Strage San Marco, intercettazioni shock: “Uccisi innocenti per fare un piacere a ‘sti bastardi”. Forse 3 i killer in azione

Le carte dell'inchiesta che hanno portato all'arresto di Giovanni Caterino e Luigi Palena. C'è anche l'interrogatorio del pm Gatti all'assassino di Saverio Tucci



Cinquanta pagine zeppe di intercettazioni, ricostruzioni e assetti mafiosi in provincia di Foggia. Si tratta delle carte dell’inchiesta sulla strage di San Marco in Lamis del 9 agosto 2017, nella quale trovarono la morte il boss Mario Luciano Romito, suo cognato Matteo De Palma e i due contadini Aurelio e Luigi Luciani. Ieri l’altro sono stati arrestati Giovanni Caterino, 38 anni, accusato di aver fatto parte del commando armato e Luigi Palena, 48 anni, accusato di detenzione e porto di armi.

Un fatto di sangue che scioccò l’Italia intera e che vede sullo sfondo la storica guerra tra i clan garganici, Romito-Ricucci e Li Bergolis-Miucci. 

Una mattanza che stando alle carte firmate dal gip, Marco Galesi fu ordinata dal clan Li Bergolis-Miucci di Monte Sant’Angelo la cui esistenza come associazione mafiosa è stata riconosciuta in via definitiva, e irrevocabile, il 4 ottobre 2011 nell’ambito del processo scaturito dall’operazione “Iscaro-Saburo”.

“Plateale ferocia”

“I fratelli Aurelio e Luigi Luciani – si legge nell’ordinanza –, contadini incensurati, completamente estranei ai fatti, al momento dell’agguato attraversavano con il loro furgone il tratto stradale interessato dall’azione del gruppo di fuoco”. Ad omicidio già avvenuto, si registrò “l’esplosione di colpi devastanti al capo di Romito, volti a mostrare platealmente la ferocia e la forza del gruppo di fuoco, così da intimorire la popolazione del luogo”.

Per quell’azione criminosa furono utilizzati un fucile calibro 12, un kalashnikov e una pistola calibro 9×21.

I killer agirono a bordo di una Ford C-Max rubata. L’auto fu ritrovata bruciata sulla SP 28 in direzione Apricena. All’interno c’era una pistola calibro 7,65, danneggiata dalle fiamme.

Un’altra auto, una Fiat Grande Punto, svolse “un ruolo attivo nella partecipazione alla dinamica omicidiaria, pedinando il maggiolone di Romito, con presumibili compiti di comunicazione e/o staffetta nei confronti di altri soggetti/veicoli coinvolti nell’evento”.

Grazie a sofisticati sistemi investigativi, la Punto fu individuata la mattina dell’agguato sulla SS89, mentre correva a una media di 176 km/h. Successivamente venne registrata sulla SP 28, nei pressi del luogo dell’omicidio, ad una velocità media relativamente bassa (40 km/h).

“Con riferimento al momento conclusivo della dinamica omicidiaria – scrive il giudice –, la fuga degli autori dopo l’incendio della C-Max, l’attività svolta dagli inquirenti ha consentito di evidenziare il movimento a piedi di 3 sagome umane (presumibilmente Saverio Tucci, Giovanni Caterino e altro soggetto rimasto ignoto, ndr) in direzione di una masseria in agro di Apricena”, luogo dove il gruppo criminale si sarebbe spesso riunito per pianificare l’agguato. La Grande Punto ha continuato a bazzicare in quella masseria anche nei mesi successivi alla strage. Giovanni Caterino, infatti, stando alle carte dell’inchiesta, frequentava quel luogo abitualmente.

“Durante le indagini si è aperto anche uno scenario nuovo agli organi investigativi – evidenzia il gip -, con il coinvolgimento di alcuni soggetti sconosciuti sotto il profilo criminale di tipo associativo”.

Una “bomba atomica” con sete di vendetta

Giovanni Caterino, in un’intercettazione captata, affermava di sentirsi come una “bomba atomica”, preoccupato per un possibile arresto. “Ma tutto sta ad arrivare al 23 dicembre, allora mi devo scatenare… mi devo prendere una bottiglia di champagne e me la devo bere tutta” (probabilmente riferito al fatto che durante le feste natalizie c’è un rallentamento delle attività giudiziarie).

Caterino in una conversazione rivelò di essere scampato ad un agguato il 18 febbraio 2018. Tre persone mascherate a bordo di una Alfa Romeo Giulietta lo speronarono ma lui riuscì a rimanere lucido, aumentando bruscamente la velocità.

Secondo Caterino furono i Romito-Ricucci, clan opposto ai Li Bergolis-Miucci a tentare di eliminarlo. E infatti aveva già individuato chi uccidere per replicare all’agguato nei suoi confronti: “Allora stanno in movimento questi bastardi… quello è facile, facile togliere davanti a quel bastardo… va camminando da solo… ieri camminava lui da solo…”

Dopo sarebbe passato al suo principale obiettivo ovvero Pasquale Ricucci detto “fic secc”, che Caterino ascriveva al gruppo dei Romito e che divenne bersaglio delle sue intenzioni di ritorsione.

