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Home - Ha detto no al racket e ora vive sotto scorta. A Foggia la storia di Mario Caniglia, simbolo della lotta alla mafia

Ha detto no al racket e ora vive sotto scorta. A Foggia la storia di Mario Caniglia, simbolo della lotta alla mafia

Di Francesco Pesante
17 Marzo 2016
in Cultura&Società
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Mario Caniglia a Foggia per raccontare una storia di coraggio e legalità. Non nei palazzi del potere ma a scuola, davanti agli studenti del liceo Volta. Ma chi è Mario Caniglia. Lui è l’imprenditore delle arance, siciliano doc. Lavora a Scordia, in provincia di Catania, ma da oltre dieci anni percorre l’Italia per raccontare la sua vita da testimone di giustizia. Ha la scorta Mario, costretto a tenersi al riparo dalla mafia e dagli sciacalli che tempo addietro gli chiesero il pizzo.

“La mia storia inizia con uno squillo, quello del telefono di casa: la mafia voleva ammazzarmi in cambio di sua maestà il denaro. Diceva queste precise parole: ‘Brutto cornuto o paghi 500 milioni (fine anni ’90, quando c’era la lira, ndr) o ammazziamo te e la tua famiglia‘. Non ho neanche preso in considerazione la possibilità di pagarli, perché non li avevo quei soldi e anche se li avessi avuti non avrei mai dato loro una sola lira”. Caniglia, “imprenditore-contadino”, specializzato nel settore delle arance, ha vissuto un lungo calvario.

“Dicevano che se avessi chiamato i carabinieri ci avrebbero fatto saltare in aria, ma io li chiamai ugualmente, con molta discrezione e cominciai a collaborare con loro. Il mio più grande desiderio era quello di vedere in faccia chi voleva toglierci la libertà e renderci schiavi. Ho fatto l’infiltrato con una microspia attaccata addosso e chiedevo in giro agli amici e agli amici degli amici, fino a quando sono riuscito ad arrivare ai miei estorsori. Mi aspettavano con ansia, non volevano 500 milioni ma mi proposero una assicurazione a copertura totale dei rischi: ‘Tu paghi 20 milioni e puoi stare tranquillo’. Gli chiesi cosa mi avrebbero dato in cambio di 20 milioni e loro mi risposero: ‘Se ti rubano un camion noi te lo restituiamo, se ti rubano un trattore noi te lo portiamo fino a casa, se ti danneggiano un albero sempre con noi devono fare i conti'”.

A quel punto Mario Caniglia si è rifiutato di pagare e ha fatto una controfferta, giudicata dai mafiosi troppo povera e per questo motivo impossibile da accettare: 5 milioni in una sola volta e non si sarebbero più dovuti far vedere in faccia. In realtà Mario non aveva alcuna intenzione di pagare, non per problemi economici, ma perché per lui avrebbe significato fare un patto con il diavolo: “Con quell’incontro si interrompono i contatti, da quel momento c’è stato solo silenzio, un silenzio tombale, che ammazza. Quello è stato il momento in cui ho avuto più paura”.

Gli estorsori vennero consegnati alla giustizia il 2 febbraio del 1999 e quello stesso giorno si presentò a casa di Mario il servizio centrale di protezione che gli propose di andare via da Scordia con la sua famiglia: “Io mi rifiuto, perché non ho fatto niente di male, anzi ho fatto solo il mio dovere. Dico ai poliziotti che sono gli altri a doversene andare e non io. Se in Sicilia tutte le persone oneste se ne dovessero andare, lì rimarrebbero solo i mafiosi”. Oggi vive sotto scorta. Nell’aula magna del Volta c’erano gli agenti a vigilare affinché tutto avvenisse senza problemi. I ragazzi hanno ascoltato con attenzione le parole dell’imprenditore, affiancato dal presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati di Foggia, Buccaro, dal sostituto procuratore della Repubblica, De Martino e dalla preside, Grilli.

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“Se pagavo avrei perduto libertà e dignità”

Da sinistra, Grilli, Buccaro, Caniglia e De Martino
Da sinistra, Grilli, Buccaro, Caniglia e De Martino

Puntuali le domande degli studenti. Molto apprezzate dallo stesso Caniglia. “Cosa sarebbe successo se avessi pagato il pizzo? Avrei perduto la libertà e la dignità. Le avrei perse di sicuro perché questi signori che chiedono all’inizio un dito, poi si prendono la mano, dopo il braccio e più tardi il corpo. Infine l’anima. Chi paga il pizzo diventa un prestanome a lungo andare oppure un fallito. Mi avrebbero imposto le assunzioni e non sarei stato più libero di scegliere i miei fornitori. Quello che ho passato – ha aggiunto – non lo auguro a nessuno. Sono momenti che segnano per la vita. Se succedesse a voi o a vostri familiari, cercate di prendere esempio da me. Oggi mi ritengo libero a 360 gradi, nonostante la scorta. Certo, la libertà ha un prezzo. Io pago il fatto che altri imprenditori come me si sono piegati. Ma non mi ritengo coraggioso e ho ancora tanta paura. Oggi più di ieri. E sono cosciente dei rischi. Alla mafia non piace che io vada in giro per l’Italia a parlare“. E infine individua i suoi veri nemici: “Sono i mafiosi sciacalli o gli imprenditori collusi? Non ho dubbi, sono senz’altro gli imprenditori. A causa loro sto pagando un prezzo altissimo”.

