“Nel Nome del Padre”, il piano di fuga di Baffino dal carcere di Foggia. Obbligo di dimora al noto pregiudicato di Mattinata

Il giudice ha stabilito che le residue esigenze cautelari possano essere salvaguardate da una misura non custodiale. Quitadamo resta in cella (a Trapani) per altri reati

Scarcerato dal procedimento “Nel Nome del Padre”, Antonio Quitadamo detto “Baffino”, noto pregiudicato un tempo vicino al clan Romito. Per l’uomo, 44 anni, è scattato l’obbligo di dimora a Mattinata, comune sciolto per mafia nel marzo 2018. Il gip Zeno ha ritenuto attenuate le disposizioni nei confronti del pregiudicato mattinatese alla luce della definizione del procedimento penale ormai in fase di appello. Per questo motivo, il giudice ha stabilito che le residue esigenze cautelari possano essere salvaguardate da una misura non custodiale. La decisione è giunta nonostante il parere contrario dell’accusa che ritiene Quitadamo “soggetto pericoloso”.

Nonostante l’obbligo di dimora per “Nel Nome del Padre”, Baffino resta in carcere a Trapani (foto in alto) per altri reati per i quali sta scontando condanne definitive.

Quel piano di fuga dal carcere di Foggia

Il procedimento penale riguarda il piano di fuga di Quitadamo dal carcere di Foggia. Un progetto degno di un film, sventato grazie soprattutto all’attività di intercettazione avviata nel penitenziario dagli inquirenti.

Per “Baffino” la condanna in primo grado fu di un anno e 8 mesi di reclusione per la tentata evasione e per detenzione di armi occultate a Vieste. Pena identica per Danilo Pietro Della Malva, detto “u’ meticcio”, anch’egli ritenuto vicino all’ex clan Romito (azzerato dopo la morte di Mario Luciano Romito), condannato per gli stessi reati di Quitadamo. Ad entrambi 1400 euro di multa.

Un anno e 4 mesi, invece, a Giuseppe Della Malva (padre di Danilo Pietro) mentre una pena di sei mesi ai restanti imputati: Hechmi Hdiouech, Aronne Renzullo, Marisa Di Gioia (moglie di “Baffino”), Leonardo Ciuffreda e Luigi Renzullo.

Le investigazioni svolte consentirono di accertare, in primo luogo, la sussistenza di un programma criminoso teso a determinare l’evasione dal carcere di Foggia di “Baffino” e Hdiouech attraverso l’introduzione dei “capelli d’angelo” (ovvero di fili diamantati idonei al taglio delle sbarre), strutturato anche con la predisposizione di un accurato piano, in ordine alle fasi successive all’uscita dalla cella.

Il programma criminoso, peraltro, si avvalse della collaborazione esterna di soggetti non detenuti (gli imputati Danilo Pietro Della Malva, Aronne Renzullo, Marisa Di Gioia, Leonardo Ciuffreda e Luigi Renzullo). Le attività di indagine, inoltre, consentirono di rinvenire (e sequestrare) a Vieste, poco prima del loro spostamento, armi detenute illecitamente dagli imputati “Baffino” e i due Della Malva.

Le investigazioni svolte e, in particolare, le attività di intercettazione disposte dall’autorità giudiziaria ricostruirono le fasi della latitanza dell’imputato Quitadamo e la responsabilità di Giuseppe Della Malva per il reato di favoreggiamento personale.
Le attività di indagine portarono alla richiesta ed emissione di misure cautelari detentive a carico di tutti gli imputati, poi confermate dal Tribunale del Riesame di Bari e rimaste in esecuzione fino alla sentenza. Il gup di Foggia, all’esito del giudizio abbreviato, riconobbe la fondatezza dell’impianto di accusa, condannando gli imputati per tutti i reati loro ascritti, tranne una ipotesi ascritta ad un solo imputato.

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