Un orologio di lusso, un Patek Philippe dal valore di circa 160mila euro, al centro di una spirale di tensione che, secondo quanto emerge dall’ordinanza dell’operazione antimafia, avrebbe innescato una vera e propria escalation criminale. Le intercettazioni riportate dagli inquirenti delineano un quadro allarmante, fatto di minacce esplicite, progetti di vendetta e l’ipotesi concreta di un regolamento di conti armato.
L’orologio e il nodo dello scontro
Al centro della vicenda c’è la volontà del 35enne foggiano Daniele Barbaro, cresciuto nel clan Sinesi-Francavilla ma forse desideroso di creare un proprio gruppo, di rientrare in possesso dell’orologio. Nel mirino un commerciante che, secondo Barbaro, avrebbe simulato una rapina per entrare in possesso del Patek. In carcere sono finiti, oltre a Barbaro, anche Ciro Spinelli detto “il marsigliese”, presunto esecutore materiale della gambizzazione della vittima, l’ex calciatore Luca Pompilio e l’appena 18enne Giuseppe Bruno. Al momento dei fatti, Barbaro e Spinelli erano ai domiciliari.
Nelle conversazioni intercettate, Barbaro fa riferimento a un “piccolo problema” legato all’inserimento di Ivan Narciso, indicato come “il mercenario”, stesso clan di appartenenza, nella gestione della vicenda.
“Si è messo in mezzo il mercenario… c’è un piccolo problema”, afferma Barbaro nelle sue videochiamate con detenuti del calibro di Raffaele Palumbo detto “Lelluccio”, lasciando intendere come l’ingresso di Narciso abbia complicato ulteriormente gli equilibri tra le parti.
Questa inchiesta ha evidenziato anche la facilità di reperire smartphone in cella. Oltre ai contatti con Ciro Spinelli che si trovava ai domiciliari, sono emerse videochiamate di Barbaro ai fratelli Raffaele e Benito Palumbo, entrambi detenuti in carcere, anche loro appartenenti al clan Sinesi-Francavilla. Tutti personaggi da tempo nel mondo della “Società Foggiana” e arcinoti agli inquirenti, con condanne alle spalle per mafia e gravi vicende di sangue. Barbaro con precedenti penali da quando era minorenne. Spinelli, invece, condannato a 5 anni e 9 mesi per l’agguato del 2015 al boss rivale Vito Bruno Lanza alias “u’ lepre”, quest’ultimo rimase vivo per miracolo.
Le minacce e il rischio di guerra
Le parole intercettate mostrano un progressivo irrigidimento della posizione di Barbaro, che esclude qualsiasi compromesso e prospetta uno scontro diretto. “Non esiste… non ce la do vinta questa cosa… a costo che mi faccio arrestare”, afferma, chiarendo la propria determinazione a non cedere.
Secondo gli atti, la tensione cresce fino a configurare l’ipotesi di una “guerra” tra gruppi, qualora non si fosse arrivati a una soluzione condivisa sulla spartizione del valore dell’orologio.
Il ruolo di Narciso e i tentativi di mediazione
Dalle intercettazioni emerge il tentativo di mediazione attribuito a Narciso, che avrebbe suggerito una divisione equa tra le parti. Una proposta che però non trova il favore di Barbaro, deciso a non accettare compromessi.
“Se vogliono scendere al compromesso… metà a noi e metà a loro… lo chiudiamo il discorso, altrimenti ci dichiariamo”, afferma in un passaggio, lasciando intendere la possibilità di uno scontro aperto.
Il piano di violenza e le minacce di morte
Il quadro si aggrava ulteriormente quando dalle intercettazioni emergono esplicite intenzioni di colpire Narciso. “Quello è un traditore di merda… se lo acchiappo lo spezzo”, dice Barbaro, arrivando a descrivere anche modalità violente e dimostrative.
In altri passaggi, le parole diventano ancora più dure: si parla apertamente della volontà di “disintegrare” il bersaglio e di compiere azioni violente persino durante una videochiamata, a scopo intimidatorio.
Poi il riferimento ad una presunta visita di Narciso a casa del commerciante sospettato di aver simulato la rapina del Patek. “È andato quel cornuto del mercenario a casa di quello… sicuramente gli ha detto non dargliela vinta, non darglielo a loro sennò tieni il problema con noi… secondo me vogliono scendere ad un compromesso metà a noi e metà a loro… speriamo che è cosi… sennò gli ha detto il coso lo tiene Emiliano (il boss Emiliano Francavilla, ndr) e ha detto che non vuole darlo… hai capito… eh… compà se è cosi ci dichiariamo fratè hai capito… perché alla fine fratè se vogliono fare i cornuti non esiste… se vogliono scendere al compromesso che lo hanno fatto apposta a dire così né venti a noi né venti a loro… vogliono mettere il coltello in mezzo, metà a noi e metà a loro… lo chiudiamo il discorso altrimenti ci dichiariamo fratello hai capito…”.
Ed è qui che Barbaro inizia – secondo gli inquirenti – a maturare l’idea di voler aggredire Narciso: “Quello è un traditore di merda… mamma se lo acchiappo te lo giuro se mi arrestano e lo acchiappo in galera di nuovo… a Lecce è stato fortunato… ma se lo acchiappo di nuovo in galera ti giuro ti faccio sentire la notizia… lo spezzo, gli faccio proprio del male lo faccio soffrire in videochiamata dico vedi dove sta il malandrino… gli ho schiacciato la testa lo vedi…”.
L’ipotesi di armi e l’escalation finale
L’ordinanza riporta anche riferimenti all’acquisto di armi da guerra, come fucili kalashnikov, con l’intenzione di colpire Narciso. “Con quello là spenderei diecimila euro e mi compro due kalashnikov… proprio a strapparlo tutto quanto”, afferma Barbaro, delineando un livello di violenza che gli investigatori ritengono particolarmente significativo.
“Proprio che… il funerale lo devono fare con la bara chiusa! Proprio a strapparlo proprio hai capito com’è? A scaricarglielo tutto in faccia! Quell’infame di merda! Quello già la tiene la faccia dell’infame… quella faccia butterata di infame e infetta come lui!”.
Narciso non sarebbe stato nuovo ad azioni di fuoco ai suoi danni; nel 2022 rimase ferito in un agguato in viale Europa a Foggia. Per quell’attentato il sospettato degli investigatori è l’ex latitante, Leonardo Gesualdo detto “il vavoso”.
Un quadro investigativo grave
Nel complesso, gli atti restituiscono l’immagine di una vicenda in cui un bene di lusso si trasforma nel detonatore di una possibile faida, con dinamiche tipiche della criminalità organizzata: controllo, prestigio, vendetta e uso della forza.
Le intercettazioni, riportate nell’ordinanza, rappresentano per gli inquirenti un elemento centrale per comprendere la pericolosità del gruppo e la concreta possibilità che le minacce potessero tradursi in azioni violente.