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Mario Caniglia a Foggia per raccontare una storia di coraggio e legalità. Non nei palazzi del potere ma a scuola, davanti agli studenti del liceo Volta. Ma chi è Mario Caniglia. Lui è l’imprenditore delle arance, siciliano doc. Lavora a Scordia, in provincia di Catania, ma da oltre dieci anni percorre l’Italia per raccontare la sua vita da testimone di giustizia. Ha la scorta Mario, costretto a tenersi al riparo dalla mafia e dagli sciacalli che tempo addietro gli chiesero il pizzo.

“La mia storia inizia con uno squillo, quello del telefono di casa: la mafia voleva ammazzarmi in cambio di sua maestà il denaro. Diceva queste precise parole: ‘Brutto cornuto o paghi 500 milioni (fine anni ’90, quando c’era la lira, ndr) o ammazziamo te e la tua famiglia‘. Non ho neanche preso in considerazione la possibilità di pagarli, perché non li avevo quei soldi e anche se li avessi avuti non avrei mai dato loro una sola lira”. Caniglia, “imprenditore-contadino”, specializzato nel settore delle arance, ha vissuto un lungo calvario.

“Dicevano che se avessi chiamato i carabinieri ci avrebbero fatto saltare in aria, ma io li chiamai ugualmente, con molta discrezione e cominciai a collaborare con loro. Il mio più grande desiderio era quello di vedere in faccia chi voleva toglierci la libertà e renderci schiavi. Ho fatto l’infiltrato con una microspia attaccata addosso e chiedevo in giro agli amici e agli amici degli amici, fino a quando sono riuscito ad arrivare ai miei estorsori. Mi aspettavano con ansia, non volevano 500 milioni ma mi proposero una assicurazione a copertura totale dei rischi: ‘Tu paghi 20 milioni e puoi stare tranquillo’. Gli chiesi cosa mi avrebbero dato in cambio di 20 milioni e loro mi risposero: ‘Se ti rubano un camion noi te lo restituiamo, se ti rubano un trattore noi te lo portiamo fino a casa, se ti danneggiano un albero sempre con noi devono fare i conti'”.

A quel punto Mario Caniglia si è rifiutato di pagare e ha fatto una controfferta, giudicata dai mafiosi troppo povera e per questo motivo impossibile da accettare: 5 milioni in una sola volta e non si sarebbero più dovuti far vedere in faccia. In realtà Mario non aveva alcuna intenzione di pagare, non per problemi economici, ma perché per lui avrebbe significato fare un patto con il diavolo: “Con quell’incontro si interrompono i contatti, da quel momento c’è stato solo silenzio, un silenzio tombale, che ammazza. Quello è stato il momento in cui ho avuto più paura”.

Gli estorsori vennero consegnati alla giustizia il 2 febbraio del 1999 e quello stesso giorno si presentò a casa di Mario il servizio centrale di protezione che gli propose di andare via da Scordia con la sua famiglia: “Io mi rifiuto, perché non ho fatto niente di male, anzi ho fatto solo il mio dovere. Dico ai poliziotti che sono gli altri a doversene andare e non io. Se in Sicilia tutte le persone oneste se ne dovessero andare, lì rimarrebbero solo i mafiosi”. Oggi vive sotto scorta. Nell’aula magna del Volta c’erano gli agenti a vigilare affinché tutto avvenisse senza problemi. I ragazzi hanno ascoltato con attenzione le parole dell’imprenditore, affiancato dal presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati di Foggia, Buccaro, dal sostituto procuratore della Repubblica, De Martino e dalla preside, Grilli.

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“Se pagavo avrei perduto libertà e dignità”

Da sinistra, Grilli, Buccaro, Caniglia e De Martino
Da sinistra, Grilli, Buccaro, Caniglia e De Martino

Puntuali le domande degli studenti. Molto apprezzate dallo stesso Caniglia. “Cosa sarebbe successo se avessi pagato il pizzo? Avrei perduto la libertà e la dignità. Le avrei perse di sicuro perché questi signori che chiedono all’inizio un dito, poi si prendono la mano, dopo il braccio e più tardi il corpo. Infine l’anima. Chi paga il pizzo diventa un prestanome a lungo andare oppure un fallito. Mi avrebbero imposto le assunzioni e non sarei stato più libero di scegliere i miei fornitori. Quello che ho passato – ha aggiunto – non lo auguro a nessuno. Sono momenti che segnano per la vita. Se succedesse a voi o a vostri familiari, cercate di prendere esempio da me. Oggi mi ritengo libero a 360 gradi, nonostante la scorta. Certo, la libertà ha un prezzo. Io pago il fatto che altri imprenditori come me si sono piegati. Ma non mi ritengo coraggioso e ho ancora tanta paura. Oggi più di ieri. E sono cosciente dei rischi. Alla mafia non piace che io vada in giro per l’Italia a parlare“. E infine individua i suoi veri nemici: “Sono i mafiosi sciacalli o gli imprenditori collusi? Non ho dubbi, sono senz’altro gli imprenditori. A causa loro sto pagando un prezzo altissimo”.

