“Mi assillava tutti i giorni. Mi stalkerava continuamente per questioni di lavoro”. Così un dipendente dell’ASE di Manfredonia nel processo “Giù le mani” in corso nel tribunale di Foggia. Il procedimento penale riguarda presunti intrecci illeciti tra politica e imprenditoria nella città del golfo e il caso dell’azienda dei rifiuti sipontina dove gli imputati Michele Fatone e suo figlio Raffaele avrebbero esercitato pressioni sui colleghi.
Michele Fatone detto “Racastill”, ex dipendente ASE, municipalizzata del Comune, è accusato di concussione, peculato, lesioni, stalking e violenza privata nei confronti di colleghi e superiori. Con lui a processo il figlio Raffaele, anch’egli dipendente dell’azienda di raccolta rifiuti, accusato di lesioni e violenza in concorso con il padre.
“Non uscivo da casa un po’ per paura e un po’ perché avevo da fare, ma non ho ricevuto minacce fuori dall’orario di lavoro”, ha detto il lavoratore con riferimento a Michele Fatone, quest’ultimo arrestato nei giorni scorsi con l’accusa di aver minacciato un altro dei testimoni comparsi in aula durante le scorse udienze.
“Ho vissuto un grave stato di ansia e paura che ha aggravato le mie già precarie condizioni. Questo potrebbe portarmi alla dipartita dal mondo dei vivi”, disse alla polizia il teste, dichiarazioni ora confermate in tribunale. “Un timore che ho ancora – ha aggiunto -. Avevo paura per mio figlio che stava per strada e poteva ricevere dispetti”.
“Non c’entra niente il demansionamento di Fatone con le minacce – ha poi concluso -. Non c’entrava se ci fosse a capo di ASE il manager Rossi o un altro. Fatone mi disse telefonicamente che mi avrebbe spaccato la faccia”.
L’udienza è poi proseguita con l’esame del perito che ha trascritto le intercettazioni. Non sono mancati momenti di forte tensione tra difesa e accusa. Al centro della questione il linguaggio dialettale utilizzato in molte conversazioni: “Ho riportato il dialetto di dubbia interpretazione, altre parti le ho tradotte – ha spiegato il professionista -. Non so come si declinano i verbi in manfredoniano”.
Imputati, accuse principali e episodi contestati
Il processo “Giù le mani” nasce da cinque filoni investigativi che racchiudono 14 capi d’imputazione. Al centro dell’inchiesta di Procura di Foggia e Guardia di Finanza ci sono episodi che vanno dal 2019 al 2021. Secondo la procura, l’ex sindaco di Manfredonia Gianni Rotice, insieme al fratello Michele detto “Lino”, avrebbe chiesto a Michele Romito di sostenere al ballottaggio del 2021 la propria elezione a primo cittadino in cambio dell’interessamento per evitare lo smontaggio di una parte del ristorante “Guarda che Luna”.
Romito risponde di tentata concussione, insieme all’ex assessore Angelo Salvemini, per presunte pressioni su dirigenti comunali finalizzate proprio a bloccare lo smantellamento della struttura.
Altra vicenda riguarda Grazia Romito, sorella di Michele, imputata di falso per aver ottenuto, tramite un prestanome, la gestione di un’agenzia funebre nonostante un’interdittiva antimafia a suo carico. Il prestanome sarebbe Luigi Rotolo, anche lui imputato. Salvemini risponde anche di corruzione per un presunto scambio di favori con l’ex segretaria comunale Giuliana Galantino (imputata ma anche parte offesa), che avrebbe ricevuto supporto nella redazione di una nota utile a difendersi da accuse di mobbing, in cambio di una decisione favorevole all’interesse di una società legata ai Romito.
Le imputazioni più numerose sono a carico dell’ex dipendente dell’azienda dei rifiuti “Ase”, municipalizzata del Comune, Michele “Racastill” Fatone, accusato di concussione, peculato, lesioni, stalking e violenza privata nei confronti di colleghi e superiori. Con lui a processo il figlio Raffaele, anch’egli dipendente (poi licenziato) dell’azienda di raccolta rifiuti, accusato di lesioni e violenza in concorso con il padre.












