Fallimento di don Pasquale Casillo. E il figlio chiama in causa Emiliano su Twitter

Torna a farsi vivo Casillo. Ma stavolta non don Pasquale, ex patron del Foggia Calcio e “re del grano” negli anni ’90, bensì il figlio Gennaro. Il giovane, anche lui nella dirigenza rossonera fino a pochi anni fa, chiama in causa il candidato governatore del Pd, Michele Emiliano e lo fa su Twitter. “Per un sequestro preventivo errato mio padre ha perso un gruppo con 2000 dipendenti e 20 anni di vita. Chi ci chiede scusa?” Il leader piddino non ha risposto limitandosi a ritwittare. 

Pasquale Casillo
Pasquale Casillo

Gennaro Casillo fa riferimento agli ultimi 20 anni di sventure di don Pasquale, un tempo grande industriale proprietario di ben 58 società e soprannominato “il re del grano”, almeno fino al 21 aprile 1994, data del suo arresto. Quel giorno Casillo aveva 46 anni e il suo Foggia stava lottando per entrare in Coppa Uefa; mancavano due partite alla fine del campionato e grande era l’attesa nel capoluogo pugliese. Il fatturato del gruppo di Casillo era, alla data dell’arresto, di 2.300 miliardi di vecchie lire, una cifra considerevole che lo metteva tra i più importanti gruppi industriali del nostro Paese. 

Ma da quel 21 aprile la vita di Pasquale Casillo non fu più la stessa. Improvvisamente i sogni del Foggia calcio si infransero con una sconfitta per 1 a 0 contro il Napoli, diretta contendente della squadra pugliese per un posto in Europa. E così anche la carriera imprenditoriale di Casillo, che fino a qualche tempo prima era stato presidente degli industriali di Foggia, si sgretolò alle 10 del mattino del 21 aprile del 1994. Un arresto spettacolare di fronte ai familiari, compreso proprio il figlio Gennaro che all’epoca aveva 9 anni.

Pesantissima l’accusa: concorso esterno in associazione di stampo mafioso. L’inchiesta partì dalle rivelazioni di Pasquale Galasso, pentito della camorra affiliato con Carmine Alfieri, che aveva raccontato di presunte collusioni tra Casillo e la criminalità organizzata. Fu una tegola spaventosa quella che si abbatté sulla famiglia Casillo; una tegola che non ebbe semplicemente una deriva legata ad una giustizia penale ma anche civile. Immediatamente e automaticamente furono messe sotto sequestro tutte le società del gruppo che faceva riferimento a Casillo.

Su richiesta del Banco di Napoli, finirono in tribunale i libri della capogruppo “Casillo Grani snc” nonostante alcune delle primarie banche italiane avessero proposto un finanziamento ponte di 100 miliardi di lire che vennero rifiutate dal nuovo amministratore giudiziario. Casillo rimase in carcere undici mesi, dichiarandosi innocente e chiedendo, nel 1994, di essere processato immediatamente. Questo non avvenne e don Pasquale fu al centro di una serie lunghissima di rinvii legati alla difficoltà nel determinare la competenza del tribunale di riferimento.

Così si passò da Napoli a Bari per poi finire a Roma ed infine individuare il tribunale di competenza nel tribunale di Nola, in provincia di Napoli. Ma la vicenda penale di Casillo s’incrociò fatalmente sia con la propria vita privata e familiare che con la vicenda legata al fallimento delle sue società gestite da un amministratore giudiziario che si poneva soltanto il problema di vendere ciò che in una vita la famiglia Casillo aveva costruito.
La rinuncia del finanziamento ponte nel maggio del 1994 già deliberato dall’Abi fu la conferma della mancanza di volontà da parte del nuovo gestore giudiziario di salvare le aziende; aziende che avevano, nell’ultimo bilancio un fatturato di 2.300 miliardi di vecchie lire contro un debito di 400 miliardi.

Sono serviti 13 anni fino al 16 febbraio del 2007 per vedere assolto Pasquale Casillo “per non aver commesso il fatto”. Ma l’imprenditore campano non vide finire i propri guai con la giustizia, questa volta civile. Infatti, pur assolto dall’accusa di concorso esterno in associazione di stampo mafioso, l’imprenditore campano non si riprese mai da quella batosta e anche il suo tentativo di rientrare nel mondo del calcio cinque anni fa, con Zdenek Zeman e Peppino Pavone al seguito, si rivelò un fallimento.





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