Vittima di una strozzina foggiana esce allo scoperto: “Denunciate, questa feccia non può succhiarci l’anima”

All’inizio la persona a cui si era rivolta per un aiuto “non sembrava così cattiva”. Poi, invece, iniziò a minacciarla e picchiarla. Oggi la donna, dopo aver denunciato tutto, racconta la sua storia

Per anni nelle mani di una strozzina. Ora la vittima ha raccontato pubblicamente – ai microfoni di Radionorba – la sua storia per liberarsi dall’oppressione del racket. Una 50enne foggiana, vedova, con un figlio. Le servivano 3500 euro per far fronte a un’esigenza familiare. All’inizio la persona a cui si era rivolta per un aiuto “non sembrava così cattiva”. Invece, la vittima si è ritrovata dentro una spirale terrificante, senza via d’uscita. In pochi mesi costretta a restituire 15mila euro. 700 euro al mese “e se non pagavo mi picchiava e mi minacciava”. Guai a denunciare: “Se l’avessi fatto diceva che avrebbe ammazzato mio figlio”.

Le fonti di sostentamento della donna erano la piccola pensione di reversibilità del coniuge defunto e quella di invalidità della madre malata. Il denaro serviva per acquistare una vecchia utilitaria usata, da impiegare soprattutto per trasportare la mamma dal medico. La signora con enormi sacrifici era riuscita a far fronte agli obblighi economici stabiliti dall’aguzzina, per i primi nove mesi, nel corso dei quali, tuttavia, a conti fatti aveva già ampiamente saldato il debito e pagato di gran lunga gli elevati interessi. Tuttavia il suo incubo non era terminato, anzi la donna si vedeva raddoppiare la somma da elargire all’usuraia proprio a causa di quei piccoli ritardi di pochi giorni, rispetto alle date dei pagamenti delle rate mensili, sui quali la strozzina contava per imporre alla sua vittima ulteriori somme mensili aggiuntive da pagare.

Il vortice senza fondo nel quale era caduta la povera vittima l’aveva prostrata al punto tale da confessare all’aguzzina il suo pensiero di “farla finita”, ma quest’ultima non si era affatto intenerita, intimando a provvedere, senza indugiare, ai pagamenti. Una sera di novembre del 2015, considerato che da un paio di mesi le date di pagamento non potevano più essere onorate poiché i ratei imposti dalla sua aguzzina erano ormai diventati insostenibili, la vittima venne raggiunta, nei pressi della sua abitazione, dall’estorsore che, dopo averle intimato di pagarle quanto da lei preteso ed avuta risposta negativa dalla povera interlocutrice, cominciava a colpirla violentemente con calci e pugni sferrati al corpo ed al viso senza alcuna pietà ed anche dopo che la donna, più esile e di bassa statura rispetto alla sua antagonista, era caduta sull’asfalto quasi priva di sensi. A quel punto, strappatale di mano la borsa, l’aguzzina si era appropriata del poco denaro contenuto, del telefono cellulare e della chiave di accensione della utilitaria di proprietà della sua vittima che utilizzò, solo poche ore più tardi, per appropriarsi anche del veicolo della donna.

Poi, però, grazie al sostegno della Fondazione Buon Samaritano, la donna ha trovato la forza di denunciare. “Si sono messi a completa disposizione. Mi hanno capita e mi hanno messa in contatto con la squadra mobile nel giro di pochissimo tempo”. La sua aguzzina, Anna Ciuffreda, è stata arrestata nel marzo 2016. In primo grado è stata condannata a 6 anni, in appello ha patteggiato una pena di 4 anni e 4 mesi di reclusione.

La vittima ha raccontato la sua storia nella speranza che altri lo facciano: “Denunciate, fatevi aiutare – l’appello finale –. Questa feccia non ci può schiacciare e succhiare l’anima”.

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