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Mario Caniglia a Foggia per raccontare una storia di coraggio e legalità. Non nei palazzi del potere ma a scuola, davanti agli studenti del liceo Volta. Ma chi è Mario Caniglia. Lui è l’imprenditore delle arance, siciliano doc. Lavora a Scordia, in provincia di Catania, ma da oltre dieci anni percorre l’Italia per raccontare la sua vita da testimone di giustizia. Ha la scorta Mario, costretto a tenersi al riparo dalla mafia e dagli sciacalli che tempo addietro gli chiesero il pizzo.

“La mia storia inizia con uno squillo, quello del telefono di casa: la mafia voleva ammazzarmi in cambio di sua maestà il denaro. Diceva queste precise parole: ‘Brutto cornuto o paghi 500 milioni (fine anni ’90, quando c’era la lira, ndr) o ammazziamo te e la tua famiglia‘. Non ho neanche preso in considerazione la possibilità di pagarli, perché non li avevo quei soldi e anche se li avessi avuti non avrei mai dato loro una sola lira”. Caniglia, “imprenditore-contadino”, specializzato nel settore delle arance, ha vissuto un lungo calvario.

“Dicevano che se avessi chiamato i carabinieri ci avrebbero fatto saltare in aria, ma io li chiamai ugualmente, con molta discrezione e cominciai a collaborare con loro. Il mio più grande desiderio era quello di vedere in faccia chi voleva toglierci la libertà e renderci schiavi. Ho fatto l’infiltrato con una microspia attaccata addosso e chiedevo in giro agli amici e agli amici degli amici, fino a quando sono riuscito ad arrivare ai miei estorsori. Mi aspettavano con ansia, non volevano 500 milioni ma mi proposero una assicurazione a copertura totale dei rischi: ‘Tu paghi 20 milioni e puoi stare tranquillo’. Gli chiesi cosa mi avrebbero dato in cambio di 20 milioni e loro mi risposero: ‘Se ti rubano un camion noi te lo restituiamo, se ti rubano un trattore noi te lo portiamo fino a casa, se ti danneggiano un albero sempre con noi devono fare i conti'”.

A quel punto Mario Caniglia si è rifiutato di pagare e ha fatto una controfferta, giudicata dai mafiosi troppo povera e per questo motivo impossibile da accettare: 5 milioni in una sola volta e non si sarebbero più dovuti far vedere in faccia. In realtà Mario non aveva alcuna intenzione di pagare, non per problemi economici, ma perché per lui avrebbe significato fare un patto con il diavolo: “Con quell’incontro si interrompono i contatti, da quel momento c’è stato solo silenzio, un silenzio tombale, che ammazza. Quello è stato il momento in cui ho avuto più paura”.

Gli estorsori vennero consegnati alla giustizia il 2 febbraio del 1999 e quello stesso giorno si presentò a casa di Mario il servizio centrale di protezione che gli propose di andare via da Scordia con la sua famiglia: “Io mi rifiuto, perché non ho fatto niente di male, anzi ho fatto solo il mio dovere. Dico ai poliziotti che sono gli altri a doversene andare e non io. Se in Sicilia tutte le persone oneste se ne dovessero andare, lì rimarrebbero solo i mafiosi”. Oggi vive sotto scorta. Nell’aula magna del Volta c’erano gli agenti a vigilare affinché tutto avvenisse senza problemi. I ragazzi hanno ascoltato con attenzione le parole dell’imprenditore, affiancato dal presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati di Foggia, Buccaro, dal sostituto procuratore della Repubblica, De Martino e dalla preside, Grilli.

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“Se pagavo avrei perduto libertà e dignità”

Da sinistra, Grilli, Buccaro, Caniglia e De Martino
Da sinistra, Grilli, Buccaro, Caniglia e De Martino

Puntuali le domande degli studenti. Molto apprezzate dallo stesso Caniglia. “Cosa sarebbe successo se avessi pagato il pizzo? Avrei perduto la libertà e la dignità. Le avrei perse di sicuro perché questi signori che chiedono all’inizio un dito, poi si prendono la mano, dopo il braccio e più tardi il corpo. Infine l’anima. Chi paga il pizzo diventa un prestanome a lungo andare oppure un fallito. Mi avrebbero imposto le assunzioni e non sarei stato più libero di scegliere i miei fornitori. Quello che ho passato – ha aggiunto – non lo auguro a nessuno. Sono momenti che segnano per la vita. Se succedesse a voi o a vostri familiari, cercate di prendere esempio da me. Oggi mi ritengo libero a 360 gradi, nonostante la scorta. Certo, la libertà ha un prezzo. Io pago il fatto che altri imprenditori come me si sono piegati. Ma non mi ritengo coraggioso e ho ancora tanta paura. Oggi più di ieri. E sono cosciente dei rischi. Alla mafia non piace che io vada in giro per l’Italia a parlare“. E infine individua i suoi veri nemici: “Sono i mafiosi sciacalli o gli imprenditori collusi? Non ho dubbi, sono senz’altro gli imprenditori. A causa loro sto pagando un prezzo altissimo”.

