Le strutture pugliesi che si occupano di riabilitazione, assistenza agli anziani, ai minori e alle persone con disabilità lanciano un grido d’allarme alla Regione Puglia. Secondo Aris Puglia, l’associazione che rappresenta gli enti religiosi e non profit del settore, il sistema sarebbe ormai vicino a un punto di rottura a causa dell’aumento dei costi di gestione e dell’insufficienza delle risorse riconosciute.
“Se non arriveranno interventi urgenti e adeguati, molte strutture non saranno più in grado di garantire la continuità dei servizi”, avverte il presidente regionale dell’associazione, Mimmo Laddaga, che parla di una situazione destinata a ripercuotersi soprattutto su pazienti, famiglie e lavoratori.
Tariffe ferme da vent’anni
Uno dei principali problemi evidenziati dall’Aris riguarda le tariffe riconosciute dalla Regione Puglia per le prestazioni erogate dai centri di riabilitazione.
Secondo l’associazione, gli importi sarebbero sostanzialmente invariati da circa vent’anni. L’unico aggiornamento, pari al 7%, sarebbe stato introdotto nel 2022, ma ritenuto insufficiente a compensare l’aumento dei costi sostenuti dalle strutture. Inoltre, sempre secondo Aris, tale adeguamento non sarebbe stato applicato in modo uniforme dalle diverse Asl pugliesi.
Il nodo dei contratti di lavoro
Tra le criticità segnalate figura anche la questione contrattuale. Aris sottolinea di disporre di un proprio contratto collettivo nazionale dedicato ai centri di riabilitazione e alle Rsa, attualmente in fase di rinnovo.
L’associazione contesta però l’obbligo, previsto come requisito per l’accreditamento, di applicare il contratto dell’ospedalità privata, considerato più oneroso e pensato per realtà diverse da quelle territoriali in cui operano i centri di riabilitazione.
Una situazione che, secondo i rappresentanti del settore, avrebbe portato il costo del personale a incidere tra l’80 e il 90 per cento del fatturato delle strutture.
Le difficoltà del piano di riconversione
Ulteriori preoccupazioni riguardano il piano di riconversione previsto da una delibera della giunta regionale del 2025.
Il provvedimento richiede alle strutture di adeguarsi a nuovi standard entro diciotto mesi, introducendo ulteriori figure professionali specializzate. Tra queste neuropsichiatri infantili, fisiatri, logopedisti e altri professionisti della riabilitazione che, secondo Aris, risultano oggi particolarmente difficili da reperire sul mercato del lavoro.
L’associazione ritiene inoltre che il piano sia stato elaborato sulla base di un fabbisogno risalente a oltre dieci anni fa e non più aderente alla situazione attuale.
“Promesse non mantenute”
Aris richiama anche alcuni accordi e verbali sottoscritti negli anni scorsi tra istituzioni e rappresentanti del settore, nei quali sarebbe stato delineato un percorso di riequilibrio economico basato sull’adeguamento delle tariffe.
Secondo l’associazione, tali impegni non avrebbero trovato concreta attuazione, lasciando le strutture in una situazione di crescente difficoltà finanziaria.
La richiesta alla Regione
L’associazione chiede ora alla Regione Puglia e ai ministeri competenti l’apertura di un tavolo di confronto per affrontare le criticità del settore.
Tra le richieste avanzate figurano la sospensione dei termini previsti dal piano di riconversione, la revisione delle tariffe sulla base dei costi effettivi sostenuti dalle strutture e una soluzione condivisa sul tema dei contratti di lavoro.
“Il disavanzo sanitario non può essere scaricato sui più fragili”, sostiene Aris Puglia, che ribadisce la disponibilità al dialogo ma avverte di non voler assistere passivamente a quello che definisce un progressivo indebolimento della rete riabilitativa regionale.
Secondo l’associazione, la posta in gioco non riguarda soltanto il futuro delle strutture, ma il diritto all’assistenza e alle cure per migliaia di cittadini pugliesi.










