La Daunia brinda ai 70 anni del “Five Roses” di de Castris. “In Puglia meno vigneti ma più qualità”

La tavola della Daunia ha brindato ai settant’anni di vita del “Five Roses”. La cantina salentina “Leone de Castris” ha festeggiato a Foggia, venerdì scorso, l’anniversario del suo vino di punta, con una cena-evento presso la “Cantina del Cacciatore”. Nasceva nel 1943 il Five Roses, il primo rosato italiano che quest’anno, con la vendemmia 2013, attualmente in distribuzione, festeggia i suoi primi settant’anni. Il nome, “Cinque Rose”, è lo stesso di una contrada di Salice Salentino, il piccolo comune rurale dove…

Il primo da sinistra è Piernicola de Castris

La tavola della Daunia ha brindato ai settant’anni di vita del “Five Roses”. La cantina salentina “Leone de Castris” ha festeggiato a Foggia, venerdì scorso, l’anniversario del suo vino di punta, con una cena-evento presso la “Cantina del Cacciatore”. Nasceva nel 1943 il Five Roses, il primo rosato italiano che quest’anno, con la vendemmia 2013, attualmente in distribuzione, festeggia i suoi primi settant’anni. Il nome, “Cinque Rose”, è lo stesso di una contrada di Salice Salentino, il piccolo comune rurale dove nel 1665 è iniziata la plurisecolare storia dell’azienda vinicola, ma è legato anche alla tradizione della famiglia, al fatto che per intere generazioni i Leone de Castris hanno avuto sempre né più né meno di cinque figli. Sul finire della guerra, il generale americano Charles Poletti, commissario per gli approvvigionamenti delle forze alleate, chiese una grossa fornitura di vino rosato, le cui uve provenivano proprio dal feudo Cinque Rose. “Il generale voleva un vino dal nome inglese, e così nacque il Five Roses”. È lo stesso Piernicola Leone de Castris, general manager dell’azienda salentina, a raccontare agli ospiti del Cacciatore la genesi del nome.  “Non c’era carta per le etichette, né c’erano bottiglie, trattandosi di periodo di guerra, e la prima Five Roses -la curiosità- è stata imbottigliata in una bottiglia di birra, con tappo di sughero”. All’appuntamento, in rappresentanza dei viticoltori foggiani, sono stati invitati anche Paolo Petrilli e Antonio Gargano, rispettivamente presidenti del Consorzioper la tutela del vino doc “Cacc’e Mmitte” e del Consorzio “Doc Tavoliere Nero di Troia”. Assente, invece, l’omologo foggiano di De Castris, il presidente di Confindustria Foggia, Giuseppe Di Carlo.

L’associazione degli industriali leccese, nei suoi circa novant’anni di vita ha sempre avuto come guida rappresentanti del settore edile e metalmeccanico e affidare la reggenza all’imprenditore del settore agroalimentare ha significato una svolta nella visione economica di quell’area territoriale. “Un triennio di presidenza difficile” confessa De Castris, che a l’Immediato traccia un’analisi della realtà vitivinicola foggiana. “È importante che anche Foggia abbia riscoperto un percorso di qualità delle produzioni. Ci sono diverse aziende, e in modo particolare negli ultimi anni, qualcuna ha anche una storia più lunga -precisa-, che stanno focalizzando l’attenzione sul territorio del foggiano, che forse, rispetto a Bari e al Salento, era rimasto un po’ indietro nel settore della qualità. Però adesso ci sono aziende di livello nazionale che operano a Foggia”. Intervenendo nel dibattito sui piani agricoli comunitari, nella riforma della Pac il presidente De Castris legge positivi risultati per il settore vinicolo e opportunità concrete per i produttori, in particolare cita i finanziamenti che riguardano gli investimenti sui vigneti, “perché danno la possibilità, con una spesa minore rispetto a quella che sarebbe la spesa totale, di riconvertire vigneti ormai vecchi e impiantare dei vigneti giovani”. “Questo intervento a mio avviso è importante, perché la cultura della vite in Puglia è cambiata, però è cambiata anche dal punto di vista quantitativo, nel senso che ci sono meno vigneti ma si fa più qualità nelle vigne, rispetto a prima”.

È il turismo, unito al food&wine, “il settore che dovrebbe essere trainante dell’economia pugliese”, a giudizio del presidente di Confindustria Lecce. “Potremmo vivere non solo di turismo, perché sarebbe riduttivo, ma buona parte delle nostre attività potrebbero nascere nel settore turistico. Dovremmo lavorare sul periodo, nel senso che gli operatori turistici sono ancora orientati nei periodi estivi, mentre potremmo, anche per una questione climatica, attirare un po’ di turismo in altri mesi dell’anno. La Regione Puglia si è mossa da questo punto di vista -osserva-, poi si può sempre, chiaramente, fare di più, attraverso l’interazione tra settore privato e istituzioni. Si raggiungono sicuramente risultati migliori. La cosa che probabilmente un po’ manca, ma questo non manca solo nel turismo, manca nel fare impresa in generale, è la voglia di stare insieme, di costruire un percorso per tutti. Non dobbiamo vedere il nostro vicino come un nemico, ma come un alleato col quale progredire sulla strada della qualità e anche della qualità dell’accoglienza”.

Una rivalità antica, quella tra Gargano e Salento, che alla tavola del Cacciatore sembra aver trovato una pacificazione, attraverso gli abbinamenti gastronomici di Francesca Pillo, ai fornelli dello scrigno dei sapori di via Mascagni, per esaltare i vini in degustazione (Five Roses Metodo Classico-Brut Rosé, Five Roses 70° Anniversario, Marlisa Salice Salentino Doc, I Mille-Spumante Extra Dry Rosé). “È una cantina pugliese che ha una storia secolare, per questo abbiamo pensato di invitarla a celebrare qui il suo importante anniversario”, spiega a l’Immediato lo spirito dell’evento la cuoca “gelosa” della sua filiera di fornitori, che spaziano dal Gargano al Subappennino. “Ho una clientela che proviene anche dall’America, dalla Germania e dall’Inghilterra. Con un po’ di presunzione, possono dire che arrivano stranieri alla mia tavola. Apprezzano molto il purè di fave, assieme a tutte le materie prime del nostro territorio. Ogni posto ha la sua specialità”. Dai prodotti caseari del Gargano, caciocavallo podolico in testa, ai salumi dei Monti Dauni, fino alla farina di grano arso, che assieme all’odore delle stoppie trattiene, trattiene le tradizioni della cultura contadina.