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Mario Caniglia a Foggia per raccontare una storia di coraggio e legalità. Non nei palazzi del potere ma a scuola, davanti agli studenti del liceo Volta. Ma chi è Mario Caniglia. Lui è l’imprenditore delle arance, siciliano doc. Lavora a Scordia, in provincia di Catania, ma da oltre dieci anni percorre l’Italia per raccontare la sua vita da testimone di giustizia. Ha la scorta Mario, costretto a tenersi al riparo dalla mafia e dagli sciacalli che tempo addietro gli chiesero il pizzo.

“La mia storia inizia con uno squillo, quello del telefono di casa: la mafia voleva ammazzarmi in cambio di sua maestà il denaro. Diceva queste precise parole: ‘Brutto cornuto o paghi 500 milioni (fine anni ’90, quando c’era la lira, ndr) o ammazziamo te e la tua famiglia‘. Non ho neanche preso in considerazione la possibilità di pagarli, perché non li avevo quei soldi e anche se li avessi avuti non avrei mai dato loro una sola lira”. Caniglia, “imprenditore-contadino”, specializzato nel settore delle arance, ha vissuto un lungo calvario.

“Dicevano che se avessi chiamato i carabinieri ci avrebbero fatto saltare in aria, ma io li chiamai ugualmente, con molta discrezione e cominciai a collaborare con loro. Il mio più grande desiderio era quello di vedere in faccia chi voleva toglierci la libertà e renderci schiavi. Ho fatto l’infiltrato con una microspia attaccata addosso e chiedevo in giro agli amici e agli amici degli amici, fino a quando sono riuscito ad arrivare ai miei estorsori. Mi aspettavano con ansia, non volevano 500 milioni ma mi proposero una assicurazione a copertura totale dei rischi: ‘Tu paghi 20 milioni e puoi stare tranquillo’. Gli chiesi cosa mi avrebbero dato in cambio di 20 milioni e loro mi risposero: ‘Se ti rubano un camion noi te lo restituiamo, se ti rubano un trattore noi te lo portiamo fino a casa, se ti danneggiano un albero sempre con noi devono fare i conti'”.

A quel punto Mario Caniglia si è rifiutato di pagare e ha fatto una controfferta, giudicata dai mafiosi troppo povera e per questo motivo impossibile da accettare: 5 milioni in una sola volta e non si sarebbero più dovuti far vedere in faccia. In realtà Mario non aveva alcuna intenzione di pagare, non per problemi economici, ma perché per lui avrebbe significato fare un patto con il diavolo: “Con quell’incontro si interrompono i contatti, da quel momento c’è stato solo silenzio, un silenzio tombale, che ammazza. Quello è stato il momento in cui ho avuto più paura”.

Gli estorsori vennero consegnati alla giustizia il 2 febbraio del 1999 e quello stesso giorno si presentò a casa di Mario il servizio centrale di protezione che gli propose di andare via da Scordia con la sua famiglia: “Io mi rifiuto, perché non ho fatto niente di male, anzi ho fatto solo il mio dovere. Dico ai poliziotti che sono gli altri a doversene andare e non io. Se in Sicilia tutte le persone oneste se ne dovessero andare, lì rimarrebbero solo i mafiosi”. Oggi vive sotto scorta. Nell’aula magna del Volta c’erano gli agenti a vigilare affinché tutto avvenisse senza problemi. I ragazzi hanno ascoltato con attenzione le parole dell’imprenditore, affiancato dal presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati di Foggia, Buccaro, dal sostituto procuratore della Repubblica, De Martino e dalla preside, Grilli.

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“Se pagavo avrei perduto libertà e dignità”

Da sinistra, Grilli, Buccaro, Caniglia e De Martino
Da sinistra, Grilli, Buccaro, Caniglia e De Martino

Puntuali le domande degli studenti. Molto apprezzate dallo stesso Caniglia. “Cosa sarebbe successo se avessi pagato il pizzo? Avrei perduto la libertà e la dignità. Le avrei perse di sicuro perché questi signori che chiedono all’inizio un dito, poi si prendono la mano, dopo il braccio e più tardi il corpo. Infine l’anima. Chi paga il pizzo diventa un prestanome a lungo andare oppure un fallito. Mi avrebbero imposto le assunzioni e non sarei stato più libero di scegliere i miei fornitori. Quello che ho passato – ha aggiunto – non lo auguro a nessuno. Sono momenti che segnano per la vita. Se succedesse a voi o a vostri familiari, cercate di prendere esempio da me. Oggi mi ritengo libero a 360 gradi, nonostante la scorta. Certo, la libertà ha un prezzo. Io pago il fatto che altri imprenditori come me si sono piegati. Ma non mi ritengo coraggioso e ho ancora tanta paura. Oggi più di ieri. E sono cosciente dei rischi. Alla mafia non piace che io vada in giro per l’Italia a parlare“. E infine individua i suoi veri nemici: “Sono i mafiosi sciacalli o gli imprenditori collusi? Non ho dubbi, sono senz’altro gli imprenditori. A causa loro sto pagando un prezzo altissimo”.

