Una struttura di accoglienza al posto del ghetto, a Cerignola nasce il centro per migranti “Santa Giuseppina Bakhita”

Il vescovo Renna: “Non vi sentiamo stranieri, perché non vogliamo usare degli aggettivi per definirvi, ma uomini e donne, quindi come noi, uguali in dignità, fratelli e sorelle in Cristo”

È stato inaugurato a Cerignola, in località “Tre Titoli”, il centro per l’integrazione dei migranti “Santa Giuseppina Bakhita”. Basta trascorrere qualche ora a Casa “Bakhita” per verificare innanzitutto un elemento fondamentale: gli immigrati hanno compreso che quella struttura è “per loro”. Ed eccoli arrivare: alcuni bisognosi di assistenza medica, altri per consultare il legale o per avvicinarsi all’operatore del Progetto “Presidio” di Caritas Italiana per il contrasto allo sfruttamento lavorativo. E si potrebbe continuare con l’assistente sociale, il mediatore linguistico, la visita domiciliare presso i casolari. E non solo. All’evento hanno partecipato: il presidente dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica, Nunzio Galantino; il prefetto di Foggia Massimo Mariani (da poco trasferito a Reggio Calabria); il sindaco di Cerignola, Franco Metta; Giovanni Magnifico della Chiesa Valdese; Giovanni Laino, direttore della Caritas Diocesana; Claudio Barboni, direttore diocesano Migrantes e Antonio Palieri, direttore di Casa “Bakhita”.

“Non è l’inanimato elenco delle attività che preme evidenziare, bensì il rapporto umano, che nasce, vive e cresce con il ripetersi degli incontri, per aprirsi poi alla cordialità – hanno spiegato dalla Diocesi di Cerignola-Ascoli Satriano . Perché la persona che arriva non la vedi più come un problema, bensì come una risorsa; perché impari a chiamarla per nome, a conoscere le sue ansie, le sue preoccupazioni, le sue speranze e i suoi timori; ma anche le sue potenzialità, la sua disponibilità e, soprattutto, la sua umanità”.

Il vescovo, Luigi Renna, ha ringraziato tutti gli abitanti del borgo: “Grazie a voi cari fratelli e sorelle, che dal Ghana, dalla Nigeria, dal Sud Sudan, da altri paesi dell’Africa, attraverso pericoli e sofferenze, siete approdati, molte volte su barche poco sicure, in Italia – ha detto -. Non vi sentiamo stranieri, perché non vogliamo usare degli aggettivi per definirvi, ma uomini e donne, quindi come noi, uguali in dignità, fratelli e sorelle in Cristo”. In un lungo discorso, ha spiegato le ragioni del nuovo centro di accoglienza, in quello che per molto tempo è stato un vero e proprio ghetto.

L’anno giubilare ha visto la nostra Diocesi gareggiare in generosità, sia per l’acquisto del terreno, sia per l’edificazione del centro. Ma ben poco avremmo potuto fare se la CEI, stanziando dei fondi dell’8 x mille, non ci avesse permesso di edificare il centro in modo così dignitoso. Ringrazio quindi la CEI e poi l’Ufficio Beni Culturali, nelle persone di don Ignazio Pedone e del geom. Antonio Totaro per aver seguito i lavori, realizzati dalla Ditta Roscino- Scardigno, su progetto dell’architetto Vincenzo Belpiede. Di questo Centro mi preme sottolineare tre aspetti. Uno riguarda il luogo. Cosa è? Una chiesa? Un centro di servizi? Un ambulatorio? Una scuola? Tutto questo, ma nulla che sia solo qualcosa di questo. Quando papa Francesco ha dato un nuovo volto al dicastero per i migranti, denominandolo ‘Dicastero per lo sviluppo umano integrale’, ci ha dato un input. Questo è un luogo che si propone di servire tutto l’uomo, nei suoi bisogni spirituali e in quelli sanitari, nell’ascolto delle problematiche come nel riconoscimento dei propri diritti, nell’alfabetizzazione come nella condivisione. Queste sale diventano cappella, luogo di incontro, ambulatorio, luogo di ascolto. E’ un’agorà: perché gli italiani si fermino su questo patio semplicemente per dialogare; è espressione di una Chiesa che è ‘ospedale da campo’ per curare ferite che vengono da molto lontano. E’ luogo per integrare.

Quanto tempo richiederà la realizzazione di questo progetto? Papa Francesco ci ha insegnato, nella Evangelii gaudium che ‘il tempo è superiore allo spazio’ (n. 222): abbiamo avviato dei processi di ascolto, di promozione, di integrazione. Non abbiamo la pretesa che si realizzino qui, anzi, l’intelligenza ci dice che non possono realizzarsi tutti in questo luogo. Ad alcune fasi di questo processo deve rispondere la politica internazionale, ispirata dalla politica nazionale, mossa a sua volta dalle nostre piccole e grandi convinzioni di fede e di umanità, dalle nostre idee di società e di politica. Questo è un luogo che ci permette di avviare dei processi che poi devono continuare nella città, perché sia a misura d’uomo e di tutti gli uomini. Non vi sembri un paradosso, ma mi auguro che un giorno non ci sia più bisogno di un luogo come questo, perché esso nasce per andare incontro ad una situazione di segregazione sociale, frutto di una segregazione economica e culturale”.

“Chi ci ispira – ha proseguito -? Una storia di speranza evangelica incarnata, quella di Santa Giuseppina Bakhita, quasi sconosciuta, fino a quando papa Benedetto XVI, nella enciclica Spe salvi, la citò con queste indimenticabili parole: ‘Era nata nel 1869 circa – lei stessa non sapeva la data precisa – nel Darfur, in Sudan. All’età di nove anni fu rapita da trafficanti di schiavi, picchiata a sangue e venduta cinque volte sui mercati del Sudan. Da ultimo, come schiava si ritrovò al servizio della madre e della moglie di un generale e lì ogni giorno veniva fustigata fino al sangue; in conseguenza di ciò le rimasero per tutta la vita 144 cicatrici. Infine, nel 1882 fu comprata da un mercante italiano per il console italiano Callisto Legnani che, di fronte all’avanzata dei mahdisti, tornò in Italia. Qui, dopo ‘padroni’ così terribili di cui fino a quel momento era stata proprietà, Bakhita venne a conoscere un ‘padrone’ totalmente diverso – nel dialetto veneziano, che ora aveva imparato, chiamava ‘paron’ il Dio vivente, il Dio di Gesù Cristo.

“E tutti i connazionali – conclude citando lo studio di Antonio Merra, un giovane sociologo cerignolano -? Loro non sono più vittime? Non sono stati dimenticati per far spazio agli ‘ancora-più-poveri’? La narrazione politica, ma anche culturale, che si costruisce su certe tematiche è un’arma a doppio taglio. (…) L’idea dell’ultimo contro l’ancora- più- ultimo, contro colui che gli toglie quel poco di risorse che potrebbe avere, è facilmente predicabile da un’élite che non ha intenzione di occuparsi né dell’uno, né dell’altro. Ma quando gli ultimi scacceranno gli ancora-più-ultimi e si renderanno conto che loro stessi sono tornati ad essere di nuovo l’ultima ruota del carro, sarà ormai troppo tardi. Per questo noi siamo qui per integrare, per avviare dei processi utili alla gente che abita qui e utili a chi abita in città, per aiutare ad uscire dalla ghettizzazione loro e forse anche noi. Questa casa è un dono di Dio, un dono che ci siamo fatti e che ci hanno fatto, ma anche un compito, che è quello di incrociare Dio sulla nostra strada”.