Neri Marcorè al Giordano di Foggia, applausi a “Quello che non ho”. “Grazie per averci preferito a Sanremo”

La tournée di Neri Marcorè era cominciata nel 2002 proprio da Foggia. L’attore marchigiano ha ricordato tra i caldi applausi finali di aver saputo che il Teatro Giordano era stato chiuso successivamente per molti anni. “Oggi fortunatamente è aperto e voi avete preferito lo spettacolo a Sanremo”, ha detto sorridendo a sipario ancora spalancato.

“Quello che non ho” è un particolare affresco, un mix di teatro civile e teatro canzone, che si serve del flashback e di espedienti futurologici per raccontare l’Italia di oggi. Al centro le parole e il silenzio dello stupore. È il 1995, Neri Marcorè è a Napoli per assistere ad un concerto di Fabrizio de André. Sotto braccio ha il Corriere della Sera, dove sono stati ripubblicati alcuni degli scritti Corsari di Pasolini.

Dalla commistione tra la prosa Pasolini e la poesia in musica di De Andrè nasce la lettura del nostro tempo da parte di Marcorè. Un tempo pienamente consumistico, come aveva profetizzato il poeta ed intellettuale friulano, meschino e razzista nei confronti dei diversi e dei deboli, che siano migranti nei barconi o zingari, ingordo con l’ambiente distrutto e depredato nei cieli e nei mari saturi di plastica, senza misericordia e pietas verso i bambini, stuprati, venduti, usati come oggetti sessuali in ogni parte del mondo.

L’attore snocciola numeri, casi di cronaca, tra una canzone e l’altra. Dolcenera, Don Raffaè, Khorakhané (A forza di essere vento), Volta la carta, Quello che non ho, del titolo dello spettacolo. Senza mai scadere nella retorica, che pure poteva essere in agguato. L’ironia, la messa in scena, le luci psichedeliche e i cambi di registro musicali dei musicisti Giua, Pietro Guarracino e Vieri Sturlini (voci e chitarre) creano un efficace a parte dentro i problemi fin troppo “risaputi” della società odierna.

Quando Marcorè accenna al potere non si può che tornare ai giorni attuali di campagna elettorale e interrogarsi. L’attore, che tanto sta lavorando politicamente nelle sue Marche terremotate, potrebbe diventare un Beppe Grillo di sinistra? Chissà. “La vocazione a governare oggi è solo l’incombenza che devono accettare coloro che vogliono detenere il potere”, dice. “Gli uomini del Duemila temevano la moviola, le rughe in faccia e gli immigrati”, racconta da padre, ai suoi figlioli, unici essere viventi in salvo tra qualche decennio. Non sono essere umani, ma topi, si scopre, sorridendo amaro.

Faro dello spettacolo restano i versi di “Smisurata preghiera”, il testamento di De Andrè scritto con Ivano Fossati. Quella “direzione ostinata e contraria”, necessaria per “consegnare alla morte una goccia di splendore, di umanità, di verità”.

La preghiera civile e laica di Marcorè si chiude di spalle, ammirando le lucciole, le stesse che Pasolini nel 1975 non vedeva più, ma che invece resistono. In silenzio rivolti al cielo stellato anche gli spettatori. Nel pubblico chi ama De Andrè ha cantato, in mente, l’ultimo pezzo mancante, “Anime Salve” con i 1000 anni al mondo, 1000 anni ancora. “I paesi di domani sono visioni di anime contadine in volo per il mondo”. Il tempo, con le sue ore infinite, regalerà ancora “bella compagnia”. Questo è l’auspicio di Neri Marcorè. Ma non lo dice, lo suggerisce in silenzio.

“Quello che non ho” è magico e commovente, da non perdere. Uno spettacolo poetico, di un umanesimo da recuperare in tempi così dominati dal disincanto.