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Mario Caniglia a Foggia per raccontare una storia di coraggio e legalità. Non nei palazzi del potere ma a scuola, davanti agli studenti del liceo Volta. Ma chi è Mario Caniglia. Lui è l’imprenditore delle arance, siciliano doc. Lavora a Scordia, in provincia di Catania, ma da oltre dieci anni percorre l’Italia per raccontare la sua vita da testimone di giustizia. Ha la scorta Mario, costretto a tenersi al riparo dalla mafia e dagli sciacalli che tempo addietro gli chiesero il pizzo.

“La mia storia inizia con uno squillo, quello del telefono di casa: la mafia voleva ammazzarmi in cambio di sua maestà il denaro. Diceva queste precise parole: ‘Brutto cornuto o paghi 500 milioni (fine anni ’90, quando c’era la lira, ndr) o ammazziamo te e la tua famiglia‘. Non ho neanche preso in considerazione la possibilità di pagarli, perché non li avevo quei soldi e anche se li avessi avuti non avrei mai dato loro una sola lira”. Caniglia, “imprenditore-contadino”, specializzato nel settore delle arance, ha vissuto un lungo calvario.

“Dicevano che se avessi chiamato i carabinieri ci avrebbero fatto saltare in aria, ma io li chiamai ugualmente, con molta discrezione e cominciai a collaborare con loro. Il mio più grande desiderio era quello di vedere in faccia chi voleva toglierci la libertà e renderci schiavi. Ho fatto l’infiltrato con una microspia attaccata addosso e chiedevo in giro agli amici e agli amici degli amici, fino a quando sono riuscito ad arrivare ai miei estorsori. Mi aspettavano con ansia, non volevano 500 milioni ma mi proposero una assicurazione a copertura totale dei rischi: ‘Tu paghi 20 milioni e puoi stare tranquillo’. Gli chiesi cosa mi avrebbero dato in cambio di 20 milioni e loro mi risposero: ‘Se ti rubano un camion noi te lo restituiamo, se ti rubano un trattore noi te lo portiamo fino a casa, se ti danneggiano un albero sempre con noi devono fare i conti'”.

A quel punto Mario Caniglia si è rifiutato di pagare e ha fatto una controfferta, giudicata dai mafiosi troppo povera e per questo motivo impossibile da accettare: 5 milioni in una sola volta e non si sarebbero più dovuti far vedere in faccia. In realtà Mario non aveva alcuna intenzione di pagare, non per problemi economici, ma perché per lui avrebbe significato fare un patto con il diavolo: “Con quell’incontro si interrompono i contatti, da quel momento c’è stato solo silenzio, un silenzio tombale, che ammazza. Quello è stato il momento in cui ho avuto più paura”.

Gli estorsori vennero consegnati alla giustizia il 2 febbraio del 1999 e quello stesso giorno si presentò a casa di Mario il servizio centrale di protezione che gli propose di andare via da Scordia con la sua famiglia: “Io mi rifiuto, perché non ho fatto niente di male, anzi ho fatto solo il mio dovere. Dico ai poliziotti che sono gli altri a doversene andare e non io. Se in Sicilia tutte le persone oneste se ne dovessero andare, lì rimarrebbero solo i mafiosi”. Oggi vive sotto scorta. Nell’aula magna del Volta c’erano gli agenti a vigilare affinché tutto avvenisse senza problemi. I ragazzi hanno ascoltato con attenzione le parole dell’imprenditore, affiancato dal presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati di Foggia, Buccaro, dal sostituto procuratore della Repubblica, De Martino e dalla preside, Grilli.

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“Se pagavo avrei perduto libertà e dignità”

Da sinistra, Grilli, Buccaro, Caniglia e De Martino
Da sinistra, Grilli, Buccaro, Caniglia e De Martino

Puntuali le domande degli studenti. Molto apprezzate dallo stesso Caniglia. “Cosa sarebbe successo se avessi pagato il pizzo? Avrei perduto la libertà e la dignità. Le avrei perse di sicuro perché questi signori che chiedono all’inizio un dito, poi si prendono la mano, dopo il braccio e più tardi il corpo. Infine l’anima. Chi paga il pizzo diventa un prestanome a lungo andare oppure un fallito. Mi avrebbero imposto le assunzioni e non sarei stato più libero di scegliere i miei fornitori. Quello che ho passato – ha aggiunto – non lo auguro a nessuno. Sono momenti che segnano per la vita. Se succedesse a voi o a vostri familiari, cercate di prendere esempio da me. Oggi mi ritengo libero a 360 gradi, nonostante la scorta. Certo, la libertà ha un prezzo. Io pago il fatto che altri imprenditori come me si sono piegati. Ma non mi ritengo coraggioso e ho ancora tanta paura. Oggi più di ieri. E sono cosciente dei rischi. Alla mafia non piace che io vada in giro per l’Italia a parlare“. E infine individua i suoi veri nemici: “Sono i mafiosi sciacalli o gli imprenditori collusi? Non ho dubbi, sono senz’altro gli imprenditori. A causa loro sto pagando un prezzo altissimo”.

