Dopo quasi tre decenni trascorsi dietro le sbarre, di cui quindici anni nel regime detentivo del 41 bis, Armando Li Bergolis sceglie di parlare pubblicamente. Lo fa attraverso una lettera inviata in esclusiva a l’Immediato, un documento nel quale ripercorre il proprio percorso detentivo, rivendica la propria innocenza e annuncia la volontà di contestare nelle sedi giudiziarie quelle che definisce anomalie presenti nei procedimenti che lo hanno portato alla condanna.
Parole dure, che arrivano all’indomani del ritorno in libertà dopo l’espiazione della pena e che riaprono inevitabilmente il dibattito su una delle figure più note della cronaca giudiziaria del Gargano.
“Metà della mia vita cancellata da innocente”
La lettera si apre con una riflessione sul lungo periodo trascorso in carcere. “Dopo Ventisette anni di carcere, quindici dei quali passati inghiottito nel buio del regime del 41-bis metà della mia vita è stata cancellata da innocente”.
Li Bergolis afferma di voler ora tornare a vivere accanto ai propri familiari e agli affetti più cari. “Oggi voglio riprendere in mano la mia esistenza e vivere con la mia famiglia e gli affetti più cari”.
Pur dichiarando di aver rispettato le sentenze e di aver scontato integralmente la pena, sostiene di non condividere le decisioni che lo hanno condannato. “Le sentenze si rispettano ed io ho espiato la mia pena anche se non la considero giusta”.
Le accuse ai processi e alle prove
Nel passaggio centrale della lettera, Li Bergolis sostiene che gli atti processuali conterrebbero elementi che meritano ulteriori approfondimenti.
Secondo quanto scrive, le carte dei processi “rivelano anomalie che verranno approfondite nelle sedi giudiziarie”. L’ex detenuto punta il dito soprattutto contro quello che definisce il principale elemento probatorio utilizzato nei suoi confronti. Nella missiva richiama infatti le intercettazioni ambientali effettuate nella località Orti Frenti, sostenendo che sarebbero state “sbobinate e trascritte fuori dai luoghi consentiti dalla legge” e quindi prive, a suo dire, delle necessarie garanzie di autenticità e fedeltà.
“Tutto il mio processo si è retto su quella che hanno sempre definito la ‘prova regina’”. Li Bergolis arriva a definire quelle intercettazioni “una vera e propria trappola”.
“Per anni raccontata una sola verità”
Non manca un riferimento al ruolo dell’informazione e alla narrazione giudiziaria costruita nel corso degli anni.
“In tutti questi 22 anni i giornalisti hanno riempito le pagine dei giornali scrivendo fiumi di parole basate su prove che per amore di verità dovranno essere rivalutate”.
Parole che testimoniano la volontà di contestare pubblicamente una ricostruzione che, secondo l’autore della lettera, non avrebbe tenuto conto di aspetti che ritiene decisivi.
L’annuncio: “Non voglio restare in silenzio”
Nelle ultime righe della missiva, Li Bergolis definisce quanto raccontato soltanto una parte di una vicenda più ampia.
“Tutto ciò che avete letto finora rappresenta soltanto l’inizio, una minima parte della fitta rete di ingiustizie e storture procedurali che ho dovuto subire sulla mia pelle in oltre vent’anni”.
Quindi l’annuncio di voler proseguire nel racconto della propria versione dei fatti e delle iniziative che intende intraprendere.
“Voglio semplicemente tentare di riprendere il percorso della mia vita e non credo sia giusto restare in silenzio ed essere nuovamente etichettato da tutti come un capo mafia”. Una presa di posizione destinata a suscitare discussione e attenzione, soprattutto alla luce del peso che il nome di Armando Li Bergolis continua ad avere nella storia criminale e giudiziaria del Gargano.









