Trebbiatura 2018: i numeri del Crea di Foggia. Bio e contratti di filiera, da nicchia di mercato a vantaggio competitivo

Sono 30 le varietà di grano duro sperimentate sui terreni lungo la tangenziale del capoluogo dauno. Circa 100 tra agricoltori e compratori hanno osservato la diversa resa

Numeri e stime della produzione della campagna di trebbiatura del 2018 e visite in campo nel pomeriggio per la prima giornata dei Durum Days col Crea (Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria) insieme al responsabile delle prove di frumento duro, frumento tenero, triticale, orzo malto e orzo zootecnico, Pasquale Codianni.

Sono 30 le varietà di grano duro sperimentate su tre appezzamenti diversi sui terreni lungo la tangenziale di Foggia: Salgado, Svevo, Tito Flavio, Burgos, Claudio, Monastir, Ramirez, Platone, Aureo, Tirex, Saragolla, Alemanno, Colarco, Egeo, Volare, Secolo, Duilio, Core, Teodorico, Odisseo, Furio Camillo, Cleto, Iride, Ettore, Antalis, Marco Aurelio, Giulio, Kanakis, Marakas e Simeto. Circa 100 tra agricoltori e compratori hanno osservato la diversa resa di ciascuna varietà direttamente tra i solchi.

In mattinata il professor Pasquale De Vita in Camera di Commercio ha provato a fare delle stime sulla produzione di quest’anno, che manifesta almeno due elementi forti: il bio e i contratti di filiera da nicchia di mercato nel panorama varietale del grano duro si stanno tramutando in veri e propri vantaggi competitivi.

Quest’anno le superfici coltivate, che hanno raggiunto il milione e trecentomila ettari, si sono ridotte nelle intenzioni di semina dell’1,8%.

Le tendenze sono diverse nelle tre macroaree geografiche del Paese: Nord, Centro e Sud. Al Nord c’è stata una crescita degli ettari coltivati a grano duro, pari al +7,75% per un totale di 110.994 ettari, leggero calo al Centro con un -0,3% e una riduzione netta al Sud con un -3,1%.

Il 2017, come ha spiegato De Vita, è stato uno degli anni più secchi della storia, chi ha seminato a metà dicembre ha avuto gravi problemi, risolti solo a febbraio, che è stato uno dei mesi più freddi degli ultimi anni, molto gelido e piovoso. Ad un marzo ottimale è seguito un aprile anomalo, caldissimo, con temperature che hanno sfiorato i 30 gradi proiettando i grani già in estate. Per molti agricoltori, la concimazione a copertura, non ha prodotto risultati a causa del record di caldo degli ultimi giorni d’aprile. La pianta in spigatura ha subito dei danni in molte zone d’Italia, in particolare nelle aree costiere dell’Adriatico e in Sicilia. A maggio le piogge hanno rimesso in sesto i campi. “Possiamo dire di esserci allineati ai valori della resa media, pari a 3,3 tonnellate ad ettaro. Non siamo di fronte ad un anno record sulle produzioni come il 2016, in alcune zone adriatiche la pioggia è arrivata troppo tardi”, il commento dell’esperto.

Il volume del bio è in netta crescita, con +45% dal 2015 al 2016 e una superficie nel 2016 di 137.321 ettari: oggi le coltivazioni di grano bio rappresentano il 10% del mercato e saranno ancora in crescita perché i consumatori premiano i prodotti da grano biologico. Investire nel bio anche nel grano tenero significa avere margine assai positivi. L’altro fenomeno che sta rivoluzionando l’incrocio tra domanda e offerta sono i contratti di filiera. Nel 2000 solo 20mila ettari erano coltivati con questi speciali patti tra produttori e pastai /trasformatori, dal 2010 al 2016 si è passati a 40mila ettari. Nel 2017 si è già a 100mila ettari grazie al piano grano del Governo e del Ministro Martina, che forniva 100 euro ad ettaro a chi siglava il contratto. Il budget come si sa si saturò presto. I contratti sono oggi il 10% delle superfici coltivate, un numero non da poco, ove si consideri la proverbiale diffidenza agricola.

“La nuova organizzazione dell’offerta in termini agronomici e organizzativi ha permesso di mettere al centro la tecnica colturale. Nel 50% dei casi la qualità di un buon grano dipende da come lo coltiviamo, nel 60% dei casi il contenuto proteico dipende ancora da come coltiviamo il nostro grano. Lo stesso si può dire per il glutine influenzato per l’82%. L’offerta si sta diversificando”.

192 varietà di grano duro, di cui 72 certificate, ma solo 10 varietà rappresentano il 10% del grano prodotto, si manifesta sempre di più la necessità di diversificare il mercato così come chiede sempre di più il consumatore finale.

In Italia solo l’1% dei terreni è coltivato con tecniche di agricoltura di precisione e il prodotto grano duro è quotato 20 euro al quintale. Servono politiche di sistema in grado di favorire processi di innovazione capaci di rendere più competitive le imprese agricole e meccanismi di maggior trasparenza per la definizione dei prezzi di mercato. In tal senso il Protocollo di filiera del grano duro siglato a Roma lo scorso dicembre ha dato inizio ad un percorso che entra ora  nella fase operativa, con la stesura di un disciplinare ad hoc per il miglioramento qualitativo delle produzioni.

Sollecita “più collaborazione all’interno della filiera”, il presidente nazionale della sezione economica Cerealicoltura, Nicola Gatta: “Sulla competitività del comparto cerealicolo pesa la frammentazione delle varie componenti, si rende necessaria più collaborazione per evitare fughe in avanti. Ma chiediamo anche una chiara visione delle problematiche: due anni fa era stato promosso dal governo il Piano cerealicolo nazionale, contributi di 100 euro a ettaro, ma gli agricoltori allo stato non hanno visto ancora un centesimo”. Pollice verso anche sui contratti di filiera, che Confagricoltura non contesta, tutt’altro, se però applicati così come vengono stipulati gli accordi: “E invece le intese sottoscritte un anno fa sono state modificate unilateralmente dalle industrie di trasformazione. Se pensiamo – dice Gatta – che la filiera possa crescere e svilupparsi a fronte di questi impedimenti si corre il rischio solo di alimentare illusioni. C’è invece bisogno della mano di tutti e che ognuno faccia la sua parte”. Il vicepresidente foggiano di Confagricoltura ha chiesto in tal senso l’intervento della Regione: “C’è bisogno di un garante istituzionale per regolamentare meglio le dinamiche di un mercato che molto spesso non mantiene fede alle intenzioni e nemmeno agli accordi sottoscritti”.



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