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Mario Caniglia a Foggia per raccontare una storia di coraggio e legalità. Non nei palazzi del potere ma a scuola, davanti agli studenti del liceo Volta. Ma chi è Mario Caniglia. Lui è l’imprenditore delle arance, siciliano doc. Lavora a Scordia, in provincia di Catania, ma da oltre dieci anni percorre l’Italia per raccontare la sua vita da testimone di giustizia. Ha la scorta Mario, costretto a tenersi al riparo dalla mafia e dagli sciacalli che tempo addietro gli chiesero il pizzo.

“La mia storia inizia con uno squillo, quello del telefono di casa: la mafia voleva ammazzarmi in cambio di sua maestà il denaro. Diceva queste precise parole: ‘Brutto cornuto o paghi 500 milioni (fine anni ’90, quando c’era la lira, ndr) o ammazziamo te e la tua famiglia‘. Non ho neanche preso in considerazione la possibilità di pagarli, perché non li avevo quei soldi e anche se li avessi avuti non avrei mai dato loro una sola lira”. Caniglia, “imprenditore-contadino”, specializzato nel settore delle arance, ha vissuto un lungo calvario.

“Dicevano che se avessi chiamato i carabinieri ci avrebbero fatto saltare in aria, ma io li chiamai ugualmente, con molta discrezione e cominciai a collaborare con loro. Il mio più grande desiderio era quello di vedere in faccia chi voleva toglierci la libertà e renderci schiavi. Ho fatto l’infiltrato con una microspia attaccata addosso e chiedevo in giro agli amici e agli amici degli amici, fino a quando sono riuscito ad arrivare ai miei estorsori. Mi aspettavano con ansia, non volevano 500 milioni ma mi proposero una assicurazione a copertura totale dei rischi: ‘Tu paghi 20 milioni e puoi stare tranquillo’. Gli chiesi cosa mi avrebbero dato in cambio di 20 milioni e loro mi risposero: ‘Se ti rubano un camion noi te lo restituiamo, se ti rubano un trattore noi te lo portiamo fino a casa, se ti danneggiano un albero sempre con noi devono fare i conti'”.

A quel punto Mario Caniglia si è rifiutato di pagare e ha fatto una controfferta, giudicata dai mafiosi troppo povera e per questo motivo impossibile da accettare: 5 milioni in una sola volta e non si sarebbero più dovuti far vedere in faccia. In realtà Mario non aveva alcuna intenzione di pagare, non per problemi economici, ma perché per lui avrebbe significato fare un patto con il diavolo: “Con quell’incontro si interrompono i contatti, da quel momento c’è stato solo silenzio, un silenzio tombale, che ammazza. Quello è stato il momento in cui ho avuto più paura”.

Gli estorsori vennero consegnati alla giustizia il 2 febbraio del 1999 e quello stesso giorno si presentò a casa di Mario il servizio centrale di protezione che gli propose di andare via da Scordia con la sua famiglia: “Io mi rifiuto, perché non ho fatto niente di male, anzi ho fatto solo il mio dovere. Dico ai poliziotti che sono gli altri a doversene andare e non io. Se in Sicilia tutte le persone oneste se ne dovessero andare, lì rimarrebbero solo i mafiosi”. Oggi vive sotto scorta. Nell’aula magna del Volta c’erano gli agenti a vigilare affinché tutto avvenisse senza problemi. I ragazzi hanno ascoltato con attenzione le parole dell’imprenditore, affiancato dal presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati di Foggia, Buccaro, dal sostituto procuratore della Repubblica, De Martino e dalla preside, Grilli.

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“Se pagavo avrei perduto libertà e dignità”

Da sinistra, Grilli, Buccaro, Caniglia e De Martino
Da sinistra, Grilli, Buccaro, Caniglia e De Martino

Puntuali le domande degli studenti. Molto apprezzate dallo stesso Caniglia. “Cosa sarebbe successo se avessi pagato il pizzo? Avrei perduto la libertà e la dignità. Le avrei perse di sicuro perché questi signori che chiedono all’inizio un dito, poi si prendono la mano, dopo il braccio e più tardi il corpo. Infine l’anima. Chi paga il pizzo diventa un prestanome a lungo andare oppure un fallito. Mi avrebbero imposto le assunzioni e non sarei stato più libero di scegliere i miei fornitori. Quello che ho passato – ha aggiunto – non lo auguro a nessuno. Sono momenti che segnano per la vita. Se succedesse a voi o a vostri familiari, cercate di prendere esempio da me. Oggi mi ritengo libero a 360 gradi, nonostante la scorta. Certo, la libertà ha un prezzo. Io pago il fatto che altri imprenditori come me si sono piegati. Ma non mi ritengo coraggioso e ho ancora tanta paura. Oggi più di ieri. E sono cosciente dei rischi. Alla mafia non piace che io vada in giro per l’Italia a parlare“. E infine individua i suoi veri nemici: “Sono i mafiosi sciacalli o gli imprenditori collusi? Non ho dubbi, sono senz’altro gli imprenditori. A causa loro sto pagando un prezzo altissimo”.

