Guerra del grano, gli industriali si difendono: “Prodotto estero vitale per l’Italia”

nave grano

“Le importazioni di frumento duro hanno fatto registrare dall’inizio del mese di luglio, ovvero nel corso delle prime 4 settimane della corrente campagna di commercializzazione, una riduzione del 61 per cento circa rispetto allo stesso periodo della precedente campagna”. Lo rende noto Italmopa, Associazione Industriali Mugnai d’Italia, l’Associazione di categoria aderente a Federalimentare e Confindustria, sulla base dei dati forniti dal sistema comunitario di sorveglianza doganale Taxud.

Nel corso di tale periodo, sono state infatti importate, in Italia, 65.000 tonnellate circa di frumento duro rispetto a 170.000 tonnellate circa importate nel corso dello stesso periodo della precedente campagna di commercializzazione. Le importazioni di frumento tenero, da parte loro, si sono attestate in circa 26.000 tonnellate, anche in questo caso in forte riduzione rispetto alle importazioni registrate nel medesimo periodo del 2015.

“La riduzione delle importazioni, nel corso delle prime settimane dell’attuale campagna di commercializzazione, è riconducibile all’esito quantitativo dei raccolti nazionali frumento tenero e frumento duro. Il raccolto nazionale frumento duro, secondo le nostre stime, avrebbe raggiunto 5,5 Milioni di tonnellate di cui 4,7 Milioni circa destinati all’Industria molitoria mentre la produzione di frumento tenero dovrebbe attestarsi a ridosso di 4 Milioni di tonnellate”, precisa Ivano Vacondio, presidente Italmopa. “Nonostante i raccolti nazionali si siano situati sui livelli più elevati dell’ultimo decennio, essi risultano ancora quantitativamente deficitari rispetto al fabbisogno dell’Industria. Le importazioni di frumento risultano pertanto, cosi come in passato, assolutamente indispensabili per garantire l’approvvigionamento dell’Industria molitoria e sono quindi complementari e non alternative alla produzione nazionale. Per di più, esse risultano, tenuto conto del loro livello qualitativo, particolarmente onerose con delle quotazioni che si situano mediamente su livelli superiori del 20% rispetto alla produzione nazionale. Affermare il contrario significa voler essere scientemente in cattiva fede. Ovviare al problema della forte riduzione delle quotazioni del frumento, fenomeno che peraltro che si sta manifestando a livello internazionale, con un embargo sulle importazioni è una soluzione non sono illegittima ma che rischia di interrompere l’approvvigionamento dell’Industria molitoria e quindi anche dell’Industria pastaria, dell’Industria dolciaria o della panificazione. E’ inaudito che qualcuno possa considerare, in un paese, quale l’Italia, tradizionalmente deficitario in frumento in misura del 50%, l’ipotesi di un blocco delle importazioni”.

“Fare riferimento ad una battaglia o a una guerra del grano – prosegue Cosimo de Sortis, presidente dei Molini a frumento duro Italmopa – è del tutto inopportuno. La competitività delle filiere frumento passa infatti attraverso la competitività di tutti gli attori che le compongono. E’ pertanto indispensabile che emerga una volontà condivisa di valorizzare tali filiere – che costituiscono, per eccellenza, il fiore all’occhiello dell’agroalimentare nazionale, ma che si sono drammaticamente depauperate nel corso degli ultimi anni – e di rispondere, in modo efficace, alle criticità strutturali che affliggono la cerealicoltura nazionale”.

“Pertanto – conclude Vacondio – non possiamo che ribadire quanto già evidenziato da Italmopa nel corso del Tavolo cerealicolo del 20 luglio scorso ovvero la necessità, in primis, di intervenire sulle strutture di stoccaggio, il cui ampliamento e ammodernamento appare ormai improcrastinabile. E’ una proposta che abbiamo formulato sin dal 2008, un nostro cavallo di battaglia, che è rimasta colpevolmente ignorata per troppi anni, ivi compreso dalle Confederazioni agricole. Ma l’intervento dovrebbe riguardare anche lo sviluppo di filiere corte e di rapporti diretti tra produttori agricoli e la stessa Industria molitoria, la promozione di accordi di filiera e l’introduzione di strumenti atti a limitare, per quanto possibile, la volatilità delle quotazioni sui mercati”.