Cure in altre regioni, i “viaggi della speranza” costano 170 milioni alla Puglia. “Disagi esistenziali enormi”

Medici in fuga dagli ospedali. Aree critiche non appetibili (vedi la provincia di Foggia). Servizi sempre più difficili da garantire a tutti. Lo scenario della sanità pugliese è da brividi. Eppure, per il direttore dell’Aress ( Agenzia Regionale Strategica per la Salute e il Sociale), Giovanni Gorgoni, “il sistema sta tenendo nonostante le difficoltà oggettive”. I dati sulla mobilità passiva continuano ad essere preoccupanti. La Puglia, per i cosiddetti “viaggi della speranza” che costringono malati e famiglie a cercare assistenza spesso al Nord, spende circa 170 milioni di euro, con un saldo in lieve miglioramento per l’attrattività di alcuni ospedali (in provincia di Foggia si salvano solo Casa Sollievo della Sofferenza a San Giovanni Rotondo e l’oncologia degli Ospedali Riuniti di Foggia).

“Gli Esiti, cioè la qualità degli interventi, è in aumento dal 2016 grazie al piano di riordino – spiega Gorgoni a l’Immediato -, i Livelli essenziali di assistenza stanno migliorando negli ultimi due anni, se si pensa che la Puglia nel 2015 era inadempiente con un punteggio di 115, prima del balzo storico a 169 del 2016, poi incrementato nel 2017, anno dell’ultimo certificato, a 181. Sono indicatori legati al riordino ospedaliero e a quello territoriale. L’ultimo report della rete oncologica pugliese, su tutte le grandi patologie – polmone, seno, colon, utero -, fa registrare un aumento degli interventi in tutta la regione. Alcune strutture hanno sviluppato una capacità attrattiva e di focalizzazione assistenziale come mai prima si era vista”.

Sulle liste d’attesa taglia corto. “È un polpettone che si scongela quando serve un argomento e lo si utilizza – chiosa -, però occorre un po’ di onestà intellettuale perché riguarda tutte le Regioni e tutti i Paesi che hanno un servizio sanitario universalistico, ovvero che garantiscono tutti i servizi a tutti indipendentemente dalla capacità di pagare. In questi casi è inevitabile che ci sia un intasamento per l’aumento della domanda. L’unico a risolvere il problema è stato il Portogallo, grazie alla soluzione proposta nell’ultimo decreto ministeriale sulle liste d’attesa, che prevede limiti ben precisi di intervento sulle liste e intervento delle strutture private accreditate quando il pubblico non è in grado di sopperire”.

Il modello sarebbe replicabile anche in Puglia, ma con delle precise priorità. “I pazienti oncologici e i cronici, oltre ai disagiati che non possono permettersi di pagare le prestazioni e i malati rari, avranno la precedenza – spiega -, perché chi sta bene potrebbe pagare di tasca propria”. Sulla mobilità passiva c’è ancora molto da fare. “Il trend è in diminuzione – afferma -, il percorso però è ancora lungo. A livello nazionale è stata premiata la mobilità per l’alta complessità ed è stata penalizzata quella per le sciocchezze, che si possono fare presso i nostri presidi. D’altra parte, le reti oncologiche e cliniche, oltre al riordino ospedaliero che ha specializzato le strutture. Per esempio, nell’ematologia abbiamo un saldo attivo. La mobilità passiva non è un problema finanziario, ma sociale, perché non sono computati i soldi di vitto e di trasferta che sostiene il paziente e la famiglia quando va a a curarsi fuori. Poi sono inquantificabili i disagi assistenziali – conclude -: un conto è farsi curare sotto casa propria, ma anche a 100 chilometri e la sera torni a casa, un conto e farsi curare fuori dove non conosci nessuno”.

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