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Mario Caniglia a Foggia per raccontare una storia di coraggio e legalità. Non nei palazzi del potere ma a scuola, davanti agli studenti del liceo Volta. Ma chi è Mario Caniglia. Lui è l’imprenditore delle arance, siciliano doc. Lavora a Scordia, in provincia di Catania, ma da oltre dieci anni percorre l’Italia per raccontare la sua vita da testimone di giustizia. Ha la scorta Mario, costretto a tenersi al riparo dalla mafia e dagli sciacalli che tempo addietro gli chiesero il pizzo.

“La mia storia inizia con uno squillo, quello del telefono di casa: la mafia voleva ammazzarmi in cambio di sua maestà il denaro. Diceva queste precise parole: ‘Brutto cornuto o paghi 500 milioni (fine anni ’90, quando c’era la lira, ndr) o ammazziamo te e la tua famiglia‘. Non ho neanche preso in considerazione la possibilità di pagarli, perché non li avevo quei soldi e anche se li avessi avuti non avrei mai dato loro una sola lira”. Caniglia, “imprenditore-contadino”, specializzato nel settore delle arance, ha vissuto un lungo calvario.

“Dicevano che se avessi chiamato i carabinieri ci avrebbero fatto saltare in aria, ma io li chiamai ugualmente, con molta discrezione e cominciai a collaborare con loro. Il mio più grande desiderio era quello di vedere in faccia chi voleva toglierci la libertà e renderci schiavi. Ho fatto l’infiltrato con una microspia attaccata addosso e chiedevo in giro agli amici e agli amici degli amici, fino a quando sono riuscito ad arrivare ai miei estorsori. Mi aspettavano con ansia, non volevano 500 milioni ma mi proposero una assicurazione a copertura totale dei rischi: ‘Tu paghi 20 milioni e puoi stare tranquillo’. Gli chiesi cosa mi avrebbero dato in cambio di 20 milioni e loro mi risposero: ‘Se ti rubano un camion noi te lo restituiamo, se ti rubano un trattore noi te lo portiamo fino a casa, se ti danneggiano un albero sempre con noi devono fare i conti'”.

A quel punto Mario Caniglia si è rifiutato di pagare e ha fatto una controfferta, giudicata dai mafiosi troppo povera e per questo motivo impossibile da accettare: 5 milioni in una sola volta e non si sarebbero più dovuti far vedere in faccia. In realtà Mario non aveva alcuna intenzione di pagare, non per problemi economici, ma perché per lui avrebbe significato fare un patto con il diavolo: “Con quell’incontro si interrompono i contatti, da quel momento c’è stato solo silenzio, un silenzio tombale, che ammazza. Quello è stato il momento in cui ho avuto più paura”.

Gli estorsori vennero consegnati alla giustizia il 2 febbraio del 1999 e quello stesso giorno si presentò a casa di Mario il servizio centrale di protezione che gli propose di andare via da Scordia con la sua famiglia: “Io mi rifiuto, perché non ho fatto niente di male, anzi ho fatto solo il mio dovere. Dico ai poliziotti che sono gli altri a doversene andare e non io. Se in Sicilia tutte le persone oneste se ne dovessero andare, lì rimarrebbero solo i mafiosi”. Oggi vive sotto scorta. Nell’aula magna del Volta c’erano gli agenti a vigilare affinché tutto avvenisse senza problemi. I ragazzi hanno ascoltato con attenzione le parole dell’imprenditore, affiancato dal presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati di Foggia, Buccaro, dal sostituto procuratore della Repubblica, De Martino e dalla preside, Grilli.

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“Se pagavo avrei perduto libertà e dignità”

Da sinistra, Grilli, Buccaro, Caniglia e De Martino
Da sinistra, Grilli, Buccaro, Caniglia e De Martino

Puntuali le domande degli studenti. Molto apprezzate dallo stesso Caniglia. “Cosa sarebbe successo se avessi pagato il pizzo? Avrei perduto la libertà e la dignità. Le avrei perse di sicuro perché questi signori che chiedono all’inizio un dito, poi si prendono la mano, dopo il braccio e più tardi il corpo. Infine l’anima. Chi paga il pizzo diventa un prestanome a lungo andare oppure un fallito. Mi avrebbero imposto le assunzioni e non sarei stato più libero di scegliere i miei fornitori. Quello che ho passato – ha aggiunto – non lo auguro a nessuno. Sono momenti che segnano per la vita. Se succedesse a voi o a vostri familiari, cercate di prendere esempio da me. Oggi mi ritengo libero a 360 gradi, nonostante la scorta. Certo, la libertà ha un prezzo. Io pago il fatto che altri imprenditori come me si sono piegati. Ma non mi ritengo coraggioso e ho ancora tanta paura. Oggi più di ieri. E sono cosciente dei rischi. Alla mafia non piace che io vada in giro per l’Italia a parlare“. E infine individua i suoi veri nemici: “Sono i mafiosi sciacalli o gli imprenditori collusi? Non ho dubbi, sono senz’altro gli imprenditori. A causa loro sto pagando un prezzo altissimo”.

