sicuramente qualche pisciaturo è stato”

Sinesi: “Devi prendere solo il cuore e ce lo devi togliere”

Agente: “E te lo devi mangiare”

Sinesi: “E te lo devi fare sulla brace”

Agente: “Comunque devono essere proprio pisciaturi quelli che l’hanno fatto… diciamo che se erano persone capaci, buone, ti avrebbero fatto”.

Sinesi: “Ma proprio perchè stanno a nullità, hai capito?”

Agente: “Anche perchè in tanti anni non te l’hanno mai fatto un fatto del genere, o no? A te personalmente non ti hanno mai colpito”

Sinesi: “No, ma io piangevo più il bambino ti dico la verità: di me non me ne importa, hai capito? E che mi hanno fatto proprio una porcheria”

Agente: “Ma loro come stavano, con la macchina o lo scooter?”

Sinesi: “Stavano con la macchina, io sono uscito da Candelaro e stavo con mia figlia. Mia figlia se ne accorge e dice: ‘papà vedi che ci stanno aspettando’, ha girato la macchina e l’ha bloccata. Poi questi cornuti hanno continuato a sparare sul bambino, hai capito. Io una cosa del genere non me l’aspettavo. Mica sono stupido a uscire il pomeriggio, che sono stupido? Proprio perchè non c’era nulla ci stava la tranquillità. Se erano ragazzi? Non lo so, a me la preoccupazione era del bambino. Mi auguro che nella vita non li trovo mai per la strada”.

In un’altra conversazione intercettata, il boss disse: “Negli anni non ricordo che se sta la tua signora dietro di te non si permetteva nessuno di fare il lavoro, nessuno, oppure se c’era il bambino, adesso non ti pensano proprio. C’era il bambino e quelli tum tum tum, cornuti. Mia figlia se n’è accorta e ha detto: ‘papà scendi, corri’ perchè ha capito che per me. Quando mi sono accorto che questi il bambino, ho detto no, adesso vi devo uccidere cornuti, capito, che avete fatto troppo infamità”.

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