Il rifiuto a collaborare

Attraverso numerose intercettazioni telefoniche e ambientali, gli investigatori intuirono lo stato di pericolo in cui versava il manfredoniano Caterino al quale, infatti, fu proposto di collaborare con la giustizia e di essere inserito in un programma di protezione ma l’uomo rifiutò. Il 38enne mostrava sete di vendetta per quel tentato agguato nei suoi confronti. Il suo cruccio era di rispondere quanto prima ai rivali. Arrivò anche ad ipotizzare i soggetti presenti all’interno dell’auto che lo speronò. Forse due foggiani e uno di Manfredonia alla guida. Ma non scartava nemmeno l’ipotesi che ad agire possa esserci stato anche “quello di Vieste”. 

Fu il boss Enzo Miucci, reggente del clan Li Bergolis dopo la detenzione dei capi storici, ad invitare Caterino alla calma e a lasciare per qualche tempo Manfredonia.

Caterino, in realtà, si sentiva accerchiato, sapeva che presto sarebbe finito in manette: “A me l’arresto sta… non è oggi… tra un anno, un anno e mezzo… ma l’arresto ci sta…”

Ed è sempre Caterino ad affermare nel corso di una conversazione: “Noi stiamo uccidendo le persone innocenti per fare il piacere a ‘sti bastardi…”, mostrandosi risentito col suo stesso clan in quanto cominciava a sentirsi abbandonato.

Il coinvolgimento di Tucci

La presenza di Saverio Tucci classe ’73, detto “Faccia d’Angelo” nel gruppo di fuoco emerse nel corso di un interrogatorio del 9 gennaio 2018. Il pm della DDA, Giuseppe Gatti rivolse alcune domande al manfredoniano Carlo Magno, reo confesso per l’uccisione di Tucci avvenuta nell’ottobre 2017 ad Amsterdam (motivi ancora ignoti).

Gatti: “Che cosa le ha detto Tucci?”

Magno: “Il fatto che faceva parte di questo… che si era alleato, faceva parte di questo gruppo che aveva ammazzato a Romito… omissis”.

Gatti: “Stava dicendo una cosa?”

Magno: “Secondo me, almeno, quello che io… Alle volte lui mi diceva qualcosa, come… come se… per depistarmi a me, o per farmi capire qualche altra cosa, ho avuto questa impressione. Adesso non ricordo preciso qualche… Dicevo: “Mah! Parla così”. Come quel giorno, mi è sembrato strano che parlava in quella macchina, lui, nella macchina che ha”.

Gatti: “In quella macchina disse che aveva fatto parte, faceva parte del gruppo?”

Magno: “È nuova, si…”

Gatti: “Che aveva…”

Magno: “Dice: “La macchina nuova, qua non…”

Gatti: “Ed era convinto che non era intercettata la macchina?”

Magno: “Si, era convinto”

Gatti: “E disse che faceva parte del gruppo…”

Magno: “Si, si”

Gatti: “Che aveva ammazzato Romito?”

Magno: “Bravo! Così… omissis”

Mentre in un interrogatorio del 22 maggio 2018 ecco cosa rispose Magno alle domande del pm:

Gatti: “Vogliamo sapere che cosa le ha detto Tucci”

Magno: “Oh! Tucci mi ha detto che lui, per farsi grande…”

Gatti: “Beh, questo per farsi grande è una sua valutazione?”

Magno: “Penso io, penso io, si”

Gatti: “A noi interessa quello che ha detto”

Magno: “Io sto con le persone che hanno fatto… hanno fatto quello là. Mo se l’ha detto per farsi grande….”

Il pm Maralfa: “L’ha detta a lei questa cosa Tucci?”

Magno: “A me, a me personalmente. Si, che lui si era associato a questo gruppo che avevano ammazzato a questo Romito”.

“Appaiono quindi significative – scrive il gip – alcune affermazioni fatte da Caterino dopo l’omicidio di Romito nelle parti in cui incluse sé stesso e Tucci tra gli obiettivi prioritari del clan Romito. Alla luce delle rivelazioni di Magno circa il coinvolgimento di Tucci nel quadruplice omicidio, l’accostamento fatto da Caterino allo stesso Tucci si può ragionevolmente spiegare proprio nella consapevolezza di aver avuto anche lui un ruolo nell’omicidio del boss Romito e di essere quindi destinato a subire la stessa sorte di Tucci per mano degli avversari”. 

Questa notizia puoi leggerla direttamente sul tuo Messenger di Facebook. Ecco come

Ultima modifica: 19 ottobre 2018

In questo articolo


Partecipa alla conversazione