Dopo ventidue anni di carcere, quindici dei quali trascorsi al regime del 41 bis, Armando Li Bergolis è tornato libero. Una notizia che ha riportato sotto i riflettori una delle pagine più oscure della storia criminale del Gargano e, soprattutto, gli atti del processo Iscaro-Saburo, il maxi procedimento che per la prima volta certificò l’esistenza di una vera organizzazione mafiosa sul promontorio.
In quelle migliaia di pagine processuali, insieme ai nomi di Armando, Franco e Matteo Li Bergolis detti “Calcarulo” emerge il funzionamento interno del gruppo criminale che per anni ha esercitato il controllo del territorio attraverso estorsioni, disponibilità di armi, traffici illeciti e una lunga scia di sangue.
La struttura del clan e il ruolo dei fratelli Li Bergolis
Le sentenze e gli atti dell’inchiesta descrivono una struttura gerarchica ben definita. I giudici individuano nei fratelli Armando, Franco e Matteo Li Bergolis i riferimenti centrali dell’organizzazione, affiancati da Michele Santoro, figura storica del gruppo. Gli investigatori attribuiscono al sodalizio il controllo del territorio attraverso estorsioni, intimidazioni, disponibilità di armi e la sistematica eliminazione degli avversari.
È proprio nelle intercettazioni che emerge il linguaggio quotidiano della consorteria: conversazioni sulle estorsioni ai danni di imprenditori e commercianti, sulla spartizione del denaro, sui rapporti con gli affiliati e sulla necessità di mantenere saldo il controllo criminale delle attività economiche.
Gli armieri di fiducia e gli arsenali
Uno degli aspetti più significativi delle carte riguarda la gestione delle armi. In un’ordinanza cautelare del 2004 viene indicato Matteo Di Iasio, soprannominato “Liviuccio”, come soggetto incaricato di custodire e riparare armi per conto del gruppo. Le intercettazioni riportano conversazioni nelle quali si parla di fucili, pistole e di un fucile mitragliatore con la canna danneggiata affidato per essere sistemato.
Nelle stesse carte compare anche Antonio Rinaldi, definito dagli investigatori fabbro e armiere di fiducia dei Li Bergolis. In una conversazione captata nell’auto utilizzata da Franco Li Bergolis si discute proprio della necessità di riparare un’arma e di rivolgersi a lui per l’intervento tecnico.
Le intercettazioni mostrano inoltre discussioni sull’acquisto di nuovi fucili, sulla disponibilità di munizioni e sul trasferimento di armi da un deposito all’altro per evitare che altri affiliati potessero utilizzarle senza autorizzazione.
“Dobbiamo comprare altri fucili”
Le conversazioni tra i fratelli Li Bergolis restituiscono uno spaccato impressionante della normalità con cui si parlava di armi.
In una delle captazioni riportate negli atti, Franco e Matteo Li Bergolis discutono dell’acquisto di ulteriori fucili e dei costi necessari per procurarseli. Si fa riferimento a contatti esterni, alla disponibilità di denaro e persino al numero complessivo di armi che Armando avrebbe avuto a disposizione.
In altri passaggi emerge la necessità di recuperare fucili nascosti, di spostare arsenali e di procurarsi nuove cartucce.
Le estorsioni e la gestione della cassa comune
Le carte descrivono un’organizzazione che non viveva soltanto di violenza. Numerose intercettazioni riguardano la riscossione delle estorsioni, la spartizione dei proventi e le discussioni interne sulla distribuzione del denaro tra gli affiliati. I dialoghi fanno riferimento a richieste estorsive nei confronti di imprenditori, commercianti e titolari di attività economiche tra Manfredonia e Monte Sant’Angelo.
Gli stessi interlocutori discutono apertamente di come dividere le somme incassate, di chi dovesse partecipare alla ripartizione e di chi, invece, non meritasse più di ricevere denaro perché ritenuto poco attivo negli affari del clan.
L’ombra degli omicidi
Tra i passaggi più pesanti degli atti figurano quelli relativi agli omicidi che hanno segnato la faida garganica.
In particolare vengono richiamati i riferimenti all’omicidio di Matteo Mangini, esponente del gruppo rivale, e alla cosiddetta “strage del Venerdì Santo” di Giuseppe Quitadamo, Francesco Prencipe e dell’innocente Daniele De Nittis, episodio da film sulla superstrada garganica che rappresentò uno dei momenti più drammatici della guerra di mafia tra il gruppo Li Bergolis e il clan Primosa-Alfieri.
In alcune conversazioni riportate negli atti vengono attribuite ai fratelli Li Bergolis responsabilità nell’ambito di quella stagione di sangue. Per Mangini fu inflitto l’ergastolo al solo Franco Li Bergolis mentre la strage del Venerdì Santo è rimasta impunita.
Le minacce contro le forze dell’ordine
Tra le intercettazioni più inquietanti figurano quelle successive all’omicidio di Matteo Mangini. In un dialogo riportato nelle sentenze, i fratelli Li Bergolis commentano l’attività investigativa delle forze dell’ordine e pronunciano frasi gravissime contro carabinieri e polizia, arrivando a parlare di bombe e di possibili azioni violente contro lo Stato.
Così Franco Li Bergolis parlando al fratello Matteo: “A me non mi devono rompere i coglioni, non mi devono far riscaldare la testa, se no qualche giorno quella caserma la devo fare arrivare a Foggia, ogni bomba deve essere tanta, deve essere… ogni bomba deve essere tanta, devono morire sessanta carabinieri, ogni bomba”. E ancora: “Non hanno capito niente che se si riscalda la testa a me se ne devono andare tutti quanti, se ne devono andare… Manfredonia l’abbatto sana sana. I soldi che tengo li vado a comprare tutte di bombe, li vado a comprare… ogni angolo metto una bomba di cinque chili, metto“. Passaggi che fotografano il clima di assoluta contrapposizione nei confronti delle istituzioni durante gli anni più duri della guerra mafiosa sul Gargano.
Dalla certificazione della mafia garganica alla scarcerazione
Il processo Iscaro-Saburo rappresentò una svolta storica perché sancì giudiziariamente ciò che per anni era stato negato o sottovalutato: sul Gargano esisteva una vera organizzazione mafiosa, dotata di struttura, gerarchie, arsenali, capacità intimidatoria e controllo del territorio.
Per quei fatti Armando Li Bergolis e il fratello Matteo Li Bergolis vennero condannati a 27 anni di reclusione, mentre Franco Li Bergolis sta scontando una condanna all’ergastolo.
Oggi, con la scarcerazione di Armando dopo oltre due decenni di detenzione e con la prospettiva della futura liberazione di Matteo, quelle vecchie carte tornano ad assumere un significato particolare. Non soltanto come memoria giudiziaria di una stagione di sangue, ma come documento storico che racconta dall’interno la nascita e il consolidamento della mafia garganica.
In una recente lettera, Armando Li Bergolis ha respinto ogni accusa affermando di avere scontato la pena da innocente e negando di essere mai stato un capomafia. Le carte, però, raccontano tutt’altro.












