Madonna Sette Veli, il vescovo Pelvi alla città: “C’è troppa paura dell’altro, di chi ha la pelle nera. Così inquiniamo i nostri ragazzi”

Foggia celebra la Santa Patrona. Il messaggio: “Forse oggi, più che sulla diversità, occorre riflettere sul fatto che ci viene tolta la dignità, perché ci sono investimenti senza progettualità; mercato senza responsabilità; tenore di vita senza sobrietà…”

Nei giorni delle celebrazioni della Santa Patrona di Foggia, la Madonna dei Sette Veli, il vescovo Vincenzo Pelvi ha voluto mandare un messaggio alla città: “A nessuno sfugge – esordisce – che respiriamo aria di paura: paura dell’altro, del diverso, dello straniero, di chi ha la pelle nera. Sembriamo soddisfatti se possediamo un’arma per difenderci, se si chiudono i porti ai poveracci; se consideriamo moralmente cattive le persone che salvano vite umane, se si svuotano i centri di riferimento per i rifugiati. Lo scontro, la rabbia, la diffidenza e persino l’odio prendono sempre più forma e continuano ad inquinare il senso di umanità delle nuove generazioni (ad esempio, i nostri ragazzi e giovani – a scuola tre alunni su cinque – vengono etichettati islamici, rumeni, gay, poveri). 

Sembra non ci spaventino episodi di brutalità e di violenze, generati da quella cultura del benessere che porta a pensare a se stessi, vivendo in bolle di sapone, che sono belle ma sono nulla. Come pure, ci stiamo abituando a linguaggio volgare, violenze urlate, gesti offensivi, rivalità istituzionali. Serpeggia, così, in maniera subdola la discriminazione, una malattia spirituale da cui si può guarire solo con la convinzione che siamo tutti persone e che bisogna anteporre la vita di ogni uomo e donna alla sicurezza di una Nazione.

A riguardo, celebrandosi oggi la Giornata Internazionale per l’eliminazione della discriminazione razziale, il Presidente della Repubblica così si esprime: «Il veleno del razzismo continua ad insinuarsi nelle fratture della società e in quelle tra i popoli. Crea barriere e allarga le divisioni. Compito di ogni civiltà è evitare che si rigeneri: le libertà, le pari dignità, il rispetto per l’altro, la cooperazione, l’integrazione e la coesione sociale sono le migliori garanzie di un domani di armonia e progresso».

Forse oggi, più che sulla diversità – aggiunge Pelvi –, occorre riflettere sul fatto che ci viene tolta la dignità, perché ci sono investimenti senza progettualità; mercato senza responsabilità; tenore di vita senza sobrietà; efficienza tecnica senza coscienza; politica senza società; privilegi senza ridistribuzione; sviluppo senza lavoro. Di qui l’urgenza di inaugurare la stagione dell’accoglienza che non è frutto di buonismo, ma per noi credenti è scegliere di testimoniare lo stile di Dio nel vissuto quotidiano. Il cristiano è colui che cerca di far sempre posto all’altro, considerando che i propri modi di essere e di pensare non sono i soli esistenti, ma si può accettare ad imparare, relativizzando i propri comportamenti. 

Accogliamo la cultura, la religione e l’etica degli altri senza pregiudizi e senza misurarla con la nostra, mettendoci in ascolto di una presenza che esige una risposta; ascolto che instaura una confidenza reciproca. Chiediamoci: chi è l’altro? Alla domanda Sartre rispondeva: “o è l’inferno o un dono a cui mi dono”. Ognuno è destinatario di doni: dal dono della vita, che non noi ma altri hanno deciso, al dono della parola alla quale altri ci hanno iniziato; al dono dell’amicizia che molti non ci fanno mancare. Inoltre gli oggetti, i beni, la terra e i suoi frutti: tutto abbiamo ricevuto. 

Accogliere l’altro come dono – continua il vescovo – costruisce la fraternità umana, a partire dalla diversità. La scelta difronte alla quale ci troviamo è fra la fiducia dell’altro o il sospetto, tra il consegnarsi come Cristo all’umanità o l’armarsi per negare un posto all’altro. Se cerco Dio passando sulla testa degli altri […] sbaglio strada. Ogni volta che la diversità mi aggredisce, Dio è là che m’impone di superare il mio orizzonte. 

Per concludere vorrei lasciare la parola alla Sacra Scrittura e poi a un teologo del Concilio, Padre Ernesto Balducci. Il testo biblico: «Vi sarà una sola legge per il nativo e per lo straniero che soggiorna in mezzo a voi. Quando uno straniero dimorerà presso di voi, nella vostra terra, voi non potete opprimerlo. Lo straniero residente fra voi lo tratterete come colui che è nato tra di voi» (Es 12); «Tu l’amerai come te stesso perché anche voi siete stati stranieri in terra d’Egitto» (Lv 19). Già nella Bibbia si dice che lo straniero dimorerà, lo tratterete con i diritti come colui che è nato fra di voi, a maggior ragione se è nato fra di voi. 

Ispirandomi, poi, a qualche scritto di padre Balducci ne riporto alcune considerazioni elaborate dal Card. Ravasi in forma di decalogo:

1. Non rassegnarsi ma lottare. 2. Non odiare ma amare. 3. Non reprimere lo sdegno ma esprimerlo in forza costruttiva e servizio (lo sdegno è una virtù, è l’ira che è un vizio capitale!). 4. Non calcolare troppo ma rischiare. 5. Non servire i potenti ma i deboli. 6. Non cedere ma credere. 7. Non ripetere ma pensare (pensate a certa propaganda populista: pensare è l’ultima delle attività che fanno alcuni politici!). 8. Non restare soli ma pregare. 9. Non intristire ma godere l’amicizia. 10. Non chiudere i confini ma aprire gli spazi dello spirito.

Queste parole affido alla vostra meditazione – conclude Pelvi –, convinto che l’intercessione della Vergine santa ci farà scoprire la fraternità come abbraccio del Signore per l’intera umanità”.