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Mario Caniglia a Foggia per raccontare una storia di coraggio e legalità. Non nei palazzi del potere ma a scuola, davanti agli studenti del liceo Volta. Ma chi è Mario Caniglia. Lui è l’imprenditore delle arance, siciliano doc. Lavora a Scordia, in provincia di Catania, ma da oltre dieci anni percorre l’Italia per raccontare la sua vita da testimone di giustizia. Ha la scorta Mario, costretto a tenersi al riparo dalla mafia e dagli sciacalli che tempo addietro gli chiesero il pizzo.

“La mia storia inizia con uno squillo, quello del telefono di casa: la mafia voleva ammazzarmi in cambio di sua maestà il denaro. Diceva queste precise parole: ‘Brutto cornuto o paghi 500 milioni (fine anni ’90, quando c’era la lira, ndr) o ammazziamo te e la tua famiglia‘. Non ho neanche preso in considerazione la possibilità di pagarli, perché non li avevo quei soldi e anche se li avessi avuti non avrei mai dato loro una sola lira”. Caniglia, “imprenditore-contadino”, specializzato nel settore delle arance, ha vissuto un lungo calvario.

“Dicevano che se avessi chiamato i carabinieri ci avrebbero fatto saltare in aria, ma io li chiamai ugualmente, con molta discrezione e cominciai a collaborare con loro. Il mio più grande desiderio era quello di vedere in faccia chi voleva toglierci la libertà e renderci schiavi. Ho fatto l’infiltrato con una microspia attaccata addosso e chiedevo in giro agli amici e agli amici degli amici, fino a quando sono riuscito ad arrivare ai miei estorsori. Mi aspettavano con ansia, non volevano 500 milioni ma mi proposero una assicurazione a copertura totale dei rischi: ‘Tu paghi 20 milioni e puoi stare tranquillo’. Gli chiesi cosa mi avrebbero dato in cambio di 20 milioni e loro mi risposero: ‘Se ti rubano un camion noi te lo restituiamo, se ti rubano un trattore noi te lo portiamo fino a casa, se ti danneggiano un albero sempre con noi devono fare i conti'”.

A quel punto Mario Caniglia si è rifiutato di pagare e ha fatto una controfferta, giudicata dai mafiosi troppo povera e per questo motivo impossibile da accettare: 5 milioni in una sola volta e non si sarebbero più dovuti far vedere in faccia. In realtà Mario non aveva alcuna intenzione di pagare, non per problemi economici, ma perché per lui avrebbe significato fare un patto con il diavolo: “Con quell’incontro si interrompono i contatti, da quel momento c’è stato solo silenzio, un silenzio tombale, che ammazza. Quello è stato il momento in cui ho avuto più paura”.

Gli estorsori vennero consegnati alla giustizia il 2 febbraio del 1999 e quello stesso giorno si presentò a casa di Mario il servizio centrale di protezione che gli propose di andare via da Scordia con la sua famiglia: “Io mi rifiuto, perché non ho fatto niente di male, anzi ho fatto solo il mio dovere. Dico ai poliziotti che sono gli altri a doversene andare e non io. Se in Sicilia tutte le persone oneste se ne dovessero andare, lì rimarrebbero solo i mafiosi”. Oggi vive sotto scorta. Nell’aula magna del Volta c’erano gli agenti a vigilare affinché tutto avvenisse senza problemi. I ragazzi hanno ascoltato con attenzione le parole dell’imprenditore, affiancato dal presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati di Foggia, Buccaro, dal sostituto procuratore della Repubblica, De Martino e dalla preside, Grilli.

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“Se pagavo avrei perduto libertà e dignità”

Da sinistra, Grilli, Buccaro, Caniglia e De Martino
Da sinistra, Grilli, Buccaro, Caniglia e De Martino

Puntuali le domande degli studenti. Molto apprezzate dallo stesso Caniglia. “Cosa sarebbe successo se avessi pagato il pizzo? Avrei perduto la libertà e la dignità. Le avrei perse di sicuro perché questi signori che chiedono all’inizio un dito, poi si prendono la mano, dopo il braccio e più tardi il corpo. Infine l’anima. Chi paga il pizzo diventa un prestanome a lungo andare oppure un fallito. Mi avrebbero imposto le assunzioni e non sarei stato più libero di scegliere i miei fornitori. Quello che ho passato – ha aggiunto – non lo auguro a nessuno. Sono momenti che segnano per la vita. Se succedesse a voi o a vostri familiari, cercate di prendere esempio da me. Oggi mi ritengo libero a 360 gradi, nonostante la scorta. Certo, la libertà ha un prezzo. Io pago il fatto che altri imprenditori come me si sono piegati. Ma non mi ritengo coraggioso e ho ancora tanta paura. Oggi più di ieri. E sono cosciente dei rischi. Alla mafia non piace che io vada in giro per l’Italia a parlare“. E infine individua i suoi veri nemici: “Sono i mafiosi sciacalli o gli imprenditori collusi? Non ho dubbi, sono senz’altro gli imprenditori. A causa loro sto pagando un prezzo altissimo”.

Tags: CataniaFoggiamafiaMario CanigliaRacketScordiaSicilia
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